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Trent’anni fa ci lasciava Samivel, difensore e poeta della montagna inviolata

A metà del Novecento, dopo le stragi della Seconda Guerra Mondiale, la tecnologia va all’assalto delle Alpi. Gli impianti al servizio delle piste da sci si diffonderanno qualche decennio più tardi, ora vanno di moda gli impianti che raggiungono vette e belvedere famosi, come il Piccolo Lagazuoi e il Sass Pordoi.

Tra il Cervino e il Monte Bianco, in quegli anni, ha un ruolo importante Dino (abbreviazione di Secondino) Lora Totino, un ingegnere di Pray, presso Biella, in Piemonte. Tra il 1936 e il 1939 ha progettato la funivia che sale da Cervinia al Plan Maison e al Plateau Rosà. Nel 1946, a sue spese, ha iniziato a scavare il Traforo del Monte Bianco, che verrà inaugurato nel 1965. Sul versante francese del massiccio, tra il 1951 e il 1955, Lora Totino realizza la nuova e impressionante funivia che sale da Chamonix ai 3795 metri dell’Aiguille du Midi. Poi, insieme al collega Vittorio Zignoli, suo ex-professore al Politecnico di Torino, progetta la Cabinovia dei Ghiacciai, che collega l’Aiguille du Midi con Punta Helbronner, sul confine italiano, sorvolando la Vallée Blanche e il Ghiacciaio del Gigante. Al momento dell’inaugurazione, nel 1958, la Cabinovia è un simbolo di alta tecnologia e di ardimento. La voglia di collegare l’Italia e la Francia è un segno della voglia di pace che percorre l’Europa. Quasi nessuno si accorge che questa realizzazione ingegnosa ha un forte impatto sull’ambiente. I vari cantieri, in quegli anni, accumulano sul massiccio del Bianco quasi 300 chilometri di cavi d’acciaio. 

L’unico vero “No!”, anzi “Non!” in francese, alla trasformazione della Vallée Blanche, arriva da un articolo che esce nel 1954 su La montagne et alpinisme, la rivista del Club Alpino Francese. Lo firma Samivel, all’anagrafe Paul Gayet-Tancrède, un uomo nato nel 1907 a Parigi e legatissimo alle Alpi, dove compie centinaia di ascensioni. Lo pseudonimo si ispira a Sam Weller, un personaggio de Il circolo Pickwick di Charles Dickens. Nella sua carriera, Samivel illustra opere di scrittori famosi come François Rabelais, Jean de La Fontaine e Jonathan Swift. Il suo primo racconto, L’Amateur d’abîmes , esce nel 1940.

Prima di attaccare la Cabinovia dei Ghiacciai, Samivel protesta contro il progetto di una funivia verso la cima della Meije, un simbolo delle Alpi francesi, e di un’altra che ha preso di mira il Cervino. Su La montagne et alpinisme si scaglia contro i progetti “che seducono i tecnici e i raccoglitori di fondi”, ma che per la montagna sono “l’inizio della fine. Non cita Lora Totino, ma quando scrive di “coloro che hanno disonorato il Breuil con un assurdo, orribile, ridicolo cumulo di immobili a più piani” è evidente di chi stia parlando.

Samivel non è un personaggio alla moda. I grandi occhiali da vista, le giacche a vento e i berretti di lana che indossa quando è in montagna gli danno l’aria di un turista per caso. Invece è un intellettuale curioso, capace di anticipare il futuro. È uno scrittore, un fotografo e un documentarista elegante, un conferenziere che affascina chi lo ascolta. I suoi acquarelli ispirati alla montagna e alle sue linee vertiginose e sfuggenti sono apprezzati anche oggi.

Nel 1948 Samivel partecipa alla spedizione francese in Groenlandia diretta da Paul-Émile Victor, e questo fa di lui un esploratore. I suoi documentari vincono premi ovunque, incluso il Festival del Cinema di Montagna di Trento. I suoi libri, da Sous l’oeil des choucas a Hommes, cimes et dieux, emozionano gli appassionati di montagna anche oggi. Samivel non è un cronista ma un poeta, e i suoi argomenti non sono fatti di cifre, ma di ironia e di bellezza. Scrive di una “catastrofe estetica”, critica gli “abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente”, del “buon odore di gasolio portato dal vento” che regnerà sulle montagne se questi progetti andranno avanti. La montagna, e l’avventura che essa permette, per Samivel hanno “un valore estetico, culturale e sociale”, ma per chi governa la Francia, l’Italia e l’Europa questo concetto è difficile da digerire anche oggi. Negli anni Cinquanta, nonostante l’opposizione del CAF e di altre associazioni queste parole vengono poco ascoltate, e le funivie e la cabinovia vanno avanti.  

