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Tra storia e alpinismo: l’Appennino è tutto da scoprire. Chiacchierata con Cristiano Iurisci

Sono montagne misteriose quelle appenniniche: cime, pareti strapiombanti, valli ricche di foreste  tra cui si nascondono storie mai svelate completamente. Luoghi misteriosi, da esplorare e da riconsiderare. Posti conosciuti con un fascino misterioso quando a guardarli sono gli occhi dei sognatori. Uomini come Cristiano Iurisci che abbiamo incontrato e con cui abbiamo fatto una chiacchierata sull’alpinismo e sull’esplorazione della catena appenninica.

 

La copertina del libro di Cristiano Iurisci

Ci racconti brevemente le origini della tua passione alpinistica?

Non so con precisione quando nasce questa passione. So però che, pochi giorni prima di compiere il mio 6° compleanno, mi trovavo davanti al muro di cinta del convento in cui mia zia era Badessa, e sentivo la necessità di capire cosa c’era oltre. Era un posto isolato. Attorno avevamo solo boschi, panorami, cielo, nuvole e giochi innocenti di un bambino assieme al suo fratello maggiore. Talvolta arrivavano dei gruppi di persone per fare degli esercizi spirituali, ma non capitava di frequente. Spesso i giorni passavano senza incontrare nessuno. E quando faceva buio era buio per davvero. Il muro di cinta mi attraeva sempre più e così un giorno decisi di andare oltre. Lo scavalcai nel punto in cui era mezzo crollato.

 

E…

e pian pianino scesi in una valletta e salii la collina di fronte. Quella fu la mia prima solitaria. Una collinetta poco oltre gli 800m di quota, ma per me rappresentava una cosa grandiosa.

 

Ti possiamo ritenere un esploratore d’Appennino?

Si. Ma non credo di essere il solo. Esplorare significa conoscere ciò che non si conosce, ciò che è incognito o ciò che è una incognita. Non per forza coincide con ciò che è realmente inesplorato. Esplorare è anche trovare gli stazzi che usavano gli antichi pastori, o magari ripercorrere antichi sentieri, cercare una pianta rara, una grotta, una cascata, un ghiacciaio remoto.

Paretone Express (in rosso) e lo Jannetta (in giallo) sul Gran Sasso @Cristiano Iurisci

Cosa significa essere alpinista d’Appennino?

La stessa cosa che significa essere alpinisti nelle Highland Scozzesi, o nei Tatra, o nei Pirenei o ovunque ci siano cime e pareti dove l’occhio di alpinista curioso possa soffermarsi e sognare di essere li tra quelle rocce.

 

Credi che vivere in centro Italia sia limitante per la tua attività alpinistica?

No. O meglio, oggettivamente dovrebbe esserlo. Ma come fare alpinismo in Himalaya è oggettivamente diverso che farlo sulle Alpi, così come fare alpinismo in Appennino è diverso dal farlo sulle Alpi, ma pur sempre di alpinismo si tratta. Questa questione che l’Appennino siano collinette e le Alpi siano montagna è, in parte, solo retorica. Quando la fantasia corre, si possono trovare condizioni di ghiaccio e misto assolutamente paragonabili alle più blasonate pareti alpine.

 

Qual è la differenza tra le due catene?

Credo che la differenza stia tutta nel blasone. Fare una via su una misconosciuta parete appenninica non è figo, non è di moda. La salita viene capita e compresa da pochi, se non pochissimi. Ergo pochi si ‘ingaggiano’ in Appennino, meglio farlo sulle Alpi. È comprensibile che avere nel cv vie alpinistiche non ripetute non è il massimo. Vie come Violazione di Domicilio (Sirente), Lisce d’Arpe (Monte Alpi, basilicata), Fessure di Velluto nere (Gran Sasso), Oltre il sogno (Murelle, Majella), Nirvana (parete Nord Camicia), Gigliotti Marchini (Nord Monte Bove), Diretta al Pandoro (Matese), o altre contano poco perché per gli ‘altri’ contano poco, quindi perché perdere tempo per quelle vie? Andare sulle Alpi e scalare una qualsiasi delle grandi classiche è certamente un’altra cosa. Gli ‘altri’ capiscono al volo di cosa si sta parlando, e quanto tu sia più o meno bravo, più o meno importante. E questo aldilà delle emozioni ricevute. Questo succede anche nello stesso Appennino! Non a caso tutte le vie citate prima sono tra le misconosciute anche per chi frequenta l’Appennino. Ma questo non significa che siano meno importanti.

 

C’è ancora tanto da esplorare lungo la catena appenninica?

Oggettivamente credo di si, ma ‘tanto e poco da esplorare’ sono solo in relazione a se stessi. Mi faccio questa domanda da anni e ogni volta rispondo che ormai siamo agli sgoccioli, che tutto è stato salito ed esplorato. Ma ogni anno scovo qualcosa da esplorare. Se si osservano le cose con occhi diversi, infatti, ti accorgi di ciò che prima non notavi, quindi ci cose che non conoscevi. La conoscenza non può avvenire senza l’esplorazione.

 

Foto @Cristiano Iurisci

Quante nuove vie hai aperto? Qual è quella che ti è rimasta più impressa?

Me lo chiedono in tanti, ma non so quante vie nuove ho aperto, non le ho mai contate né lo farò adesso. Forse più di 100. Alcune mi è capitato di suggerirle ad altri. Molti purtroppo però non riescono a capire il perché di quelle vie. Alcuni (pochi) invece vanno, esplorano e poi tornano contenti e felici. Riscoprono il piacere atavico dell’esplorazione e dell’alpinismo esplorativo. Ho scritto un libro dal titolo che spiega da solo il concetto: “Se lo sguardo esclude”. Sicuramente una delle vie che più mi è rimasta del cuore e “Oltre il sogno” (Nord Murelle) aperta l’inverno passato con Daniele Nardi e Luca Mussapi.

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1 Comment

  1. Chissa’ se esiste pure uno sci esplorativo escursionistico nell’Appennino.Ma meglio non divulgare troppo.Solo col passaparola.

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