Ambiente

Cos’è una foresta sostenibile?

Il 21 marzo è un giorno importante per l’ambiente. Fin da bambini è una data che associamo all’equinozio di primavera, per poi scoprire che in realtà questo vari annualmente tra il 19 e il 21. C’è una celebrazione che dal 2013 ogni anno coincide con il 21 marzo ed è la Giornata Internazionale delle Foreste (International Day of Forests), istituita dalle Nazioni Unite allo scopo di sensibilizzare la collettività sull’importanza dei polmoni verdi del Pianeta da molteplici punti di vista, dal benessere psico-fisico che sono in grado di donarci al ruolo che sono in grado di giocare a livello ecologico, economico e sociale. Il tema scelto per il 2022 è “Forests and sustainable production and consumption” (Foreste e produzione e consumo sostenibili). Sostenibilità. Un termine di cui ormai si fa largo abuso, che sempre più di frequente viene utilizzato in ambito forestale. Ma cosa è una foresta sostenibile? Cerchiamo di comprenderlo insieme, analizzando due esempi.

Cosa significa sostenibilità?

Partiamo da una analisi del termine. Nel 1987, all’interno del rapporto Brundtland della Commissione per l’Ambiente e lo Sviluppo dell’ONU, venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile, con la seguente definizione: “lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”.

La ricerca della sostenibilità nasce dunque da una presa di coscienza del fatto che le risorse sulla Terra non siano infinite. Ed è un dovere delle generazioni presenti fare in modo che anche le generazioni future possano goderne. L’utilizzo di tali risorse deve essere dunque di carattere conservativo. Si necessita di una gestione lungimirante. Ne consegue in maniera chiara una netta condanna di ogni forma di sfruttamento. Tornando sul focus delle foreste, la sostenibilità non può essere assicurata da una deforestazione incontrollata.

Cosa è una foresta sostenibile?

Se deforestare significa sfruttare una risorsa senza minimo pensiero rivolto alle generazioni future, quali sono invece gli approcci definibili come gestione sostenibile? L’argomento è piuttosto dibattuto tra gli esperti del settore forestale. Lasciare le foreste al loro naturale sviluppo, senza interferenza umana, sicuramente è una ipotesi in linea con il concetto di sostenibilità, ma non può essere l’unica scelta. Questo perché fin dai tempi antichi l’uomo ricava dalle foreste risorse.

Non parliamo soltanto di legno, più in generale di prodotti forestali. “Quando beviamo un bicchiere d’acqua – riportava un comunicato dell’ONU in occasione della Giornata Internazionale delle Foreste 2021 – , mentre prendiamo appunti su un taccuino, prendiamo una medicina contro la febbre o costruiamo una casa, non sempre ci rendiamo conto di quanto siamo connessi alle foreste.”

Il principio di sostenibilità ci invita dunque a trovare un equilibrio. Ecco che entra in gioco il concetto di gestione sostenibile dei boschi. Secondo la definizione di Forest Europe e adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), “la gestione e l’uso delle foreste e dei terreni forestali in un modo e ad un ritmo che mantengano la loro biodiversità, produttività, capacità di rigenerazione, vitalità e il loro potenziale per svolgere, ora e in futuro, le loro funzioni ecologiche, economiche e sociali, a livello locale, nazionale e globale e che non provochino danni ad altri ecosistemi”.

Boschi sostenibili certificati

Il bosco, come premesso, fornisce molteplici prodotti all’uomo. Il primo che ci viene in mente è ovviamente il legno. É possibile “sfruttare” un bosco per recuperare legname, in maniera sostenibile? La risposta è sì, ma soltanto nel rispetto di una serie di “regole”. Per informare la collettività di quali siano i boschi gestiti in maniera corretta è nata la cosiddetta “certificazione forestale”.

