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Monte Bianco: 233 anni di alpinismo

La guida J. Balmat indica la vetta del Bianco a De SaussureChamonix. La guida J. Balmat indica la vetta del Bianco a De Saussure.

8 agosto 1786 l’uomo, provando quella naturale attrazione verso l’ignoto, si spinge fin sulla più alta vetta d’Europa. Dopo due anni di tentativi il cercatore di cristalli Jacques Balmat e il medico condotto Michel Gabriel Paccard raggiungevano i 4810 metri della montagna. Partiti sotto lo sprone dello scienziato Horace-Bénédict De Saussure, il quale promise un riconoscimento monetario a chi sarebbe riuscito nella salita. Per De Saussure raggiungere la vetta del Bianco, che osservava tutti i giorni con un cannocchiale dalla finestra del suo studio, era un vero e proprio sogno. Un’ambizione scientifica più che alpinistica, diremmo oggi. Alla base del desiderio del ricercatore c’era infatti la curiosità di poter effettuare alcune misurazioni relative alla pressione atmosferica, confermando le teorie sulla riduzione esponenziale della pressione con l’aumentare dell’altitudine; e un calcolo approssimativo dell’altezza del Monte Bianco. Dopodiché iniziarono la discesa che si concluse solo il mattino seguente con il rientro a Chamonix.

Alpinismo, un piacevole passatempo

Da quel giorno di 223 anni fa il dialogo tra uomo e montagna ha iniziato a mutare. Quel territorio ostile dove nessuno, tranne cacciatori e pastori, si spingeva ha iniziato ad attrarre dapprima scienziati vogliosi di verificare teorie su quota e pressione atmosferica, poi glaciologi e – ovviamente – geologi. Con gli anni le quote più alte del territorio alpino si sono trasformate da luoghi dove dimoravano gli spiriti, da territori infestati dai demoni, in terreno di scoperta e conoscenza.

Nell’agosto del 1787, appena un anno dopo la prima salita, toccherà a De Saussure raggiungere la vetta della montagna accompagnato dal suo servitore e da diciassette guide con cibo e bevande, scale a pioli, una stufa e un piccolo laboratorio scientifico per esperimenti in quota. Appena ventuno anni dopo, nel 1808, sarà invece la volta della prima donna, Marie Paradis. Qualcosa era successo: l’approccio alla montagna andava trasformandosi ancora una volta. Non era più ricerca scientifica, era diletto per cittadini facoltosi vogliosi d’avventura. Era nato l’alpinismo. Quella pratica che cambierà con il tempo, che muterà per intenti e concezioni ma che manterrà sempre saldo il principio base della voglia di conoscenza ed esplorazione dell’ignoto.

La conquista dell’inutile

Dopo il Monte Bianco verranno gli atri grandi colossi delle Alpi occidentali. In poco tempo verranno saliti il Monte Rosa, l’Ortles, il Bernina, il Monviso, le Grandes Jorasses, la Marmolada e Il Cervino. Il Cervino, con la sua epopea alpinistica segnerà l’ultima grande salita alpina. Siamo nel 1865, a soli 79 anni dalla prima salita del Bianco, eppure tutto era già cambiato. Se le prime salite erano d’interesse scientifico la salita del Cervino era tutt’altro. Nessuno strumento di misura fu portato in vetta, nessun ricercatore partecipò alla prima salita. Al posto c’erano la competizione, la voglia di essere i primi a piantare la propria bandiera sulla vetta della montagna, e la sfida fine a se stessa. La bella, quanto tragica, conquista dell’inutile come poi Lionel Terray definirà l’alpinismo.

Da ricerca scientifica a orgoglio nazionale. La pratica alpinistica diverrà mezzo di propaganda durante fascismo e nazismo, simbolo di rinascita dopo la guerra. I principi sono gli stessa della lotta con l’alpe, ma le dimensioni sono altre. Sono quelle dell’Himalaya e del Karakorum.

233 anni dopo

In generale l’alpinismo, per i suoi praticanti, è sempre stato moto di libertà. Fuga dalla vita di tutti i giorni, ricerca dell’avventura in un territorio a portata di mano, a due passi da casa o dal posto di lavoro. Territorio per pochi, un tempo; sempre più battuto oggi. Sono circa 20mila gli appassionati che ogni anno tentano la salita al tetto d’Europa. A quel simbolo potente che il Bianco si è costruito in oltre duecento anni di alpinismo. A quel colosso, ogni volta impressionante, sempre più disgregato dai cambiamenti climatici: le sue pareti franano; i versanti scaricano pietre in continuazione; e il ghiacciaio soffre, è sempre più bucato dalle alte temperature. Condizioni da alpinisti esperti che richiedono preparazione e competenza per essere gestite al meglio, ma non per tutti pare essere così. La massa ha continuato ad aumentare, inseguendo quello che lo storico Enrico Camanni definirebbe come “conformismo dell’estremo”: tutti insieme, in coda, un po’ come anche accade sull’Everest. Ma qui siamo a quote più basse e qualcosa in più si può fare: si possono limitare e regolamentare. Due parole che stonano a fianco dalla parola alpinismo, da sempre simbolo di libertà fuori dagli schemi. Quello a cui si assiste oggi è un appiattimento dei significati ribelli enunciati nel Nuovo Mattino di Gian Piero Motti. È la ricerca, per l’appunto, di un’omologazione a tutti costi anziché della liberà espressività individuale.

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