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Ghiacciaio dell’Adamello. Un nuovo crollo conferma lo stato di sofferenza

Il ghiacciaio dell’Adamello continua a mostrare segni di sofferenza. Agli inizi di gennaio, gli esperti hanno evidenziato un nuovo crollo in corrispondenza di una lingua periferica, detta effluenza del Corno di Salarno. Una scoperta fortuita, realizzata dall’ingegnere ambientale Amerigo Lendvai, membro dell’associazione Servizio Glaciologico Lombardo (SGL), durante una escursione scialpinistica. Un nuovo segnale d’allarme che fa comprendere quanto la salute dei ghiacciai alpini si stia degradando a grande velocità, in conseguenza dei cambiamenti climatici.

Proprio in virtù del suo sempre più evidente stato di sofferenza, il ghiacciaio dell’Adamello, che rappresenta anche il più vasto delle Alpi italiane, è stato scelto dalla Rete delle Università sostenibili insieme al Club alpino italiano e al Comitato glaciologico italiano come luogo simbolo in cui sottoscrivere un documento in difesa del clima: la “Carta dell’Adamello”. Negli ultimi 15 anni sono andati già perduti ben 24 metri di spessore del ghiaccio, equivalenti a 1.440 millimetri di acqua persi su base annua.

Attraverso una analisi fotografica comparativa, è stato possibile retrodatare il distacco notato a inizio gennaio dall’ingegnere Lendvai allo scorso autunno. Nelle immagini risalenti a metà settembre 2019, il ghiacciaio appare infatti ancora intatto. Il crollo si sarebbe verificato orientativamente tra fine settembre e fine ottobre, prima della caduta delle prime intense nevicate di novembre.

Un crollo non eccezionale

L’evento in sé, come si legge sulla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo, non è da considerarsi eccezionale. “Il canale nel quale si incunea questa lingua di ghiaccio è talmente ripido che crolli di questo tipo non sono un’eccezione, sono diventati rari negli ultimi anni ma sono stati la norma per moltissimi anni tanto che alla base del canale è ancora presente un conoide di ghiaccio rigenerato alimentato dai frequenti crolli”.

Ciò che resta al momento incerto è l’evoluzione della lingua di ghiaccio nei mesi futuri. Bisognerà monitorare il ghiacciaio per comprendere “se la fronte ha raggiunto una nuova posizione di stabilità oppure se questo crollo stimolerà una dinamica più rapida del flusso di ghiaccio con altri episodi di crollo. Si tratta comunque di un interesse prettamente scientifico visto che la zona a valle è relativamente remota e ben nota ai pochi alpinisti che la frequentano”.

Agli occhi dei meno esperti, crolli significativi da masse glaciali possono apparire facilmente come catastrofici. Ancora una volta il SGL tiene a sottolineare che “solo in rare occasioni esiste una correlazione diretta fra l’aumento delle temperature e crolli di ghiaccio”.

“Anche in questo caso la correlazione non c’è, almeno in modo diretto ed evidente, ed i motivi sono legati alla morfologia del canale dove si muove il ghiacciaio. Lo ripetiamo, anche se ogni tanto, come in questo caso, perdono qualche pezzo, i ghiacciai non scompaiono per questo, ma a causa della fusione accelerata provocata dalle alte temperature estive”.

La graduale scomparsa dei ghiacciai

La scomparsa dei ghiacciai è un fenomeno graduale, come ha sottolineato anche Lendvai al quotidiano Il Dolomiti.it. Non sono i fenomeni facilmente visibili all’occhio umano, quali i distacchi valanghiferi, a dover allarmare. Ma l’assenza di un controbilanciamento alla perdita di tale massa.

“Negli ultimi 30 anni le annate positive, ossia quelle in cui i ghiacciai sono aumentati di volume, si contano sulle dita di una mano – ha spiegato l’ingegnere -. Gli ultimi 5 anni, ossia dal 2015 al 2019, sono stati assolutamente negativi, molto più rispetto al passato”.

Per avere un bilancio positivo, i ghiacciai necessiterebbe del persistere a fine estate di parte della copertura nevosa dei mesi invernali. Tale strato, resistendo fino all’anno successivo, potrebbe trasformarsi in ghiaccio. Risulta chiaro che non siano tanto le nevicate invernali quanto le temperature estive a gravare su tale somma algebrica.

“D’inverno, infatti, possono accumularsi molti metri di neve, ma se d’estate a 3.000 metri c’è assenza di rigelo notturno con condizioni di umidità relativa elevata, allora quella neve è destinata a scomparire con una velocità di decine di centimetri al giorno. In inverno le precipitazioni possono anche essere buone, ma le estati sono ormai troppo calde“.

Il futuro del ghiacciaio dell’Adamello

Sono ormai 4 anni che il ghiacciaio dell’Adamello appare privo di neve a fine estate. I dati più preoccupanti a tal riguardo emergono da uno studio dell’Università di Brescia coordinato dal professor Roberto Ranzi. Attraverso l’analisi dei dossier climatici dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico), i ricercatori hanno stimato che qualora il trend termico degli ultimi anni si mantenesse costante nel tempo, l’Adamello potrebbe avere soltanto più 70 anni di autonomia. Con un po’ di ottimismo, come ha concluso Lendvai, potremmo al massimo immaginarne la sopravvivenza, seppur in dimensioni estremamente ridotte, fino a fine secolo.

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