Rifugi

In Himalaya nasce grazie a degli abruzzesi il bivacco David Lama

Completata anche la ferrata che ne consente il raggiungimento

Nasce da una collaborazione tra Italia, Austria e Nepal il Bivacco “David Lama”, arroccato a 5.100 m sulla roccia dell’icefall del Drolambau glacier, ai piedi del Thashi Lapcha, una vetta remota dell’Himalaya. Idea iniziale era di posizionarlo a quota 5.800 m, rendendolo così il rifugio più alto d’Himalaya. Per questioni di sicurezza è toccato abbassare la quota. Un progetto in ogni caso lontano dai record, nato dalla sinergia tra l’ideatore austriaco Josef Einwaller, l’associazione teramana Explora Nunaat International e l’agenzia di trek nepalese Dreamers Destination, con la finalità di incrementare la sicurezza dei portatori locali.

Il team italiano impegnato nella spedizione “The Sky’s Way to Sagarmatha / Everest” ha lasciato l’Abruzzo lo scorso 19 ottobre per collaborare alla realizzazione del bivacco e terminare i lavori sulla ferrata che ne consente il raggiungimento, ribattezzata “Via del Cielo”. Dagli Appennini hanno raggiunto quella che il capospedizione Davide Peluzzi chiama “la Cenerentola di Himalaya”: il Rolwaling Himal. Una valle poco nota del Nepal, ancora ricca di vette vergini, che ha rapito il cuore di Davide 10 anni fa. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare qualche dettaglio dell’impresa appena conclusa e comprendere come sia iniziata questa storia che vede uniti da un filo invisibile Appennini e Himalaya.

Partiamo dal bivacco. Inizialmente avreste dovuto chiamarlo “Austrian hut”, c’è un motivo particolare per cui avete deciso di intitolarlo a David Lama?

“Il progetto di realizzazione sia del bivacco che della ferrata è nato 3 anni fa. Fino a quest’anno il proposito era effettivamente di chiamare la struttura “Austrian hut”, semplicemente rifugio austriaco, con rimando al finanziatore Josef Einwaller. Poi la tragedia dell’Howse Peak ha cambiato le cose. David avrebbe dovuto partecipare con noi a una spedizione finalizzata all’apertura di una nuova via su una cresta del Tengi Ragi Tau, poco distante dalla zona in cui si erge il rifugio. E così gli amici austriaci hanno ben pensato di intitolare a lui la struttura. Proposta su cui non abbiamo potuto che essere d’accordo”.

Hai fatto cenno a finanziamenti. In termini di budget, come avete pianificato la realizzazione di ferrata e bivacco?

“È stato un gioco di squadra tra Italia, Austria e Nepal. Ognuno ha messo ciò che poteva, in termini di mezzi e possibilità economiche. Una sinergia sviluppata in 10 anni, un lungo periodo in cui nel Rolwaling Himal abbiamo avviato in maniera congiunta anche attività di ricerca”.

Spiegaci meglio…

“Dieci anni fa la società Explora, di cui sono fondatore e Presidente, era impegnata in ricerche sulle popolazioni di etnia artica, in collaborazione con alcune università. Tra il 2006 e il 2008 avevamo condotto delle spedizioni in Groenlandia. Il Rolwaling Himal è diventato secondo step di tali ricerche. Negli anni abbiamo pubblicato anche su riviste scientifiche importanti quali Nature, studi sulla fisiologia delle popolazioni locali, per comprendere meglio i meccanismi dell’adattamento all’alta quota. In parallelo alle attività scientifiche abbiamo iniziato a condurre progetti finalizzati a portare sviluppo, direi una rinascita di una regione sconosciuta ai più.

Il legame creato tra Appennini  e Himalaya l’ho anche in un certo senso messo su carta. Ho collegato le due regioni su una cartina attraverso il percorso Bonatti e ho sottoposto l’idea di questa connessione tra due catene montuose così distanti nello spazio, al Parco del Gran  Sasso”.

L’Austria in tutto ciò quando è entrata in gioco?

“Sia noi italiani che il team austriaco ci siamo trovati in Himalaya con lo stesso proposito, quello di aiutare le popolazioni locali. Così abbiamo unito le forze per far sì che in dieci anni il Rolwaling diventasse una valle importante. Abbiamo affrontato insieme anche il devastante terremoto del 2015, cercando di essere quanto più di supporto agli abitanti dei villaggi.

