Rifugi

Gestire un rifugio? Un sogno, ma non è cosa per tutti

Gestire un rifugio? È il sogno di molti, ma non è cosa per tutti. La voglia di cambiare vita, di ritrovare un ritmo diverso, di allontanarsi da un mondo civilizzato sempre più frenetico e alienante sono le motivazioni alla base di questa scelta. Un desiderio profondo, che si nasconde in molte più persone di quante potremmo immaginare, come dimostra il recente bando per la gestione del rifugio Boz, nel gruppo del Cimonega. Ben 22 le candidature arrivate al CAI Feltre, la maggior parte da giovani della zona, ma anche da Bergamo e Parma. Ora la sezione del club dovrà selezionare tra queste la più adatta alla gestione, ma non è facile perché un rifugio non è un albergo. Serve un profilo preciso, con competenze particolari, ma che sia anche versatile. Ne abbiamo parlato con Giacomo Benedetti, presidente Commissione Centrale Rifugi e Opere alpine del CAI.

Presidente, cosa significa in termini generali gestire un rifugio?

“Chi gestisce un rifugio svolge un lavoro che non è sicuramente uguale a quello dell’albergatore o alla gestione di una struttura ricettiva tradizionale. Parlando di strutture CAI il rifugista rappresenta un presidio per il territorio, cioè una struttura molto articolata che si occupa sia della ricettività, che della sicurezza in montagna in termini di prevenzione e soccorso. Al gestore spetta il compito di trasmettere e vivere quel messaggio culturale che porta alla formazione dei frequentatori, che devono lasciare il rifugio con un accrescimento culturale.”

Quindi rifugista come maestro…

“Qualche anno fa ho definito il rifugio come un laboratorio del fare montagna, definizione che poi è entrata nel preambolo al nuovo regolamento rifugi approvato qualche mese fa. Il rifugista è custode di questo laboratorio, ed è il valore aggiunto dell’esperienza. Rappresenta una lente di ingrandimento sul territorio sia per la sua capacità di fornire indicazioni e informazioni utili, sia perché attraverso la sua esperienza permette la scoperta di questo ai frequentatori.”

Ci sta dicendo che il gestore deve essere un approfondito conoscitore e un appassionato?

“Esattamente. Il gestore deve vivere la montagna, deve farlo per essere in grado di fornire informazioni sempre aggiornate ai clienti. Magari il team che lavora ai servizi nella struttura non ha il tempo per vivere appieno la montagna, ma il gestore rappresenta la figura di riferimento e deve farlo.”

Com’è cambiata negli anni l’idea di rifugio?

“Un tempo era il campo base, il punto di partenza per le ascensioni in quota. Oggi, con l’evoluzione del turismo di montagna, il rifugio è diventato meta della gita. Io sostengo che rappresentino le porte di accesso alle nostre montagne, un front office per i non iscritti al sodalizio che hanno così occasione di conoscerci. Entri in una struttura, vivi un’esperienza, cogli messaggi e segnali particolari.”

A esempio?

“L’essenzialità. Chi frequenta un rifugio si rende conto di quante cose in meno gli servono per stare bene. La soddisfazione non è la spa o la sauna, ma la condivisione. La promiscuità che ti consente di far cassa sui valori e sui rapporti.”

Oggi il virus ci ha tolto molto del valore della condivisione…

“Si, ed è la cosa che rimpiango maggiormente.”

Qual è il profilo del perfetto candidato alla gestione di un rifugio?

“Una persona con molta esperienza di lavoro nei rifugi. Qualcuno che abbia lavorato in strutture con gestori illuminati e significativi che gli abbiano trasmesso la passione e la giusta dose di flessibilità necessaria.”

Esiste un corso per diventare rifugista?

“Io mi sono sempre espresso in modo sfavorevole a riguardo. Le commissioni territoriali si prodigherebbero a organizzare corsi di formazione ai gestori, ma continuo a sostenere che noi non possiamo tenere un corso riguardante gli aspetti tecnici che spettano alle associazioni di categoria. Il nostro corso dovrebbe parlare di valori, di interpretazione della montagna.”

A cosa si deve preparare chi invia la candidatura per la gestione di un rifugio CAI?

“Sicuramente deve conoscere i valori ed essere consapevole che sta andando a gestire un presidio e non una struttura ricettiva tradizionale. Deve essere aperto e guardare oltre gli aspetti economici. Il conto economico serve ed è fondamentale, ma se ingrana bene può capitalizzare anche soddisfazioni e valori etici. Sono questi ultimi che ti permettono di vivere in quota, con tanti sacrifici, portando avanti la scelta fatta. Se non capitalizzi i valori non reggi più di due o tre stagioni.”

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Un commento

  1. In Lombardia c’è il corso per rifugisti.
    Per accedervi sono richiesti: diploma terza media, più di 18 anni e licenza per bibite e alimentari.

    Strano (è irreale?) il discorso sulla passione, sui valori e l’esperienza, io aggiungerei anche la conoscenza dei luoghi.
    Mi viene in mente un esempio importante di recente attribuzione: il rifugio Vazzoler.
    E uno pure importante da decenni: il Falier.

    Fantastico leggere: “Deve essere aperto e guardare oltre gli aspetti economici.”

    A me spiace, con la decisione del cai negli anni 80 di massificare la montagna si è quasi perso il fascino del vagabondare facendo le proprie scoperte, dovendo sottostare sempre più alle regole del benessere e non a quelle del vivere con semplicità.
    Magari le nuove generazioni di giovani cambieranno la realtà.

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