Curiosità

La leggenda della luna

Illustrazione di Nevio De Luca

Questa settimana vi proponiamo la seconda delle leggende provenienti dall’alta Valcamonica. La storia narra la disavventura di un contadino e della sua sete di latte…

(proposta da Antonio Stefanini)

Una volta un contadino, che non aveva né mucche né capre, si sentì punto dal desiderio di avere un po’ di latte per farne formaggio e ricotta, di cui era tanto ghiotto. Stabilì d’andarlo a rubare in un cascinale poco lontano dal paese. L’avrebbe fatta franca, di certo, poiché i padroni, di notte, ritornavano a casa e il luogo era fuori mano, quasi sempre deserto.

Giunse così la notte propizia. Nero il cielo, nera la terra, nebbie fittissime che scendevano quasi alle falde dei monti. Attese che le strade fossero silenziose, le porte chiuse, i lumi ad olio spenti e poi uscì di casa con due secchie sopra la spalla destra, ppese agli estremi d’un bastone ricurvo.

Trattenendo il fiato per non destare i cani che, per istinto, penetrano le intenzioni degli uomini. Appena giunto fuor dell’abitato, infilò rapidamente il sentiero che conduceva al cascinale che in un batter d’occhi raggiunse.

Deposte le secchie sul limitare della cucina, guardandosi bene dal non far cantare i manici, con occhi dalla pupilla dilatata quanto un soldo, frugò i dintorni e tese l’orecchio. Nessuno, fuorché lui e la propria coscienza che gli rodeva il cuore.

Cercò svelto la chiave nei buchi dei muri, attorno allo stipite, in terra. La trovò sotto un sasso. In un attimo aprì. E ad uno ad uno affondò i recipienti nella caldaia e li ritrasse colmi, bianchi di panna e gocciolanti allegramente come fontane.

Li trasportò fuori, chiuse, rimise la chiave nel suo sito, e dopo aver pulito la lamiera esterna della secchia con delle buone leccate, si dispose cautamente al ritorno, a passi corti e sicuri per non far traboccare il latte, appoggiandosi ad un badile che per caso gli era capitato tra mano, sulla porta della cucina del cascinale.

Ma quando fu circa a metà sentiero, in una radura del querceto, con indicibile spavento, il contadino ad un tratto vide le nubi biancheggiare a mezzo il cielo, e poi aprirsi e mostrare un maestoso plenilunio.

Il ladro ebbe paura, perché in quel tempo la luna era viva. Vedeva, udiva, parlava e poteva scendere sulla terra a castigare i malvagi, Allungò il passo con grande scapito del latte e si nascose dietro un cespuglio di spini.

Ma l’astro, ai cui occhi nulla sfugge, adocchiò il tristo e, con severo cipiglio, si mise a parlare con voce di tuono: «Esci dall’ombra e ripara al male fatto, se non vuoi che ti smascheri di fronte alla gente del paese».

A quelle parole, l’uomo restò a bocca aperta, con gli occhi sbarrati come vipera colpita da un sasso alla coda. Si sentì come un cerchio di ferro intorno al capo, un caldo addosso, suoni e fischi negli orecchi, cuore che voleva venir su per la gola, gambe che non volevano più portarlo, roba che non voleva più star rinchiusa.

Però, dopo pochi minuti di smarrimento, riuscì a raccapezzarsi e ad essere padrone di sé. Visto che la luna continuava a brontolare, chiamando in suo aiuto l’eco dei monti e l’urlo del vento, depose le secchie, e, con l’energia propria che sorge in noi quando si vuole uscire da una circostanza pericolosa, si mise a lanciar badilate di terra alla brontolona per tapparle la bocca, oscurarla, offenderla.

La luna, allora, indignata da tanto oltraggio, si precipitò sul ladro, gli fece rimettere le secchie di latte sulle spalle, e, portatolo in cielo, lo condannò a viaggiare con sè fino alla fine del mondo, sempre sotto il peso del furto, tutto in lacrime, a perpetua condanna dei ladri.

Il popolo, durante il plenilunio, assicura di distinguere chiaramente l’uomo col latte. E le madri, per infondere nei figlioletti l’orrore al furto, raccontano spesso la leggenda della luna.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.

Illustrazione del pittore Nevio De Luca

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