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Enrico Martinet, dialogando sulla montagna

Enrico Martinet – Foto @ La Stampa

L’attuale classe politica è confusa, forse più confusa dei cittadini. Se già è drammatico il disorientamento che abbiamo noi cittadini, lascia ancora più attoniti vedere la confusione della classe politica. Un caos che deriva da una crisi di identità con radici abbastanza lontane.  

Inizia così il dialogo con Enrico Martinet, giornalista de “La Stampa” e voce dei monti che da molti anni ormai accompagna i lettori grazie ai suoi articoli dedicati al mondo delle alte quote.

In Valle d’Aosta però le cose si complicano ulteriormente. Noi abbiamo lo stato speciale. Un’autonomia che ha i suoi anni ma ha un fondamento radicato. Ricordo che fino a qualche tempo fa c’era una distinzione tra partiti autonomisti e partiti nazionali. Distinzioni che oggi non esiste più. Oggi qualunque espressione politica si dice autonomista, tranne Casapound.

La Valle d’Aosta ha una reale concezione del suo territorio montano?

Certamente. Da noi non si deve pensare di fare una “politica per la montagna” perché la Regione è interamente montana. Chi deve governare la Regione fa i conti tutti i giorni con questo territorio, con le sue difficoltà e con i cuoi pregi. Qualunque programma politico tiene conto del fatto che l’altitudine media della Valle d’Aosta è 2000 metri. È molto importante per il turismo, per l’agricoltura e la zootecnia che alla fine sono collegate al turismo e fanno parte di un’economia tradizionale molto radicata che è quella degli alpeggi.

Gli alpeggi e l’economia tradizionale fanno si che le nostre montagne vengano mantenuto e curate permettendo di mantenere il territorio e prepararlo ad accogliere i turisti.

A livello nazionale invece, credi nell’esigenza di una politica montana?

La montagna è improvvisamente tornata di moda. C’è l’UNCEM che sta facendo una politica molto pressante. Ogni giorno dicono qualcosa sulla montagna. Esistono osservatori montani, esiste un’attenzione per la montagna a livello europeo. Una cosa un tempo impensabile.

Tutto questo da una possibilità anche all’Italia che non sa di essere una terra di montagna, ma lo è. Nel nostro Paese oltre 10 milioni di persone vivono nelle terre alte e, addirittura, ora si sta pensando di legare le politiche delle Alpi a quelle degli Appennini… una cosa davvero interessante.

Un tempo il cittadino utilizzava la montagna unicamente per fare villeggiatura. Oggi invece quando parli di Alpi parli di Torino. Una volta le città alpine erano Bressanone e Bolzano, non era quasi concepibile parlare di Torino o Milano come montagna. Se ne parla da poco perché ci si è resi conto che tutto quel che accade in montagna si riverbera sulla pianura. Eventi come la mancanza di acqua sono fenomeni che partono dalle montagne. Se ne discute spesso nei dibattiti politici, le Alpi sono sempre più nominate anche a Roma.

Quanto è importante che a Roma si parli di Alpi?

È fondamentale nella speranza che questo ci permetta di riflettere sulla possibilità di fare una politica europea a prescindere dai confini perché si deve capire che se il problema ce l’ho io al Sud, ce l’avraia cnhe tu al Nord.

Credi che si sia già compresa questa necessità di lavorare insieme?

Diciamo che si sta iniziando a capire che questa può essere la migliore soluzione per la montagna. Serve per fare allargare la visione del territorio. Non ha senso parlare della politica valdostana senza includere anche Bolzano.

Però il fatto di aver problemi comuni non significa essere tutti italiani o francesi, significa affrontarli in modo unitario mantenendo però le proprie identità. Per questo stiamo assistendo al ritorno dei dialetti, delle piccole lingue studiate all’università e tutelate dall’UE. Sono patrimoni conservati in montagna, nelle zone più difficili da abitare. Sono prova che le montagne conservano le nostre radici. È come un albero che conserva le radici nella chioma, un controsenso, ma è proprio nelle Alpi che dobbiamo trovare le nostre radici e per questo vanno preservate.

Hai in mente un nome per la montagna?

Non ne vedo, per adesso non vedo un grande nome per la montagna. L’unico che potrei citare è Alexander Langer che aveva capito l’importanza delle Alpi. Aveva colto molto prima di altri cosa volesse dire “identità di popolo” e “identità di ambienti e territori”. Non era per il partito del “no”, era per il partito della conoscenza.

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