Samivel non ha un carattere facile. Ne risente la collaborazione con Renzo Videsott, grande alpinista negli anni Trenta e direttore nel dopoguerra del Parco nazionale del Gran Paradiso. Nel 1954 il francese riceve l’incarico di realizzare un film e un libro sul Parco insieme al fotografo svizzero René Pierre Bille. Ma la sua collaborazione con Videsott non funziona. I due litigano, comunicano grazie alla mediazione amici comuni. Il documentario Grand Paradis premiato nel 1956 al Festival di Trento (che Samivel ha già vinto quattro anni prima con Cimes et merveilles) non esce in sala né in Italia né in Francia, con grave danno per il Parco e per l’autore. Il libro previsto dal contratto viene contestato da Videsott, secondo il quale il testo ha uno “scarso rigore scientifico” ed è “controproducente per il Parco”. L’edizione francese ha però un buon successo commerciale, e contribuisce a far nascere nel 1960 il primo Parco nazionale transalpino, quello della Vanoise. I primi poster della nuova area protetta vengono disegnati da Samivel. 

Lo scrittore e disegnatore francese resta legato per tutta la vita a Les Contamines-Montjoie, sul versante francese del Bianco, dove eredita una casa dalla madre. Nelle sue opere, più volte, compare il profilo dei Dômes de Miage, la cima che sorveglia dall’alto l’abitato, e che ispira l’estetica di Samivel. 

Nel 1973 e nel 1975, con veemenza, lo scrittore si scaglia contro il progetto di una superstrada che dovrebbe sfiorare l’abitato e poi salire al Col du Joly. Sulla rivista del Touring Club de France denuncia “il saccheggio del solo spazio naturale di media montagna ancora intatto sul versante francese del Monte Bianco”. Il progetto viene bloccato, ma è una vittoria a metà, perché tra Les Contamines e il valico nasce una grande stazione sciistica. 

Negli anni, grazie alla profondità dei suoi scritti e all’eleganza dei suoi acquerelli, Samivel diventa un personaggio molto amato, in Francia e nel resto del mondo. 

Nel 1981, con La grande ronde autour du Mont-Blanc (un libro, non una guida!) Samivel si dedica al Tour du Mont-Blanc, il più bel sentiero ad anello delle Alpi. Nel 1987 l’artista autorizza l’associazione Mountain Wilderness a utilizzare alcune sue opere.  Nel 1997, dopo la sua morte, il Museo Nazionale della Montagna gli dedica una mostra, accompagnata da un elegante catalogo. 

Quando Samivel si spegne, il 22 febbraio del 1992, Le Monde lo ricorda come “disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri”. 

Una clausola del suo testamento lo lega per l’ultima volta al massiccio più alto d’Europa. Le ceneri di Paul Gayet-Tancrède vengono disperse sui Dômes de Miage. A Les-Contamines-Montjoie lo ricorda un giardino pubblico, dove numerosi manifesti di Samivel sono esposti di fronte ai ghiacciai del Monte Bianco. 

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2 Commenti

  1. tiro ad indovinare, qualcuno dira’ che era un “veccio”, (presumendo di non diventarlo mai ) “Samivel non è un personaggio ALLA MODA. I GRANDI OCCHIALI DA VISTA, le giacche a vento e i BERRETTI D ILANA che indossa quando è in montagna gli danno l’aria di un turista per caso. INVECE è un intellettuale curioso, capace di anticipare il futuro. È uno scrittore, un fotografo e un documentarista elegante, un conferenziere che affascina chi lo ascolta. I suoi acquarelli ispirati alla montagna e alle sue linee vertiginose e sfuggenti sono apprezzati anche oggi..
    OGGI SI BADA DI PIU’ AL MAIUSCOLO RETRO’ NON FLUO E NON TECHNO SINTETICO CHE A CIO’ CHE SEGUE L'”INVECE…”..SE POI NO SAI USARE LA COMPUTER GRAFICA PER LE PERE D’ARTE..SEI OUT!

  2. La mia prima visita a Chamonix, in un gennaio di quarant’anni fa, mi fece conoscere il lavoro di Samivel: i suoi poster erano venduti in tutte le botteghe del paese (mi scuseranno gli chamoniardes, ma in pieno inverno e con tre metri di neve tale era). L’atmosfera che si respirava, sul versante francese del Bianco, era la stessa, ovattata, silenziosa, che Samivel riportava nei suoi acquerelli, delicati e deliziosi. Nel mio immaginario di ragazzo, le cime aguzze come chiodi, i ghiacciai vertiginosi e le creste taglienti erano il regno di cristallo dei sognatori. Samivel condivideva questo sogno con tanti visionari, Gaston Rebuffat, René Desmaison, Walter Bonatti, Jean Couzy, Lucien Devies, Jacques Lagarde, Gabriele Boccalatte, Armand Charlet, Riccardo Cassin, Giusto Gervasutti e mille altri, che avevano percorso quei luoghi fascinosi, nel silenzio e nella solitudine, elementi cercati, sognati, vissuti, alla ricerca di prove che dessero alla vita il senso e il peso della propria interiorità, della propria capacità di vivere nella difficoltà, unica strada per emancipare l’uomo e renderlo forte, consapevole di se stesso e vivo.
    Grazie a Stefano Ardito, che ci ricorda come l’arte e il sogno non debbano essere disgiunti dall’impegno e dalla lotta per la tutela del bello e grande mondo dell’alta montagna.

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