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Attualità, Primo Piano

Il Cammino Materano, cinque vie attraverso Puglia e Basilicata

Il secondo numero della nuova testata Meridiani Cammini è in edicola da oggi ed è dedicato al Cammino Materano.

Un cammino attraverso Puglia e Basilicata, che unisce strade secondarie romane, vie medievali, tratturi e sentieri, per riscoprire un territorio di grande bellezza. Cinque diverse vie, tutte dedicate alle popolazioni preromane del Sud Italia, ad eccezione della Via Sveva, dedicata alla straordinaria figura di Federico II.  In allegato, la cartina con tutti i percorsi.

 

A presentarci il numero, il Direttore Walter Mariotti.

Alla ricerca del vuoto. Potrebbe essere lo slogan della nostra epoca, dopo decenni d’ideologia di pieno, di consumo, di surplus da realizzare in ogni aspetto della vita. È come se per una strana legge di gravità la realtà si fosse d’un tratto capovolta e avesse iniziato a girare al con- trario. Celebrando la ricerca del silenzio interiore come obiettivo non solo etico ma quotidiano. Dallo yoga al coaching, oggi l’Occidente consacra la ricerca del vuoto come via privilegiata per tornare a sé, per ricongiungersi a quella mitica dimensione originaria che promette il senso che la propaganda del pieno non ha mantenuto. Con tutto il rispetto, in queste pagine si propone una strada opposta. Provare sempre a raggiungere il vuoto ma cercandolo fuori, non dentro di sé.

Il Cammino Materano è prima di tutto questo: non una strada antica, devozionale, sacra, ma un esperimento contemporaneo, laico e ascetico assieme. Attraversare una realtà (ancora) quasi sconosciuta, l’Italia interna del Sud, che offre l’esperienza del vuoto perché non si è mai sottomessa alla retorica del pieno, agli stereotipi del consumo, alla pubblicità del progresso per anni vincente. Un vuoto che passo dopo passo è evidente, straniante, a tratti perfino inquietante. Metafora di una geografia sociale ma prima di tutto emozionale, il Cammino Materano resta una delle poche esperienze capaci di mostrare una delle nostre altre facce, quella da cui siamo partiti e che ancora siamo, da qualche parte, dentro di noi. Una faccia di struggente bellezza, anche se forse una bellezza diversa da come spesso la dipingiamo. Intendiamoci.

Camminare lentamente sulla Peuceta o sull’Ellenica, abbagliati dall’arsura delle stoppie, attraversati dall’aria rarefatta degli ulivi, in bilico su correnti ancestrali difficilmente descrivibili non è scegliere tra arcaico e postmoderno, tra localismo e globalizzazione. Piuttosto, è comprendere sul corpo e attraverso il corpo che da Federico II a noi la «questione italiana» non è economica ma estetica. In Italia, per raggiungere il senso, qualunque cosa esso sia, c’è bisogno prima di poesia e poi di economia, ma una «poesia del vuoto», che parta da quello che il Paese è davvero e non dalle sue astrazioni ideologiche. Solo il vuoto permette di attribuire senso ai nostri passi, che sono poi le nostre scelte, che formano il nostro futuro personale ed economico. Passi che qui sembrano aver trovato le risposte alle nostre domande perché smettono di averne bisogno.

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