Bottiglie abbandonate, targhe divelte: l’inciviltà scala le vette delle Dolomiti (e non solo)
Dai rifiuti abbandonati sulla soglia del Rifugio Coldai alla targa in memoria di Giada Rosson divelta sul San Sebastiano: la montagna soffoca sotto i colpi di un turismo di massa privo di educazione ed empatia.
C’è una percezione comune che negli ultimi anni rasenta la certezza: la montagna, un tempo santuario d’élite per frequentatori consapevoli, sembra che si stia trasformando in un palcoscenico di massa. Non si tratta di un fenomeno universale – ed è una fortuna – ma di un problema evidentemente dilagante, che affonda le sue radici in una non adeguata preparazione, in termini di educazione ed empatia, di chi approccia alle alte quote, confondendole con un parco giochi urbano.
I dati di episodi di vandalismo e inciviltà, pur difficili da quantificare in modo sistematico, trovano una drammatica conferma nella cronaca. Nel giro di pochi giorni, dalle Dolomiti sono giunti due episodi emblematici. Non semplici atti di maleducazione, ma veri e propri insulti alla storia, alla memoria e al rispetto che la montagna non esige, ma merita.
Inciviltà di inizio stagione al Rifugio Coldai
Ci troviamo all’estremità settentrionale del Gruppo del Civetta, presso la Forcella Coldai, a 2.135 metri di altitudine. Qui sorge il Rifugio Coldai, presidio storico del CAI di Venezia dal 1905, ampliato e intitolato successivamente ad Adolfo Sonino (alpinista caduto nel 1930) e ricostruito nel 1948 dopo essere stato dato alle fiamme dai nazisti nel 1944. Una struttura da 93 posti letto che incarna la memoria della resistenza e della passione alpina. Eppure, per l’inciviltà moderna, è pari a un cassonetto.
Nei giorni scorsi, i rifugisti saliti per i preparativi della riapertura estiva, hanno trovato ad accoglierli un sacco dell’immondizia abbandonato proprio davanti all’uscio, contenente diverse bottiglie di vino e birra, oltre a scatolette di tonno ed altri rifiuti alimentari. La reazione, affidata ai social con amara ironia, fotografa perfettamente la deriva: “Grazie mille del pensiero… la prossima volta, però, se le lasciate piene siamo più felici!”.
Il commento dei gestori si chiude con una citazione del blogger e scrittore Andrea Pinna che non lascia spazio a repliche: “La cosa che tollero meno al mondo, anche meno dell’ignoranza, è la maleducazione. Perché se avere il cervello piccolo è una disgrazia, essere cafoni è una scelta”.
Lo sfregio alla memoria: il caso di Giada Rosson
Se il Coldai racconta un gesto di inciviltà sciatta, quanto accaduto sul San Sebastiano, nelle Dolomiti di Zoldo, è una testimonianza di crudeltà. Nel novembre 2024, l’alpinista quarantunenne Giada Rosson, originaria di Agordo, perdeva tragicamente la vita precipitando dalla via Drasch, sulla Croda dei Toni, sotto gli occhi del compagno di cordata. Per onorare il suo amore per la montagna, gli amici avevano posizionato una piccola targa commemorativa sulla cima del San Sebastiano, una vetta a lei cara.
La targa, contenente una foto e alcuni versi scritti da Giada, è stata strappata e rimossa da ignoti. Un gesto anonimo e vile, che ha spinto la madre, Ornella Conedera, a scrivere una lettera intrisa di dignità e sdegno. Pur consapevole che la montagna “non è un palcoscenico né un altare”, la madre ha voluto rivolgersi direttamente agli “spazzini delle rocce”, chiedendo la restituzione della foto.
“Alla persona o persone che senza il minimo rispetto ha o hanno distrutto la targa di mia figlia, chiedo che in qualunque stato si trovi mi venga restituita, perché ritengo che la foto di Giada non debba rimanere in mani tanto indegne; sarebbe come farla morire di nuovo, anche se con tutta probabilità sarà stata gettata tra i dirupi del San Sebastiano”.
“Inoltre informo questi spazzini delle rocce che c’è un’altra targa per Giada molto bella e significativa, fortunatamente in un luogo accessibile a pochi”, aggiunge la madre, esortando i vandali a continuare nella loro attività distruttiva, “se ciò vi eleva a vendicatori delle cime violate da croci o Madonnine, che forse possono incutere disgusto ai cultori della nuda roccia, o magari una targa dedicata a qualcuno più sfortunato di voi”.
Gesti che vengono descritti come “beceri e vigliaccamente anonimi”, in grado di rendere l’essere umano “sempre più piccolo e meschino”. A differenza di un ricordo, destinato a restare grande, con o senza targhe alla memoria.