Adesso è l’unica valle in Himalaya ad avere un rifugio in alta quota e una via ferrata. Tra l’altro questa regione, compresa tra l’Everest e il Gaurishankar, rappresenta anche la nuova frontiera dell’alpinismo. Le vette ancora inviolate e innominate sono innumerevoli”.

Il bivacco è anche legato alle vostre attività scientifiche?

“L’altitudine cui è posto lo rende un ottimo luogo in cui condurre ricerche sulla fisiologia d’alta quota. Non è da escludere quindi un utilizzo a scopo scientifico. Tra l’altro ne ho avuto modo di parlare personalmente con l’astronauta Nespoli che mi ha espresso il suo interesse nell’utilizzo della struttura per la preparazione degli astronauti in ambiente ipossico. Ma non è nato primariamente per tale scopo”.

Eravate alla ricerca di un record?

“Assolutamente no. E neanche di business. Altrimenti avremmo pensato magari di realizzarlo sull’Everest! Preferirei definire il rifugio e la ferrata come due regali per il popolo Sherpa. Abbiamo regalato loro anche il trapano utilizzato per i lavori. Tra l’altro sono convinto che quando ci si pone nell’ottica di realizzare un record, scattano le competizioni. Non ci saremmo mai riusciti insomma a fare ciò che abbiamo fatto, cooperando”.

In che senso “regalo per gli Sherpa”?

“Ferrata e rifugio non sono nate per fornire ausili agli alpinisti occidentali. Poi ovviamente il bivacco è aperto a tutti, per definizione. Li abbiamo realizzati per proteggere vite. L’economia locale è legata essenzialmente al turismo e il lavoro degli Sherpa è logorante.

La preoccupazione fondamentale, quando ti rechi in queste zone e vedi ragazzi sui 20 anni impegnati a trasportare decine di chili di materiale su percorsi pericolosi, è che non si facciano male. Basti pensare che la parte superiore della parete lungo cui corre la ferrata è chiamata ‘la bomba’. In tanti sono morti lassù. Viene spontaneo pensare di fare qualcosa per agevolare il loro lavoro”.

C’è un episodio in particolare che ti ha fatto comprendere di dover intervenire?

“Sì. Durante una spedizione nel Rolwaling vidi 3 portatori scoppiare a piangere disperati. Avranno avuto 16/17 anni. Era un aprile freddo, molto nevoso. C’era parecchio ghiaccio e bufere continue. Eravamo sullo sperone roccioso su cui si sviluppa oggi la ferrata che conduce al bivacco. Mi sentii così responsabile che una volta rientrato a Kathmandu, in risposta al Sottosegretario alla Cultura che mi chiedeva un commento sull’Himalaya, dissi ‘No, io ti racconto della gente, dei portatori, delle condizioni  in cui vivono questi ragazzi’.

Sentivo di dover fare qualcosa. E così sono iniziati i progetti. Abbiamo iniziato con la costruzione di un acquedotto, ricostruzione di case. Nel mentre andavano avanti le ricerche e intessevamo rapporti umani”.

Se fossi nato sulle Alpi pensi che ti saresti innamorato nello stesso modo di questa ‘Cenerentola d’Himalaya’?

“Rispondo con un aneddoto: anni fa Mingma G. Sherpa mi chiese ‘Perché sei qui?’. La mia risposta fu la seguente: ‘Perché il posto in cui sono nato è molto simile. Ci sono gli stessi problemi, solo che le montagne sono molto più basse’”.

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5 Commenti

  1. Tutto molto bello e lodevole, ma a quella quota, nella valle nepalese del Khumbu, ai piedi del Campo basr Everest , ci siono i lodges di Gorak Step, posti ad 5150m, perció il bivacci in questione non é certamente il piú alto del mondo.Oltretutto sulle Ande ci sono 2 strutture fisse , una sull’Ojos del Salado ed una sull’Aconcagua poste ad oltre 5300m, ben piú in alto del nuovo bivacco succitato.

  2. Ammirevole! Un esempio di solidarietà e di amore. Credo che chi ha vissuto difficoltà come si vivono nel nostro sud può comprendere… Grazie di questo dono. Congratulazioni e complimenti! Vi ammiro!

  3. Complimenti x la realizzazione del bivacco concordo su tutta l iniziativa… e ammiro chi riesce a creare cose buone x il popolo Nepalese!!

  4. Complimenti x L’iniziativa, la solidarietà va sempre sostenuta non sempre è scontata, che sia da spunto ad altre attività come la vostra.

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