La certificazione di gestione sostenibile delle foreste garantisce al consumatore finale che i prodotti di origine forestale (legno ma anche altri tipi di prodotti, dai tartufi alle castagne ai frutti di bosco) derivino da foreste gestite legalmente e in maniera sostenibile, ovvero che non provengano da tagli illegali o da interventi irresponsabili che causino la distruzione o l’impoverimento delle foreste stesse.

Oggi sentiamo tanto parlare di PEFC, di recente è stato diffuso il report PEFC 2021 relativo ai boschi italiani, che riporta il raggiungimento a livello nazionale di una quota pari a 892.609,63 ettari di superficie certificata, in aumento di 3600 ettari rispetto al 2020, con il Trentino Alto-Adige sul gradino  più alto del podio. Ma cosa è il PEFC? L’acronimo sta per “Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes” (Programma per il mutuo riconoscimento degli schemi di certificazione forestale), una organizzazione  internazionale senza scopo di lucro e non governativa, nata nel 1999 a Ginevra per promuovere la gestione sostenibile delle foreste attraverso una certificazione indipendente di terza parte. La certificazione può essere richiesta da proprietari forestali o aziende. Una sorta di alleanza dunque, che oggi conta 53 membri nazionali, tra cui il PEFC Italia. Ogni membro nazionale definisce degli standard da rispettare perché un bosco possa essere definito gestito in maniera sostenibile, questo perché le foreste non sono certo tutte uguali!

Accanto alla PEFC troviamo anche una seconda organizzazione di certificazione dei boschi, la FSC (Forest Stewardship Council), organizzazione internazionale non governativa, indipendente e senza scopo di lucro, nata nel 1993 (FSC Italia invece nel 2001) per promuovere la gestione responsabile di foreste e piantagioni. La certificazione FSC, richiedibile per una singola foresta o più proprietà, può essere ottenuta rispettando 10 Principi e 70 Criteri di gestione forestale responsabile, definiti e mantenuti aggiornati dalla organizzazione.

Quanto siamo sostenibili?

Secondo analisi svolte dal PEFC e in maniera indipendente dal FSC Italia, il 2021 si è chiuso con circa il 90% dei boschi amministrati in maniera non sostenibile. Per comprendere la portata, pensate che la superficie boscata italiana ammonta a circa 11 milioni di ettari. La “Strategia Forestale Nazionale” (SFN), rilasciata in Gazzetta Ufficiale lo scorso 9 febbraio spera di favorire il cambio di rotta evidentemente necessario.

Le Food Forests, buone e sostenibili

Una forma innovativa di gestione dei boschi è rappresentata dalle Food Forests o Forest Gardens, che si stanno moltiplicando anche sul territorio nazionale. Una foresta commestibile, per dirla in termini semplici, ma il sistema semplice non è.

Non si tratta infatti di piantagioni di alberi da frutto ma di veri e propri ecosistemi, artificiali, studiati a livello di “architettura” allo scopo di rispettare la complessità dei boschi naturali. Un bosco naturale non è solo un insieme di alberi ma risulta costituito da una serie di strati vitali. Vi è infatti lo strato radicale, dove è possibile trovare le specie rizomatose, lo strato superficiale del terreno colonizzato dalle tappezzanti, uno strato erbaceo, lo strato degli arbusti, quello degli alberi di media altezza, degli alberi di alto fusto e non dimentichiamo le rampicanti. C’è anche chi aggiunge a tutto questo mondo verde lo strato sotterraneo dei funghi.

La food forest nasce dunque con l’intento di ricreare questa complessità di strati, utilizzando per ciascuno di essi piante edibili o che forniscano prodotti edibili. Un sistema che garantisce grandi quantità di prodotto con un impegno minimo in termini gestionali. Si possono anche inserire piante che fungano da mangime per gli animali, così come specie utili a scopi differenti, come le piante tintorie o officinali, piante da fibra. Per rispondere alla domanda “cosa piantare in una food forest” esiste la regola delle 7F: Food, Fuel, Fiber, Fodder, Fertiliser, Farmerceutics (Pharmaceutics), Fun (Cibo, carburante, fibra, foraggio, fertilizzante, farmaci e divertimento).

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