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“Quello che arriva sarà l’ultimo inverno difficile”. Intervista allo pneumologo Luca Richeldi (Cts)

L’aria di montagna fa bene, non c’è dubbio, ma chi ha avuto problemi al cuore, prima di andarci, ha bisogno di sottoporsi a un controllo. Nell’inverno che sta per iniziare, le attività sportive diverse dallo sci di pista, che non comportano situazioni affollate, possono essere praticate. Ovviamente con la dovuta attenzione”. 

Pochi medici italiani conoscono i nostri polmoni come il professor Luca Richeldi, direttore dell’Unità di Pneumologia del Policlinico Gemelli di Roma e presidente della Società Italiana di Pneumologia. Le sue valutazioni, come componente del Comitato tecnico-scientifico (CTS), influiscono fin dallo scorso inverno sulle decisioni del ministro Roberto Speranza e del Governo.

Nello scorso maggio, al termine del primo lockdown, in un meeting della Società Italiana di Pneumologia lei aveva parlato delle possibili conseguenze del Covid-19 sui polmoni dei pazienti guariti.

“Sì, ho detto e scritto che una parte dei guariti avrebbe sviluppato dei problemi respiratori cronici. Gli esiti fibrotici, cioè la cicatrice lasciata sul polmone dal Covid-19, possono comportare un danno respiratorio irreversibile, e in futuro potrebbero costituire una nuova emergenza sanitaria”.

Dalle sue dichiarazioni che ho citato sono passati sei mesi. Conferma quello che aveva detto allora? 

“Certamente sì. Oggi stiamo ancora studiando, abbiamo informazioni più precise, ma il quadro complessivo è lo stesso di sei mesi fa. Una minoranza dei pazienti guariti, compresa tra il 10 e il 20%, ha effettivamente sviluppato gli esiti fibrotici di cui parlavo”. 

Più volte, negli ultimi mesi, abbiamo letto sui giornali, o ascoltato in televisione o alla radio, che l’inquinamento atmosferico di alcune aree urbane, e in particolare di Milano, ha favorito la diffusione del Covid-19. Secondo lei è possibile?

“Finora è solamente un’ipotesi, non c’è nessuna prova scientifica di questo rapporto”.  

Diciotto anni fa il mondo ha conosciuto la SARS, un’altra epidemia che era segnalata per la prima volta in Cina. E’ stata un’esperienza utile per affrontare il Covid-19? 

“Non molto, perché la SARS in Europa non è arrivata, e noi europei l’abbiamo conosciuta solo attraverso la letteratura scientifica. Certo, la SARS è un’altra forma di coronavirus, probabilmente più aggressiva del Covid”.  

Cosa devono fare i pazienti che hanno subito dei danni dal Covid-19? Chi ama le camminate e la montagna può riprendere la sua attività?

“Tendenzialmente sì, con tutte le precauzioni del caso. Chi ha avuto il Covid-19, è guarito ed è stato dimesso, è già inserito in un programma di controllo, e viene sottoposto a test come esami radiografici del torace, prove di funzionalità respiratoria ed ecografie”. 

Come si deve comportare chi non è stato inserito in un programma di controllo, ma ha dei dubbi sull’attività che può svolgere?

“La prima prova da fare è una spirometria, per capire se la funzionalità del polmone è tornata al valore di base”. 

Il turismo di montagna, tra l’Otto e il Novecento, è nato anche per favorire la salute. Prima si sono sviluppate le terme, poi i grandi sanatori oltre i 1000 metri di quota come quelli di Pra’ Catinat in Piemonte, di Passy in Alta Savoia e di Davos in Svizzera. Si può pensare alla montagna, oggi, come a un luogo di cura?

“Il paragone con i sanatori non è corretto, perché quelle strutture servivano a curare la tubercolosi. Certo, l’aria di montagna fa bene, ma questo vale anche per quella di mare. Naturalmente chi non è più giovane, o ha avuto dei problemi respiratori o al cuore, prima di soggiornare oltre i 1000 metri di quota deve sottoporsi a dei controlli”.  

Professore, lei frequenta la montagna, sull’Appennino o sulle Alpi? 

“Sono nato a Modena, da bambino ho frequentato l’Appennino emiliano e romagnolo. Era una montagna fatta di grandi boschi, e di giochi. Poi l’ho sempre vista da lontano”. 

L’inverno che sta per iniziare sarà duro, tra qualche giorno la classificazione delle Regioni tra giallo, arancione e rosso verrà ridiscussa. Lei cosa pensa?

“Sono un inguaribile ottimista, e ritengo che questo sarà l’ultimo inverno così difficile. Il lockdown è una scelta difficile, settimane o mesi di sospensione delle attività economiche sono una strada difficile da percorrere. Il richiamo alle responsabilità di ognuno è importante, ma può non bastare”. 

In questi giorni si discute dei limiti allo sci di pista, e delle condizioni imposte dal Comitato Tecnico-Scientifico, di cui lei fa parte, alla pratica dello sci di pista. Si parla poco dell’altra neve, dallo sci di fondo alle ciaspole, che si pratica senza code agli impianti e senza funivie affollate…

“E’ vero, e penso che attività di questo tipo possano essere autorizzate, naturalmente se e quando sarà consentito spostarsi”.      

So bene che le riunioni del CTS sono riservate, però le chiedo se finora si è parlato di questo tema. 

“Finora no, e sarebbe giusto farlo. L’ideale sarebbe se venisse sollevato da una o più Regioni, o da una delle Province autonome. Gli interlocutori naturali del CTS sono loro”. 

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3 Commenti

  1. UNA GODURIA IN PIU’ :I CAMINETTI A LEGNA- E NON SOLO A GIUDICARE DA CERTI FUMI NERASTRI- IN CENTRI CITTADINI CHE ESALANO DAI CAMINI FUMI IRRITTANTI. ALLA FACCIA DELL’ECOLOGIA , DEL RIVESTIMENTO A CAPOTTO. DEI PANNELLI FOTOVOLTAICI..
    CI SONO LEGGI E REGOLAMENTI SU STUFE, CAMINI, QUALITA’ DEL LEGNAME OBIOMASSE ..MA CHI VOLETE CHE CONTROLLI?

  2. Penso che il problema siano i bar, i ristoranti, le tavole calde dove gli sciatori si ammassano quando vanno a sciare: ottimi centri di diffusione del virus, come le discoteche o gli stadi.
    Lo sci in se credo non c’entri con il contagio, se non per le code dove la gente non presta nessuna attenzione.

    Ma alla gente bisogna dire “no allo sci” perché non capisce se non obbligata.

  3. Basta regolamentare come ora bar e ristoranti…perché togliere la possibilità di ciaspolare o camminare sulla neve o fare sci di fondo o sci alpinismo???

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