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Turismo invernale, una stagione in bilico

Le ultime a chiudere, venerdì scorso, sono state la Val Senales e Solda. Le due località dell’Alto Adige avevano inaugurato la stagione senza le polemiche legate all’affollamento di Cervinia. Dopo il DPCM del 3 novembre, che riservava piste e impianti agli sciatori impegnati in gare nazionali e internazionali, erano entrate in un “quasi-lockdown” insostenibile economicamente. A farle chiudere è stato l’ingresso dell’Alto Adige in zona rossa, voluto da Arno Kompatscher, presidente della Provincia di Bolzano, e ratificato dal Governo. 

I giorni che attraversiamo sono difficili per tutti. E lo sono ancor di più per il mondo del turismo invernale, in Italia e in Europa. Nella diffusione iniziale del Covid-19, tra febbraio e marzo, hanno avuto un ruolo le località sciistiche (Les Contamines-Montjoie, Ischgl nel Tirolo austriaco, poi anche le italiane), che in quei giorni erano molto affollate.

L’inverno 2020-2021, dopo un’estate in cui la montagna è stata presa d’assalto, doveva vedere il rilancio del turismo sulla neve. Il ritorno della pandemia, con la divisione di Regioni e Province autonome tra giallo, arancione e rosso ha creato nuovamente il caos. Le prime bordate, già a ottobre, sono arrivate da medici che vediamo spesso sui media. “Mi sembra difficile che quest’anno si possano utilizzare gli impianti” ha detto Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, a un evento della FISI. “Scordiamoci le vacanze sulla neve, il rischio di contagio è troppo alto” ha rincarato la dose Antonella Viola, dell’Università di Padova.

 Chi ha una responsabilità pubblica deve pesare le parole. Le aziende che vivono di neve possono veder compromesso il loro diritto a una vita dignitosa” ha protestato Andrea Formento, presidente di Federfuni, una delle associazioni dei gestori degli impianti. “Siamo pronti ad aprire, ma se il Governo ha deciso di farci restare chiusi anche a Natale ce lo deve dire subito. Siamo imprenditori, ma dobbiamo essere responsabili, e non aggravare il lavoro di pronto soccorso e ospedali” ha aggiunto sabato Valeria Ghezzi, presidente dell’ANEF, l’altra associazione degli impiantisti, intervistata da Davide Costa per La Nazione. 

L’industria della neve

E’ utile ricordare che l’industria della neve è un gigante. Nell’inverno 2018-’19, 10,6 milioni di italiani hanno trascorso una vacanza in montagna, spendendo 7,3 miliardi di euro tra alberghi, ristoranti, skipass, scuole di sci e noleggi. Gli impianti, che danno lavoro a 12 mila persone, hanno fatturato 1,2 miliardi. Considerando l’indotto, gli occupati dell’industria bianca in Italia sono circa 400 mila. 

Non c’è da stupirsi che il Governo, che si è fatto cogliere impreparato dalla ripresa del virus, non abbia pensato al turismo invernale. Arno Kompatscher, dalla fine dell’estate, si è consultato con i suoi colleghi austriaci e svizzeri. La sua Giunta, però, ha sempre atteso le linee-guida da Roma. In materia di sicurezza sanitaria, l’industria dello sci ha iniziato a darsi da fare da sola. Superski Dolomiti propone da mesi skipass acquistati con carta di credito e recapitati in hotel, termoscanner, sistemi interattivi e steward contro le code, rimborso degli abbonamenti in caso di chiusure forzate, numero chiuso per corsi di sci e rifugi. 

Il confronto tra Regioni, Province, gestori degli impianti e Governo è riservata. Per quel che sappiamo, il Comitato Tecnico-Scientifico ha proposto un numero chiuso di 150 skipass a giornata. Anche se l’impostazione è corretta, la cifra (a Plan de Corones gli skipass sono in media 15.000 al giorno) la rende inaccettabile dal punto di vista economico. La trattativa è in corso, ed è chiaro che l’inizio o meno della stagione dipenderà dall’andamento generale della pandemia. 

Sabato Luigi Bertschy, Assessore agli impianti a fune della Regione Valle d’Aosta, ha annunciato ad Alessandro Mano de La Stampa di “star cercando una data comune per l’avvio della stagione in tutto l’arco alpino”. Ad Aosta si lavora anche per potenziare le strutture sanitarie. “Ci aspettiamo una stagione dello sci con un calo delle presenze tra il 30 e il 40 per cento” aggiunge Bertschy, “e questo farà calare il numero di infortuni, e la pressione sul sistema”. La Toscana e il Trentino hanno già iniziato a stanziare contributi a favore dei gestori degli impianti e di altre categorie colpite dalla crisi. 

