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Arrampicata

I comix di Caio, dove il fumetto incontra la montagna: “Prendo in giro vizi e manie dell’arrampicatore comune”

Il 18 settembre, nell’ambito della Milano Montagna Week, settimana in cui il capoluogo lombardo è diventato teatro di numerosi eventi dedicati al mondo montagna e all’outdoor, il fumettista Claudio Getto, meglio noto come Caio Comix, ha presentato il suo ultimo libro dedicato al mondo dell’arrampicata.

“Ancora qui senza divertirci!”, un titolo che fa chiaramente seguito al primo volume “Siamo mica qui per divertirci!” (2008). Un secondo album di vignette che mettono a nudo vizi e manie della tribù degli arrampicatori comuni. Una tribù cui lo stesso Claudio appartiene. “In 21 anni di ‘lavoro’ ho attrezzato circa mille tiri”, si legge sul suo sito ufficiale.

Arrampicata e fumetto rappresentano due passioni che hanno corso per un certo tempo della sua vita in parallelo fino a incrociarsi. Abbiamo deciso di farci raccontare più nel dettaglio questo percorso che lo ha portato ad una inaspettata notorietà tra arrampicatori e scialpinisti, non solo a livello nazionale ma anche all’estero.

 

Cosa è venuto prima, il disegno o l’arrampicata? 

“Bella domanda. Devo dire che hanno avuto strade diverse che a un certo punto si sono incrociate. Perché il disegno uno lo fa da sempre, anche da bambino. Tutti facciamo disegni, poi magari non si diventa artisti. Io ho sempre avuto una particolare predisposizione che ho poi coltivato nel tempo, disegnando altre cose, non di montagna.

Quando poi ho iniziato a scalare, e soprattutto a collaborare alla realizzazione di guide di arrampicata agli inizi degli anni Novanta, mi sono reso conto di quanto tali volumi potessero essere noiosi, pieni di numeri e tecnicismi. E allora, dato che sono un gran curioso, un osservatore che ama guardare la gente per puro spirito di osservazione, ho iniziato a tradurre in disegni alcuni atteggiamenti che mi colpivano degli arrampicatori. Immagini molto semplici, per arricchire le guide”.

La reazione del pubblico qual è stata?

“Mi sono reso conto che agli arrampicatori piaceva. La gente guardava le vignette e rideva e allora mi sono detto ‘ magari ci faccio un libro’. Che poi quello dell’arrampicata è solo uno degli ambienti in cui mi muovo. Ci sono anche gli scialpinisti. Di loro ne ho parlato in “Anche le foche ridono”, il mio libro del 2017. La dinamica è la stessa: prendo in giro vizi e manie”.

Quando si parla di vignette si pensa sempre ad un artista che ha il dono di poggiare la matita sul foglio e in tre secondi convertire in immagine una idea. Quanto tempo hai investito nella realizzazione di “Ancora qui senza divertirci!”?

“Assolutamente no. A parte che io non penso di saper disegnare poi così bene. In media per un mio disegno impiego una giornata. Quindi per 96 disegni fai un po’ il calcolo!”

Sono nati prima i 96 disegni o l’idea del libro?

“Siccome quella del fumettista non è la mia attività principale, e di conseguenza non ho delle scadenze del tipo ‘devo far uscire un libro entro tot, mettiti lì e lavoraci a tempo pieno spremendoti le meningi!’, ho collezionato una serie di idee nel tempo.

Quando mi viene uno spunto in mente lo disegno. Butto giù un appunto, solo per ricordarmi in un secondo momento il soggetto della mia idea. Quando sono arrivato ad avere circa 150 spunti mi sono detto ‘Ok, faccio il libro’. La scadenza non è derivata da un proposito preciso, ma proprio dall’aver raggiunto un quantitativo idoneo di contenuti”.

Nei mesi scorsi hai disegnato una vignetta dedicata a “Free solo” di Alex Honnold. Eppure i personaggi celebri non compaiono praticamente mai nei tuoi disegni. Come mai?

“Le mie vignette nascono dall’analisi degli atteggiamenti dell’arrampicatore comune, il chiodatore comune, o come dicevamo poco fa, scialpinista comune. Perché sono quelle categorie di cui posso sentirmi parte anche io. Sono parte della tribù che mi dà spunto, che vedo tutti i giorni”.

L’arrampicatore comune è pronto a ridere di se stesso?

“Per darvi risposta, riporto una esperienza per me straordinaria che mi è capitata quando frequentavo un rifugio che era la base di una palestra di arrampicata, in cui erano esposti i miei disegni. Vedevo capannelli di persone che, riunite davanti a tali vignette, si divertivano, si riconoscevano. E per riconoscersi intendo proprio che c’era chi diceva ‘guarda c’è Mario’ oppure ‘Questi siamo noi’. Per me è stato uno dei riconoscimenti maggiori. Ho capito di essere riuscito nel mio intento.

Poi c’è lo 0,01% che non capisce la battuta e si offende addirittura. Ma è davvero una percentuale risibile che ti fa pensare ‘è un problema tuo, non mio’. Non credo che si possa fare qualcosa di universalmente apprezzato, vale anche per i più grandi capolavori dell’arte, figurati per queste fesserie!”

Mettendo per un attimo da parte Caio, chi è Claudio Getto nella vita di tutti i giorni?

“Nella vita di tutti i giorni, nella mia versione seria, sarei un grafico pubblicitario. Ho lavorato per 20 anni con Armando Testa, una agenzia pubblicitaria di Torino. Per 8 anni sono stato direttore creativo alla Fila Sport di Biella e poi mi sono messo in proprio. Ho aperto una attività da grafico freelance e a tempo perso sono un disegnatore.

Ad essere precisi, all’inizio la mia passione per le vignette la potevo definire tempo perso. Ora si sta trasformando in un impegno. Una attività che svolgo abbastanza a pieno ritmo, sempre con immenso piacere e divertimento, collaborando anche con riviste, producendo libri, poster, disegni”.

Progetti in cantiere per il futuro? Stai per caso lavorando anche ad un nuovo libro sullo scialpinismo?

“Sicuramente verrà il momento di un secondo libro sullo scialpinismo. Ma ho anche altre idee, ad esempio nuovi poster. Ho in particolare un progetto in mente, su cui devo ancora ragionare bene. Una idea che mi stimola da anni. Non vorrei farvi immaginare cose volgari ma si tratta di un libro sull’erotismo di montagna. Il punto di partenza è che la montagna si presta a doppi sensi, a giochi di parole. Niente di pornografico in ogni caso. L’erotismo è ben altra cosa”.

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