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Guide alpine donne in Italia: sono poche, ma le cose potrebbero cambiare

In Italia, a oggi, le guide alpine sono 1175, le aspiranti guide 133. Solo 28, in totale, le donne – 22 guide, 6 aspiranti guide. Meno del 2%. Con Anna Torretta, guida alpina e scrittrice, abbiamo provato a capire come mai sia una professione ancora a così alta percentuale maschile e a guardare alle iniziative che esistono oggi per rendere la montagna un pomeno un luogo maschile”, se così si può dire.

Aspirante guida nel 2000, guida alpina quattro anni dopo in uno Stato diverso – aveva iniziato il percorso in Austria, lo ha completato in Italia dopo il trasferimento a Courmayeur (prima e unica donna iscritta e che lavora per la Società Guide di Courmayeur”) per le gare di arrampicata su ghiaccio – Anna Torretta ha un bellissimo ricordo degli anni di formazione. Nel 2001, a Innsbruck, ha fondato con una collega Avventura Donna”, la prima scuola di alpinismo femminile. Una scelta coraggiosa, se si pensa che il mercato femminile è più piccolo di quello maschile, ma oculata, se si ragiona sul fatto che più di vent’anni fa di realtà simili ne esistevano davvero poche.

Quello che manca sono corsi di alpinismo organizzati dalle donne per le donne: per riuscire a vedere questo sport come meno maschile non c’è nulla di meglio dell’esempio. Rispetto ad accompagnare il fidanzato o l’amico e ritrovarsi in un gruppo solo maschile, una maggior presenza femminile potrebbe essere più accogliente, motivante e di aiuto. Fa crescere il fatto di credere in sé stesse, l’autostima: più donne si vedono alle prese con questa attività, più tenderà a sparire l’idea che questo sport può essere praticato solo dagli uomini o è “da uomini” – e, per traslato, anche il lavoro di guida alpina.

Tra gli aspetti per cui è auspicabile un cambiamento, non c’è ancora un istruttore donna, per esempio: Anna Torretta è stata proprio la prima a provarci in Italia, ma per un decimo di punto non è potuta accedere al corso professionale. Ha concluso l’esame con il punteggio di 6.4, ed era necessario un 6.5 per l’ammissione. In un altro tentativo, 6.3. Avere delle istruttrici sarebbe fondamentale sempre per il discorso sull’esempio positivo: la presenza di donne nell’ambiente permette di fare squadra, di avere sostegno, ma soprattutto fa credere nella possibilità che un determinato percorso sia possibile, sia raggiungibile. Eppure sembra esserci ancora diffidenza a riguardo, anche all’interno.

All’estero la situazione non è molto diversa – pur essendo leggermente migliore: in Francia le guide alpine donne sono 40 su circa due migliaia, mentre in Svizzera sono 42 su 1492. È interessante, però, che in quest’ultima sia stata da poco eletta una presidente donna, cosa che in Francia era già accaduta diversi anni fa. Se in Svizzera, poi, ci sono alcune istruttrici donne, c’è da dire che però al momento si limitano alle materie teoriche. In Francia c’è un sistema diverso, il corpo degli istruttori sceglie di volta in volta a quale guida alpina assegnare quella materia o quella giornata di lezione, e lì ci sono alcune ragazze che vengono interpellate.

Nei prossimi anni ce ne saranno sicuramente di più, piano piano, allargando la base. In Val d’Aosta, per esempio, nei corsi propedeutici che vengono organizzati prima del corso guide – anche per capire meglio quali sono gli aspetti su cui lavorare prima dell’esame di ammissione – viene riservata una certa percentuale di posti per le ragazze. Non è detto però che in ogni Collegio funzioni nello stesso modo. In ogni caso, sarà auspicabile parlare delle diverse idee e soluzioni adottate anche negli altri Paesi al Meeting delle donne guide alpine, che sarà il 14 e il 15 ottobre al Forte di Bard, per la prima volta a livello internazionale (le prime tre edizioni sono state nazionali). In quell’occasione ci saranno anche due giorni nel weekend 15-16 con i WCD Women’s Climbing Day, nati proprio per permettere alle ragazze iscritte di scalare a fianco di guide alpine, nella stessa falesia, scambiare esperienze e magari farsi ispirare. In seguito, su grande richiesta, sono stati organizzati i corsi per principianti, anche se inizialmente i camp erano stati pensati solo per ragazze che già sapevano scalare.

Sembrano esserci più donne tra le guide escursionistiche, per il momento, ma non perché siano più “indicate” per quella professione. Semplicemente perché non c’è ancora la mentalità che possano andare a fare qualcosa di più. Se ci si crede, però… Il bello di noi donne è che siamo generalmente piuttosto testarde e questo, se abbiamo un obiettivo che desideriamo raggiungere, ci porta a non demordere, malgrado qualche sconfitta o difficoltà iniziale.

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Un commento

  1. Un mio pensiero da vecchio frequentatore dilettante delle Alpi, un invito al cambiamento, spero non prendano male la mia schiettezza.
    Forse dovrebbero semplicemente voler fare molto di meno le “prime donne” e lavorare insieme, non a gruppetti chiusi, ma penso sia difficile cambiare mentalità per delle donne, anche se si definiscano professioniste.
    Anziché mettersi in mostra in qualsiasi maniera trovino, dovrebbero mostrare cosa sappiano fare in montagna.
    Potrebbero raccontare le grandi vie che hanno salito, i veri “viaggi”, ma forse, pur avendo gradi elevati, ne hanno salite poche, alcune di loro nessuna, o talvolta legate con gente che le portava quasi esclusivamente da seconde e devono curare una immagine commerciale fatta quasi esclusivamente di vie corte, anche se sportive e difficili e di bellissime normali,.
    Insomma dovrebbero cambiare il modo di mostrarsi al pubblico.

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