Meridiani Montagne

Alpinismo materno, ribaltiamo il patriarcato

Alpinismo materno, si diceva. Un ossimoro, apparentemente. Viene in mente, una tra tutte, Alison Hargreaves, fortissima scalatrice britannica che scompare a trentatré anni sul K2, lasciando un figlio di cinque. Quanti uomini l’avranno criticata per questo, prima e dopo la morte, quante altre “mamme”? Non si fa, la donna in montagna, soprattutto se la montagna è estrema, non è cosa educata. E comunque, quale alpinismo materno, quale alpinismo femminile, se ancora oggi 2022 sui ruoli, per sempre cristallizzati, non si discute? Che poi il punto dolente è sempre quello: la maternità e quanto ne precede e consegue (ciclo mestruale, allattamento, educazione dei figli, lavatrici ecc.) non si concilia con mestieri tradizionalmente da maschi, che siano fare il presidente del consiglio o l’alpinista professionale.

Ribaltare il patriarcato

Va da sé che tutto questo non possiamo più permettercelo. Il pensiero maschilista e patriarcale va ribaltato, per il bene e il futuro dell’umanità. Nel dibattito alpinistico, a ribaltare il tavolo con tutte le sue carte ci hanno pensato due donne, un’ideale cordata intergenerazionale composta da Silvia Metzeltin e Linda Cottino. Alpiniste, scrittrici, femministe. Conosco Silvia e Linda da molti anni e conosco la loro pura passione per la montagna. Ma questo loro ultimo libro, scritto a quattro mani e in forma epistolare (L’alpinismo è tutto un mondo, conversazione a carte scoperte, Club Alpino Italiano), mi ha sorpreso, sia per la ricchezza ineguagliabile di personaggi, fatti storici, riflessioni che contiene, un vero scrigno, sia per la “militanza”, che ingenuamente credevo perduta fin dagli anni Settanta.

È qui, nelle prime pagine, che trovo l’illuminante intuizione dell’alpinismo materno. Dopo aver parlato dei diritti politici delle donne in Svizzera, arrivati solo nel 1971, Metzeltin sottolinea la necessità del mutuo aiuto tra donne: “Basterebbe smantellare sovrastrutture ideologiche e burocratiche, riportando la pratica alpinistica di qualunque impegno tecnico alla sua intrinseca ‘bellezza dell’inutile’. Bellezza universale per tutti. (…) mi attira una nuova prospettiva sociale nuova più materna, forte e decisa ma non patriarcale. Contiene certo una buona dose di utopia al femminile, ma ne intuisco l’importanza strategica per un passo evolutivo…”.

Se l’alpinismo, come tante altre cose della vita, può sperare in un’evoluzione, dunque, questa passerà dal posto che le donne sapranno ri/prendersi nel mondo. Ciò detto, le due autrici sono tutt’altro che sprovvedute. Sanno la difficoltà. Cottino, qualche pagina dopo, risponde: “C’è un intero paesaggio mentale da costruire, cara Silvia… E le donne potrebbero essere davvero un motore di trasformazione, perché contaminerebbero la struttura sociale con un pensiero che finora non è stato considerato. Ma saranno in grado di dargli forma e farlo vivere? (…) A me sembra un compito superiore alle nostre forze….

Voglio, personalmente, dissentire da Linda. La forza delle donne è infinita perché costante come i movimenti tettonici, resiliente come la vita stessa, materna per l’appunto. L’intero volume è costellato di esempi di donne “a loro modo” forti, che hanno fatto la storia dell’alpinismo a dispetto di chi quella storia l’ha poi scritta, escludendole. Paradossalmente gli esempi più antichi, come Mary Varale e Ninì Pietrasanta, vengono dalla penna della più giovane delle autrici, mentre alla memoria e alle esperienze personali di Silvia Metzeltin è affidato il ricordo delle grandi figure della seconda metà del Novecento, da Bianca Di Beaco a Simone Badier, a Luisa Jovane.

È una galassia femminile non compatta né omogenea, che giustamente non si lascia inquadrare nella sottocategoria “alpinismo femminile”, ma che ha parte di protagonista nell’alpinismo tout court. Come è stato per la stella più luminosa della galassia, Loulou Boulaz, di cui Silvia (sua compagna di corda e di avventure nonostante la differenza di età) tratteggia una bellissima biografia, più esistenziale che semplice liste des courses. La ginevrina Boulaz, attivista di sinistra, campionessa di sci, professionalmente impegnatissima (fu giornalista e dirigente al Bureau International du Travail), da perfetta “dilettante” era in prima fila negli anni della corsa alle Nord, arrivando terza alle Grandes Jorasses e seconda al Petit Dru; eppure non poteva essere accolta in un Club alpino svizzero che vietava l’ingresso alle donne, e fu spesso maltrattata dalla stampa e da altri autori (si rileggano ad esempio le pagine dedicate alle Grandes Jorasses da Renato Chabod in La cima di Entrelor). Ma pochi altri alpinisti della sua generazione possono vantare lo stesso palmarès, la stessa longevità, la stessa intelligenza alpinistica. Materna.

Grazie dunque a Silvia e a Linda di averci regalato questo loro carteggio, prezioso e inedito. Grazie a Linda Cottino, in particolare, per un altro bel ritratto di alpinista donna, quell’Alessandra Boarelli del Monviso, sulla quale ha compiuto una difficile ricerca storica, sfociata in un libro di cui presto parleremo. Insieme ad altre, penose, questioni di genere.

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