Cronaca

Coperte rubate, bivacchi devastati, rifugi vandalizzati: cosa sta succedendo?

Dai furti nei bivacchi ai danneggiamenti nei rifugi, gli episodi di vandalismo in quota sembrano sempre più frequenti. Al di là della cronaca, una riflessione sul rapporto tra frequentazione, cultura della montagna e responsabilità verso un patrimonio costruito sulla fiducia.

Negli ultimi mesi abbiamo raccontato numerosi episodi che hanno avuto come protagonisti rifugi, bivacchi e altre strutture di appoggio in montagna. Coperte e viveri rubati dal bivacco invernale del rifugio Dante Livio Bianco, assi strappate per fare il fuoco al rifugio Brazzà, rifiuti abbandonati sulla soglia del rifugio Coldai, la targa in memoria di Giada Rosson divelta sul San Sebastiano. E, ultimo ma non per importanza, la porta del bivacco dl rifugio Luigi Mambretti (Orobie) lasciata aperta in una giornata di pioggia. Risultato? Il libro di vetta completamente rovinato. E poi ce ne sarebbero molte altre di storie tra incursioni nei rifugi durante i periodi di chiusura, arredi distrutti, rifiuti abbandonati. Notizie diverse tra loro, provenienti da territori lontani, ma che sembrano comporre un quadro comune.

È difficile dire se i vandalismi in quota siano davvero aumentati. Mancano dati statistici che consentano di misurare il fenomeno. Eppure, osservando la cronaca degli ultimi anni, una sensazione emerge con chiarezza: episodi che un tempo apparivano sporadici oggi sembrano susseguirsi con una frequenza sempre maggiore.

Dietro a ognuno di questi eventi c’è un danno economico, ma non solo perché molti degli episodi raccontati non sembrano avere una vera motivazione materiale. Rubare una coperta da un bivacco, svuotare una dispensa di emergenza, rompere una finestra, danneggiare un tavolo o abbandonare rifiuti in una struttura isolata non produce alcun reale vantaggio, per nessuno. Sono gesti che parlano soprattutto di disinteresse verso il luogo, verso chi lo mantiene e verso la comunità che ne usufruisce.

I bivacchi rappresentano forse uno degli ultimi esempi di fiducia assoluta rimasti sulle nostre montagne. Non ci sono custodi, sistemi di controllo o sorveglianza. Qualcuno sale a proprie spese per trasportare materiali, effettuare manutenzioni, sostituire attrezzature usurate, garantire che quella struttura possa offrire riparo a chi ne avrà bisogno. Tutto viene lasciato a disposizione di persone sconosciute, confidando nel loro senso di responsabilità.

Il patto è semplice e non ha bisogno di essere scritto: usa ciò che ti serve, rispetta ciò che trovi, lascia il posto nelle condizioni migliori possibili per chi arriverà dopo di te.

Quando questo equilibrio si rompe, non viene danneggiata soltanto una struttura. Viene colpita l’idea stessa di montagna come spazio condiviso e basato sulla responsabilità individuale.

Negli ultimi anni la montagna è diventata più accessibile e più frequentata. È un fenomeno positivo, che ha avvicinato molte persone ad ambienti straordinari e ha contribuito a diffondere una nuova sensibilità verso la natura. Ma l’aumento delle presenze porta inevitabilmente con sé anche nuove sfide. Luoghi che fino a pochi anni fa erano frequentati quasi esclusivamente da alpinisti ed escursionisti esperti sono oggi mete conosciute da un pubblico molto più ampio. I social network hanno trasformato molti bivacchi e rifugi in destinazioni da raggiungere, fotografare e condividere. Nulla di male, naturalmente. Il problema nasce quando la curiosità non è accompagnata dalla consapevolezza del contesto che si sta vivendo.

Non si tratta di attribuire responsabilità a chi si avvicina alla montagna per la prima volta. Sarebbe una semplificazione ingiusta e probabilmente sbagliata. La stragrande maggioranza dei frequentatori si comporta in modo corretto. Tuttavia, è evidente che la cultura della montagna non si trasmette automaticamente insieme alle immagini spettacolari che scorrono sugli schermi degli smartphone.

Onestamente penso che, forse, questi episodi raccontano meno della montagna e più della società in cui viviamo. Gli stessi comportamenti che osserviamo nei bivacchi si ritrovano nei parchi urbani, sulle spiagge, nelle aree pubbliche e in molti altri luoghi condivisi. La differenza è che in montagna ogni gesto pesa di più. Riparare una porta a 2000 metri di quota non equivale a sostituire una serratura in città. Recuperare materiali, organizzare interventi, effettuare manutenzioni richiede tempo, volontari, risorse economiche e spesso un impegno logistico considerevole. Dietro ogni struttura danneggiata ci sono persone che dovranno tornare a occuparsene. E sono proprio loro a pagare il prezzo più alto. Volontari del CAI, associazioni locali, gestori, manutentori dei sentieri. Persone che dedicano parte del proprio tempo libero a mantenere vivi luoghi che appartengono a tutti.

Per questo sarebbe un errore liquidare questi episodi come semplici atti di inciviltà. Rappresentano piuttosto un campanello d’allarme. I rifugi e i bivacchi non esistono soltanto grazie alle risorse economiche necessarie per costruirli e mantenerli. Esistono perché alla base c’è una comunità che condivide valori, comportamenti e responsabilità. Quando aumentano i furti, i vandalismi e i gesti di incuria, forse non è soltanto il segnale di qualche comportamento individuale sbagliato. È anche un invito a interrogarsi su come trasmettere quella cultura della montagna che per decenni è stata tramandata quasi naturalmente da una generazione all’altra.

Perché una coperta rubata o una finestra rotta si possono sostituire. Più difficile è ricostruire quel patto di fiducia che rende possibile lasciare una porta aperta nel mezzo delle montagne sapendo che chi entrerà dopo di noi saprà averne cura.

 

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