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Anna Aldé, il nuovo giovane volto femminile dei Ragni di Lecco

A giugno la scalatrice lecchese Anna Aldé è entrata a far parte del prestigioso gruppo alpinistico dei Ragni della Grignetta. A soli 20 anni è in assoluto fra i più giovani membri dei Maglioni Rossi ed è stata ammessa nel sodalizio per il suo curriculum di arrampicatrice sportiva, in base ad una clausola introdotta nello statuto dei Ragni negli Anni 90, che ai tempi fece molto discutere, ma che, negli anni, ha contribuito sicuramente al rinnovamento del gruppo e alla sua apertura verso le nuove discipline del mondo della verticale. Anna inoltre è al momento una delle poche donne ammesse nei ranghi del gruppo. Inevitabile, nell’intervista che abbiamo voluto farle per conoscerla meglio, partire proprio da questo argomento.

 

Anna, come pensi che sarà confrontarsi con questa realtà che per storia e numeri attuali è prevalentemente maschile?

I Ragni sono una parte fondamentale della cultura alpinistica lecchese e anche della mia storia personale, visto che mio padre Carlo è uno dei membri storici del gruppo. La loro fama, la loro storia, sono qualcosa che respiro fin da piccola e che per me ha sempre avuto un alone un po’ mitico. Quindi la prima sensazione che provo nell’essere diventata parte di questa realtà è un’enorme soddisfazione, resa ancora più grande dal fatto di essere qui a rappresentare la dimensione della scalata al femminile, assieme ad altre due ragazze fortissime come Giovanna Pozzoli, che è stata la mia prima allenatrice, ed Eleonora Del Nevo, una delle persone più toste e positive che conosca. È vero, la rappresentanza femminile nei Ragni è ancora molto minoritaria, ma in giro, anche nel territorio lecchese, ci sono molte ragazze davvero forti e sono certa che nei prossimi anni altre ragazze arriveranno a vestire il maglione rosso.

Raccontaci la storia che ha portato te a vestire il mitico maglione…

Ho iniziato ad ad approcciarmi al mondo dell’arrampicata a circa cinque anni. Già prima i miei genitori mi portavano spesso a fare escursioni in montagna con loro, poi, grazie a mio papà Carlo, ho cominciato a indossare scarpette e imbrago. Poco dopo ho cominciato a frequentare la palestra di arrampicata indoor gestita dal Gruppo Ragni. All’inizio solo per gioco, poi sempre più “seriamente”, tanto che nel 2010 sono entrata far parte della squadra agonistica giovanile, che allora era costituita solo da me, Alice Tavola, Maria Ballerini, Simone Tentori e Stefano Carnati, questi ultimi entrati anche loro a far parte dei Ragni negli anni scorsi.

Da lì è cominciata una carriera agonistica cui ho dedicato gran parte del mio tempo ed energie. Negli anni ho partecipato ai Campionati regionali, qualificandomi più volte per i Campionati italiani, dove sono arrivata ad ottenere diversi podi, soprattutto nella specialità del boulder, che è la mia preferita. Nel 2017 sono entrata nella Nazionale è ho partecipato alle gare di Coppa Europa e ai Campionati mondiali giovanili.

A un certo punto però ti sei un po’ allontanata dalle gare per dedicarti alla scalata su roccia…

Nel 2018, poco dopo i Mondiali di Innsbruck, ho iniziato ad avere un po’ di problemi ai gomiti e ho dovuto prendermi qualche mese di stop dalla scalata. Quando ho ripreso non ero più abbastanza forte per poter restare nella squadra nazionale, quindi, pur proseguendo con gare e raduni di livello nazionale, ho avuto più tempo per focalizzarmi sulla arrampicata outdoor, soprattutto sul bouldering.

Nel 2019, ho partecipato al raduno organizzato in Val Maggia dei Ragni di Lecco con gli Scoiattoli dei Denti della Vecchia e il Gruppo Rocciatori di Feltre. Li ho conosciuto dei ragazzi della svizzera italiana che sono diventati subito dei carissimi amici e con loro ho inmiziato a frequentare alcuni dei luoghi mitici per la scalata sui massi: Brione, Chironico, Cresciano, Magic Wood…

Cosa ti ha affascinato così tanto del mondo della scalata su roccia, tanto da portarti a orientare le tue energie e la tua passione più verso quella che verso l’agonismo?

Sicuramente una delle cose più affascinanti è il contatto con la natura, lo stare all’aria aperta scoprendo luoghi meravigliosi e sempre diversi. Poi il boulder mi dà la possibilità di esprimermi nel modo che mi è più congeniale dal punto di vista sportivo: pochi passaggi di alta difficoltà.

La cosa che mi piace di più però è la condivisione di momenti, di esperienze ed emozioni. Pur essendo la scalata per molti aspetti uno sport individuale c’è tutto un contorno dove il lavoro di gruppo è essenziale. Quest’inverno ho salito a Chironico un blocco per me difficile e importante, valutato di grado 8a, che si chiama “Team Work”. È un nome che esprime alla perfezione il percorso che mi ha portato a realizzarlo e anche quella che per me è l’essenza della scalata, che è appunto la socialità. Dedicarsi a un progetto non sarebbe la stessa cosa senza avere accanto gli amici con cui condividere l’obiettivo, scambiarsi consigli, ricevere supporto nei momenti difficili e gioire dei risultati raggiunti.

