Curiosità

La passione al centro. Oliviero Gobbi ci racconta il nuovo stile di Grivel

Si autodefinisce una “multinazionale tascabile” Grivel, azienda leader nel settore delle attrezzature da montagna e alpinismo. Con oltre 200 anni di storia a lei, all’allora fabbro di Courmayeur Henry Grivel, e all’inventiva dell’ingegnere inglese Oscar Eckenstein, si deve l’ideazione del rampone. Da sempre sinonimo di qualità e innovazione questa piccola realtà valdostana esporta più del 90% della produzione in oltre 50 Paesi, facendosi portabandiera nel mondo di tradizione e qualità italiana.

Oggi alla guida dell’azienda troviamo Oliviero Gobbi, nipote del poliedrico Toni Gobbi. Scialpinista e alpinista di talento, Toni ha rivoluzionato il mestiere di guida alpina (Nel 2019 la sua vita è stata raccontata in una mostra allestita presso la sede delle guide di Courmayeur). Nel 2018, con le celebrazioni per i duecento anni di Grivel, Oliviero prende le redini dell’impresa. In un paio di stagioni la comunicazione cambia, si sposta sul digitale e inizia a raccontare qualcosa di nuovo. I due secoli di storia diventano bagaglio con cui immaginare il futuro, con cui spingersi ancora una volta verso un terreno sconosciuto, come fanno ogni giorno alpinisti ed esploratori che si affidano allo storico marchio.

Oliviero, partiamo da una domanda personale. Da appassionato di montagna, e non solo da amministratore, cosa significa essere a capo di Grivel?

“Penso che il nostro sia un mercato tribale, di appartenenza. Oltre alla passione credo che per lavorare bene sia fondamentale praticare le attività. Io, nel mio piccolo, cerco di praticarle tutte. ‘Giocare’ in prima persona ti permette di vivere l’outdoor in modo importante, di poterti relazionare al tuo pubblico in modo più agile: sei uno di loro. Dall’altra parte è un grande aiuto a livello produttivo. Puoi testare i prodotti in prima persona contestualizzando i vari feedback che ti arrivano da atleti e tester. Infine, penso che per poter gestire un’azienda che si occupa di prodotti legati a una passione, a un passatempo, sia necessario essere entusiasti per primi. Solo così la gestione può essere efficace al 100%.”

È importante essere parte della tribù, così si costruisce un rapporto diretto con il mercato. Ma è anche importante instaurare un legame tra atleta/ambassador e azienda, quanto?

“È molto importante. Prodotti, atleti e azienda sono collegati tra loro. Deve esserci un continuo scambio di idee, di comunicazione. Un rapporto diretto che permetta di avere una relazione quasi di tipo familiare.

Siamo un’azienda globale, presente in tutto il mondo, ma allo stesso tempo siamo molto piccoli. I nostri competitor hanno dimensioni di molto superiori alle nostre. Questo potrebbe essere uno svantaggio, ma dall’altra parte ci offre l’opportunità di fare cose che i grandi non possono fare. Un esempio concreto è il rapporto che abbiamo con i nostri atleti.”

Cioè?

“Un rapporto più intimo, più vicino, quasi familiare. I nostri ambassador sono amici. Cerchiamo di essergli vicini e di supportarli nei loro progetti, non solo attraverso la fornitura di materiali. Sono contenti di poter avere questo rapporto diretto con l’azienda, con me. Sono con noi perché vogliono essere con noi e sono sicuro che sarebbe questa la loro risposta se glielo si chiedesse.”

A proposito di rapporto diretto, sappiamo che esiste un chat dove gli alpinisti possono confrontarsi e dialogare attorno ai loro progetti…

“Questo è un punto su cui ho scommesso molto da quando ho preso in mano la gestione dell’azienda. Collegare tra loro gli atleti in giro per il mondo e avere un canale diretto attraverso un gruppo Whatsapp è il modo più rapido per tenere tutti informati. Direi che funziona, il gruppo che si è creato è coeso. Rappresenta un’opportunità in più di dialogo che ci ha permesso di arrivare all’attuale stile comunicativo dell’azienda.

