Alpinismo

Schivari, l'uomo che ha imparato a volare

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BERGAMO — Ecco un’altra morte che farà parlare di matti e di tragedie cercate. E’ sempre così, è questa la sorte degli "sperimentatori" e di coloro che decidono di votare l’esistenza a una passione. Questo quello che spesso tocca a chi ha il coraggio di lanciarsi in nuove avventure e di rischiare sulla propria pelle il prezzo della novità. Max Schivari amava le montagne e sulle montagne volava e sciava. Uno dei pochi in Italia, anche se il suo desiderio era quello di condividere questa passione e farla diventare di molti.

Bolzanino, classe 1973. Fin dall’adolescenza è sedotto dal fascino della montagna: in questo senso sì, è una delle sue vittime. E così ci si avvicina, come alpinista, come sciatore, come scialpinista. Poi la sua esperienza di paracadutista gli suggerisce un’idea, quella di unire la vela agli sci.
 
La sua idea all’estero ha già un nome, "speed riding" o "speed flying", ma in Italia è del tutto sconosciuta, sono pochissimi quelli che ne hanno sentito parlare. E a Max piace la novità, piace l’avventura, esplorare "terre" dove pochi si sono inoltrati.
 
Ci si butta con impegno. Fa esperienza sulle montagne di casa, e diventa così bravo che a gennaio scorso ha l’onore di essere il primo italiano nella storia convocato allo "Speedflying Pro", la più prestigiosa gara della disciplina a cui accedono solo i big mondiali.
 
Ma al di là dei successi personali il suo desiderio è di rendere lo speed riding una realtà anche nel nostro Paese. Organizza eventi, l’ultimo lo scorso marzo in Marmolada, il Boggie, dove ha portato i più grandi nomi internazionali, come Francois Bon.
 
E questo tanto per chiarire che Max Schivari non era un principiante, ma sapeva il fatto suo. Non era un matto, non era un incosciente. Si avvicinava alle attività "estreme" (gli chiedo scusa per questa parola che non gli è mai piaciuta) con circospetto entusiasmo.
 
Incoraggiava gli altri a provare quelle sensazioni così uniche da rendere la vita speciale, che non si potevano dire a parole e che proprio per questo valeva la pena di toccare con mano. Ma sotto quel suo modo di fare pacato, sempre gentile e amichevole, si sentiva vibrare uno spirito emozionato e colmo di passione.
 
A quella passione aveva consacrato se stesso. Una scelta che si può non comprendere, si può non condividere, ma che è la stessa di tanti altri che dedicano la loro vita ad altre discipline, anche in ambiti molto diversi. Solo che quello che non conosciamo, o conosciamo meno, tendiamo a considerare folle. Più folle – in un’ipotetica, dubbia quanto inutile classifica delle attività estreme – di altro.
 
Voglio dire: se succedesse a uno Schumacher o a un Valentino Rossi, qualcuno direbbe mai – "così impara ad andare veloce?" – oppure – "se l’è cercata!". Non credo. Si direbbe piuttosto: "era un campione, era il rischio della sua professione, dispiace sia andata male". Ecco.
 
Serbiamo il ricordo, stringendolo e incidendolo nella memoria. Per me sarà la sua risata, piena, tonda e libera: di un uomo che viveva di gusto.
 
 
Valentina d’Angella

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