Nelle prossime settimane, quando le temperature caleranno, le stazioni devono iniziare a “sparare” neve artificiale, per creare un fondo sulle piste. Se non lo faranno, rischiano di non aprire. Se lo faranno e resteranno i divieti, butteranno milioni di euro. “Finché non verrà nuovamente garantita la mobilità tra Regioni, non ha senso pensare di avviare la stagione” taglia corto Valeria Ghezzi di ANEF. 

In questo momento di attesa, le stazioni invernali e gli enti di promozione sembrano divisi tra due linee. Roberto Failoni, Assessore al turismo della Provincia di Trento, continua a parlare un’apertura il 15 dicembre. Sul sito del turismo a Livigno, in Lombardia, compare ancora il 28 novembre come data di apertura di piste e impianti. 

Ha una linea diversa la Provincia di Bolzano, che ha chiesto la zona rossa per affrontare l’emergenza sanitaria, e per sperare di arrivare in condizioni migliori a dicembre e al Natale. Sembra aver fatto la medesima scelta Marco Marsilio, presidente dell’Abruzzo, che ha chiesto il passaggio immediato della Regione in zona rossa. 

Oltre alla speranza di riaprire, su queste scelte, pesa la questione dei “ristori” promessi dal Governo Conte a professionisti e imprenditori, e che dovrebbero essere più consistenti tanto peggiore sarà la condizione dei territori interessati.  

Un altro modo per vivere la montagna in inverno

In attesa che la situazione si evolva, c’è una cosa importante da dire. Come i nostri lettori ben sanno, accanto al turismo delle piste e degli impianti, esistono modi diversi di vivere la montagna invernale. Lo sci di fondo, le escursioni con le ciaspole, lo scialpinismo e le passeggiate sui sentieri invernali battuti non comportano file agli impianti o alle seggiovie, o risalite in cabinovie e funivie. E’ un mondo che la politica nazionale ignora, e che per Regioni e Province è spesso secondario rispetto allo sci di pista. Ma è un mondo che cresce, che conta, e che in alcune località (penso a Cogne e a Pescasseroli, ma ce ne sono decine) porta un buon fatturato alle strutture ricettive.

Se a Natale e anche dopo saremo tutti in lockdown la montagna dovrà comunque aspettare. Se la situazione migliorerà nettamente, anche lo sci di pista potrà ripartire. In una situazione intermedia, però, la montagna naturale, alternativa e sicura rispetto al Covid potrebbe comunque funzionare. 

Mi auguro che Stato, Province e Regioni inizino a pensare anche a queste attività, con regole dedicate, e con una promozione turistica. Il tema riguarda il CAI, i Parchi, le guide alpine e molti altri. Quest’inverno vogliamo invitare in montagna migliaia di persone che non la conoscono, e magari non vogliono imparare a sciare” dice Jean-Marie Silva, direttore di France Montagnes, che raggruppa tutte le aziende del settore. Sentiremo voci come la sua anche in Italia?  

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6 Commenti

  1. Bene hanno fatto tutti quelli che hanno approfittato della prima neve per le prime pellate, per molti, per la maggior parte purtroppo, resteranno le uniche fino a data da destinarsi….ci preoccupiamo tanto di trovare una soluzione per salvare l’industria bianca anche correndo rischi sanitari per il fattore economico…giustissimo affrontare la questione…però le altre attività più naturali e meno invasive e più sicure da un punto di vista virus, nelle zone rosse ed arancioni rimangono relegate ad attività di serie B…..che tristezza.
    Torneremo ad essere gialli tutti non perchè il virus gira di meno…ma per il Dio denaro….

  2. Chissà se qualche località a questo punto avrà il coraggio di virare sull’ outdoor o se continueranno a parlare di sci di pista e basta. La situazione è chiara: neve sempre meno, soldi sempre meno, ora ci si mette anche un virus che per qualche stagione (si spera solo qualche) limiterà le possibilità di stare stipati in una gabbia metallica di risalita. Con tutto quello che la montagna offre forse iniziare ad aprire gli occhi e non seguire solo le politiche e le imposizioni degli impiantisti è un fatto dovuto…

  3. Oltre allo sci autdoor ben distanziati, c’e’l’indoor con vari macchinari progettati per tenere il corpo in esercizio presciistico.
    Alcuni attrezzi sono costosi ed imponenti, altri minimali e di poco prezzo.
    Persino esercizi a corpo libero..in casa o in luoghi isolati.
    Magari nevicasse pure in pianura…solo dove non crea problemi(argini di fiumi..strade di campagna ,) Esageriamo:pure canali ghiacciati! C’e’pur sempre skiroll o pattinaggioin linea ..cercando zone adatte.

  4. Ciao. Meglio aprire gli impianti, altrimenti ci troviamo migliaia di improvvisati ski alper ,che intasano gli intinerari!! e dopo ci troviamo i vigili che ci fermano perchè siamo in troppi.

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