Dopo aver rifatto il sito, nel 2019, abbiamo chiesto agli atleti di partecipare alla comunicazione, di inviare contributi, foto, storie.”

Le narrazioni su cui oggi Grivel spinge la sua comunicazione?

“Esattamente. L’idea è quella di collaborare con le persone che ci orbitano intorno per costruire insieme storie sulla loro attività, sui sogni, sui progetti e su molto altro. Il tutto poi veicolato attraverso il web e i social network.”

Ed ecco che arriviamo al cambio di stile comunicativo. La pandemia da Coronavirus ha contribuito?

“In parte si, anche se il virus ce lo saremmo tutti evitato volentieri.

Sicuramente la situazione ha velocizzato alcuni processi che già erano in corso, come il lancio dell’e-commerce. Avremmo voluto farlo nel 2021 poi, visto il clima, abbiamo deciso di accelerare riuscendo a pubblicare a fine maggio. Il lockdown di marzo e aprile, con il suo pesante shift verso il mondo digitale, ha poi offerto lo stimolo per dare corpo allo sviluppo del nostro sito internet che si è arricchito. Descrizioni prodotto estese e dettagliate, cinque lingue, molti più articoli e contenuti vari.”

Tirando le somme di quanto detto fin qua, oggi abbiamo due piani comunicativi. Giusto?

“Si, da un lato quella sul prodotto. Dove parliamo dei nostri materiali, del casco, del rampone, delle piccozze. Dall’altra parte comunichiamo l’azienda: chi siamo, cosa facciamo, come vediamo il mondo. Nel nostro settore lo fanno in pochi, ma credo sia importante definirci nel pensiero. Nel tempo noi abbiamo lavorato molto sulla narrazione della nostra storia, sul fatto che esistiamo dal 1818. Un valore importante, da non dimenticare. Penso però che oggi chi compra e apprezza Grivel lo faccia non solo per i duecento anni di vita ma anche è soprattutto per com’è oggi, per gli ideali che trasmette e per la sua visione delle cose. È un concetto su cui abbiamo lavorato molto, a cui io per primo tengo molto, e che finalmente ha visto la luce quest’autunno.”

“To each their own” è il vostro nuovo claim. A ognuno il suo, cosa significa?

“L’idea è quella di raccontare un mondo che non sia di sola performance, gradi difficoltà, tempi cronometrati. C’è anche quello, ovviamente. Ma vogliamo parlare di emozioni, trasferendo quel concetto che poi è basilare nell’approcciarsi alla pratica outdoor: ognuno può trovare la propria montagna da scalare e quando la trova vive una grande esperienza esteriore ma anche interiore. Che sia una 9b o un 5a, non cambia. ‘A ciascuno il suo’ non vuole suonare come ricerca del nichilismo, significa che c’è spazio per tutti e che quello che conta davvero è il valore personale di quell’esperienza, non il grado oggettivo. Ognuno faccia quello che si sente, l’importante è essere felici e soddisfatti del risultato.”

Una domanda attuale. A fine gennaio, per la prima volta dopo decenni, non ci sarà il consueto appuntamento di fine gennaio a Monaco di Baviera con la fiera di ISPO. Al posto si terrà, probabilmente una versione online, mancherà quindi l’incontro e l’opportunità di un dialogo diretto. Cosa ne pensi?

“Devo dire di non essere molto dispiaciuto. Sono sicuro che le fiere siano nate in un mondo diverso da quello attuale. Un tempo rappresentavano l’unica occasione di contatto tra azienda e cliente. Tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta capitava che accompagnassi mio padre alle esposizioni. Ero ancora uno studente ma ricordo che si lavorava e si facevano tantissimi ordini. C’era ressa per poter vedere i nuovi prodotti. Oggigiorno, coronavirus a parte, la fiera è rimasta ma non si è aggiornata ai tempi, ai nuovi metodi comunicativi, così ha perso una parte della sua importanza.”  

Farete comunque una presentazione delle novità?

“Certo, online probabilmente.”

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