Arrampicata

Visualizzazione, step essenziale del training per una sfida Lead – Adam Ondra Road To Tokyo

Cosa si fa poco prima di una sfida internazionale di arrampicata Lead? Questa la domanda cui fornisce una risposta l’episodio numero 39 della serie “Adam Ondra – Road to Tokyo”. Ci si dedica a un esercizio mentale che si definisce “visualizzazione”.

Concentrarsi nell’analisi dei movimenti da affrontare lungo una via, immaginarli con precisione, memorizzarli e poi partire all’attacco in parete.

Visualizzazione, una parte importante del training

“La visualizzazione rappresenta una parte importante dell’allenamento ed è assolutamente cruciale nelle competizioni”, afferma Adam in apertura di video, anticipando i motivi per cui è abituato a inserire la visualizzazione nella lista di esercizi pre-sfida.

Con l’aiuto del tracciatore ceco Martin Jech, si prepara a delle sessioni di 6 minuti di osservazione dei tracciati, per poi scattare in parete cosciente dei movimenti da compiere. Esercizi importanti perché insieme a Martin si sta preparando alla qualifica olimpica di Tolosa, in programma a fine novembre. Compito di Jech è rendere complesso il lavoro mentale di Adam, tracciando dei percorsi “brutali”.

6 minuti per memorizzare il tracciato

“In 6 minuti riesco a immagazzinare ogni presa che dovrò affrontare”, dice fiducioso Ondra pronto alla sfida.

Nel primo minuto di osservazione si parte da una analisi visiva rapida e generale del percorso, identificando punti chiave e punti sosta. Poi si scende nel dettaglio, studiando presa dopo presa. Uno step che Adam conduce in solitaria o in gruppo, a seconda dei casi. Quando si ritrova a farlo da solo, la discussione collettiva viene rimandata al momento in cui ci si riunisce in team nella isolation zone.

Anche tale fase viene simulata in vista di una competizione, ricreando in palestra una isolation zone in cui ragionare sulle sezioni. Una fase di carta, penna e memoria in cui il tracciato viene letteralmente disegnato su carta per studiare ogni ipotesi di movimento.

Adam ha osservato per 6 intensi minuti la via realizzata per lui da Martin, con il sorriso e la convinzione di chi, già al secondo minuto di osservazione, ha chiaro cosa fare. Come procedere, dove prendere respiro, dove stare maggiormente attento e non mollare. Martin dalla sua appare convinto di aver creato un percorso nato appositamente per far cadere i climber. Ricco di passaggi “unpleasant”, decisamente spiacevoli. Non resta che vedere chi abbia ragione tra i due.

Si sale in parete

Una volta in parete bisogna confrontare in frazioni di secondo le proprie idee di salita, elaborate nella isolation zone, con la realtà dei fatti. “A volte nei punti di sosta, in pochi secondi, guardo in alto alla sequenza successiva e può capitare che io debba modificare i piani e rendermi conto che avevo sbagliato a immaginare il passaggio successivo”.

Intuito, pianificazione, attenzione, flessibilità. Elementi necessari ma non sufficienti ad evitare una caduta. “Ma credo che se affrontassi una simile salita in gara potrei ottenere un buon risultato”, conclude con ottimismo Adam, sottolineando che è sotto pressione che si dà il meglio di sé.

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