Ambiente

Global warming : il riscaldamento è più intenso in prossimità dei ghiacciai

Una ricerca del CNR e dell’Università di Milano, in collaborazione con il Muse, rivela che le aree entro tre chilometri da un ghiacciaio sono quelle che soffrono di più

Sappiamo che le aree di alta montagna soffrono particolarmente gli effetti del riscaldamento globale. Ma fino ad oggi mancavano informazioni dettagliate sulle variazioni microclimatiche per valutarne l’impatto sui sistemi periglaciali e sulla loro biodiversità.

Ora, in diverse zone del globo è stato condotto uno studio internazionale, pubblicato su Nature Communications, che ha certificato come il  riscaldamento sia stato molto più intenso in prossimità dei ghiacciai ed è stata altresì rilevata nelle stesse aree, una diminuzione della durata della stagione con neve al suolo.

Lo studio è stato coordinato dai ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e del Cnr, in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze di Trento.

Primo firmatario del lavoro è Silvio Marta, ricercatore del Cnr- Igg di Pisa.“Abbiamo preso in considerazione 26 ghiacciai che hanno iniziato a ritirarsi più o meno dopo il 1850, alla fine della Piccola era glaciale in Europa”, spiega, “e abbiamo posizionato davanti al loro fronte piccoli sensori per misurare la temperatura del suolo, a profondità che, per la costruzione del nostro modello, variano tra i 5 e i 15 centimetri. Queste temperature sono state misurate in continuo per un anno, per quanto riguarda le Alpi e le Ande, mentre in altre situazioni per periodi più brevi”.

Tra i ghiacciai scelti figurano a esempio il ghiacciaio dei Forni, il Glacier Noir, il Morteratsch, il Rutor, i ghiacciai Centrale e Occidentale del Sorapiss ( sulle Alpi)  l’ Uruashraju e l’Uanamarey (sulle Ande peruviane) fino a quelli delle isole Svalbard (vicino al Polo Nord).

“Utilizzando i dati ricavati abbiamo costruito un modello statistico a scala globale che ha dimostrato di funzionare molto bene. Quindi lo abbiamo utilizzato imponendo al modello le condizioni che c’erano 20 anni fa”, continua Marta, “e ci siamo accorti che alcune aree di alta montagna si stanno riscaldando ancor più di quanto atteso dai modelli globali. Soprattutto nelle aree tropicali e sub- tropicali e per le zone in prossimità dei ghiacciai”.

Per quanto riguarda i valori, considerando la media annua, l’incremento delle temperature del suolo nel periodo 2016-2020 rispetto al 2001-2005 è stato consistente, soprattutto nella zona intertropicale (+0.75 °C) e nell’emisfero australe (+1.02 °C). In tutte le fasce latitudinali, il riscaldamento è stato molto più intenso in prossimità dei ghiacciai (100 m) che in aree locate a 3 km dai ghiacciai stessi: emisfero settentrionale +0.63 vs +0.34, emisfero meridionale +1.38 vs +0.79, zona intertropicale +1.13 vs +0.57. Riassumendo, nell’ultimo ventennio le aree prossime ai ghiacciai si sono scaldate circa il doppio di quelle situate a soli 3 km di distanza.

Il linea con quanto detto sopra, ma con differenze ancora più evidenti, è  anche  la diminuzione della durata della stagione con neve al suolo: in prossimità dei ghiacciai i decrementi medi sono stati di circa 23 giorni nell’emisfero meridionale e 20 nella zona intertropicale, mentre di 13 giorni nell’emisfero settentrionale. A 3 km dal ghiacciaio, invece, i decrementi sono stati ridotti o nulli (nell’ordine -2, -0.5 e -4 giorni). Anche in questo caso negli ultimi 20 anni le aree prossime ai ghiacciai hanno perso da due settimane a un mese per anno di presenza di neve al suolo.

“Se c’è un aspetto da rilevare, che non deve però affatto illuderci sull’evoluzione in atto, è che con  il nostro modello, di grande definizione, possiamo ipotizzare che con lievi spostamenti le piante riescano ancora a trovare entro un cerchio che ha il raggio  di 250  metri, un microclima adatto alle loro esigenze. Esiste infatti all’interno di quel cerchio una tale variabilità di temperature  che le piante riescono, spostandosi poco, a non andare incontro all’estinzione”.

La ricerca che ha prodotto queste nuove informazioni sarà un utile ulteriore contributo per predire come gli ecosistemi di alta montagna si modificheranno nei prossimi decenni.

Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close