Che cosa porti nell’arrampicata su roccia dalla tua esperienza agonistica?

Sicuramente l’approccio mentale. In gara sei obbligato a stare concentrato, a trovare subito la méthode giusta per risolvere il blocco in pochi tentativi, senza esaurire le energie. L’esperienza agonistica migliora quindi anche la capacità di lettura dei passaggi, sia sui blocchi che sui tiri, e ti insegna a mantenere sempre alta la motivazione. Anche la mia predilezione per la socialità credo sia qualcosa che viene dal mondo delle gare, dove il tifo e il supporto della squadra è fondamentale. Penso ad esempio alle fasi di riscaldamento e all’isolamento, quando l’ansia pre-gara si fa sentire di più e ci si aiuta a vicenda per gestire le preoccupazioni.

Dalle gare deriva anche la mia passione per il viaggio. Soprattutto nell’anno in cui sono stata in nazionale ho potuto vedere diversi Paesi, conoscere tante persone, e questa è una cosa mi ha affascinato tantissimo e che continuo a cercare anche nella scalata su roccia: l’anno scorso, poco dopo aver preso la patente, mi sono messa in auto da sola per andare in Spagna a scalare…

Quali nuove prospettive ti apre il fatto di essere entrata a far parte del gruppo Ragni?

Vestire il Maglione Rosso è sicuramente un traguardo raggiunto, però lo vedo anche come un punto di partenza per cercare di migliorare sempre di più, anche grazie agli scalatori che del gruppo fanno parte e alle opportunità che esso offre. Di sicuro ho ancora molto da imparare e da esplorare nel mondo della scalata. Qualche giorno fa ero in Val di Mello e a scalare e con me c’era anche Simone Pedeferri, uno che di roccia ne ha macinata parecchia… Mi faceva il nome di tante falesie e tanti luoghi mitici dove io non sono mai stata. Ad un certo punto mi ha detto: “Ma tu praticamente non hai ancora cominciato a scalare!”. Penso proprio che abbia ragione: ho un universo ancora tutto da scoprire e credo che il bello sia proprio questo!

Pensi che la tua scalata evolverà verso direzioni diverse da quella del boulder?

Io ho iniziato facendo gare. Adesso mi dedico soprattutto al boulder e alla falesia. Nell’ultimo anno ho provato anche a fare qualche via lunga. Vorrei continuare a esplorare e provare anche esperienze diverse. Ora come ora però la mia priorità rimangono il bouldering e l’arrampicata sportiva, perché vorrei cercare di alzare ulteriormente il livello. Però non escludo neppure che in futuro possa interessarmi anche ad una scalata di stampo più alpinistico…

Tu sei cresciuta frequentando la palestra di arrampicata dei Ragni, che è una realtà indoor molto particolare perché legata a un gruppo che ha fatto la storia dell’alpinismo. Frequentando la palestra si respira questo background?

Assolutamente sì, perché spesso vengono lì ad allenarsi gli alpinisti del gruppo come Luca Passini, Luca Schiera, Matteo De Zaiacomo e tanti altri. Poi ci sono anche personaggi come Tono Cassin, un vero mito nel nostro territorio, uno scalatore che ha vissuto da vicino tappe fondamentali della storia dell’alpinismo e dell’arrampicata sportiva. La loro presenza, i loro racconti, sono un’apertura verso un mondo avventuroso che spesso chi ha cominciato a scalare indoor non conosce, ma che su di me esercita un grande fascino. La cultura e la tradizione dell’alpinismo a Lecco sono qualcosa che si respira nell’aria e che diviene parte di te, anche se magari il tuo percorso di arrampicatore è più legato alle competizioni e all’indoor.

Qualche tempo fa ho letto “La via meno battuta“, il libro di Matteo Della Bordella, e mi ha motivato tantissimo! È vero, lui fa cose completamente diverse da quelle che faccio io, ma la passione che ci anima e l’amore per la scalata credo siano identici.

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3 Commenti

  1. Vedo che i Ragni fanno entrare nel gruppo sempre più forti arrampicatori e quasi nessun alpinista.
    Li conoscevo diversamente.
    Forse devono fare così per seguire “l’offerta” attuale delle persone che scalano … che poco vanno in montagna e molto fanno grado e lei lo dice apertamente 🙂
    Per me stanno perdendo la capacità innovativa e creativa alpinistica che sempre li caratterizzava e si stanno sempre più spostando sui remunerativi aspetti spettacolari e d’immagine commerciale.
    Mi sembra vada così tutto in Italia, salvo rarissime eccezioni.
    Secondo me qui da noi manca chi proponga una forte visione alternativa, all’estro ve ne sono molti.
    Peccato.

  2. Abbastanza sconvolgente leggere che una persona ammessa nei Ragni abbia alle spalle un esperienza di montagna limitata a “qualche via lunga”. Ho il massimo rispetto per il Boulder, ma non immaginavo fosse un requisito sufficiente per far parte di un gruppo di forti alpinisti.

  3. Già il fatto che per entrare nel gruppo devi essere presentato da un membro effettivo mi sembra una regola elitaria e poco meritocratica che, ovviamente, porta conseguentemente alle nomine di tali soggetti che, per come la vedo io, non portano lustro ai Ragni.

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