Ambiente

Il guano: l’inaspettato potere dei pinguini nella lotta al cambiamento climatico

Le esalazioni di ammoniaca dal guano di pinguino aiutano a proteggere l'Antartide dal surriscaldamento atmosferico, trasformando i pinguini in preziosi custodi del clima.

In Antartide, i pinguini non sono semplici inquilini di un ecosistema estremo, consumatori passivi delle sue risorse, dalle piattaforme di ghiaccio per la riproduzione al krill cacciato per alimentarsi. La scienza dimostra che, al contrario, gli iconici uccelli polari non volanti fungano da ingegneri climatici ai confini del mondo. Attraverso la deposizione di enormi quantità di guano, i pinguini sono infatti in grado di influenzare l’atmosfera del continente bianco e, di riflesso, l’equilibrio termico dell’intero pianeta.

Una preziosa fragranza nell’aria antartica

A descrivere nel dettaglio la funzione svolta involontariamente dai pinguini nella lotta al cambiamento climatico, è stato nei mesi scorsi un team internazionale guidato da Matthew Boyer, ricercatore dell’Università di Helsinki. Lo studio, pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment del gruppo Nature, descrive un legame speciale e potente tra biologia e chimica dell’aria.

Le feci dei pinguini sono ricche di azoto, derivante dalla loro dieta a base di proteine di origine marina. Una volta depositate, queste deiezioni vengono decomposte dai batteri, rilasciando nell’aria grandi quantità di ammoniaca gassosa. Le misurazioni effettuate presso la base di ricerca argentina Marambio, sulla Penisola Antartica, hanno mostrato che i livelli di ammoniaca nell’aria salgono vertiginosamente ogni volta che il vento soffia dalle vicine colonie di pinguini di Adelia. Anche quando i pinguini migrano verso il mare aperto, il terreno intriso di guano continua a “esalare” questo gas per mesi, mantenendo attivo il ciclo biochimico anche in loro assenza.

Dal guano alle nuvole

Ma come può l’odore pungente di una colonia influenzare il clima? Il segreto sta nella “formazione di nuove particelle”. In un ambiente incontaminato come quello antartico, l’aria è estremamente pulita, povera di quei nuclei attorno ai quali il vapore acqueo può condensare. L’ammoniaca rilasciata dai pinguini reagisce con i composti solforati (come l’acido solforico) prodotti dal fitoplancton oceanico. Questa unione chimica crea minuscoli aerosol.

Lo studio ha dimostrato che la presenza di ammoniaca e di dimetilammina (un’altra sostanza derivante dal guano) può accelerare la formazione di queste particelle fino a 10.000 volte. Questi aerosol promuovono la formazione di “nuclei di condensazione”, le fondamenta microscopiche da cui “nascono” nuvole e nebbia, che provvedono a riflettere la luce solare nello spazio, agendo come un parasole naturale che contribuisce a raffreddare la superficie antartica.

“Poo-spotting”: come spiare i pinguini dallo spazio

Oltre a influenzare il clima, il guano è diventato il miglior alleato degli scienziati per il monitoraggio delle colonie di pinguino, con particolare riferimento ai pinguini imperatore. Questa specie è estremamente vulnerabile al cambiamento climatico poiché dipende totalmente dal ghiaccio marino per la riproduzione. Tuttavia, monitorarli “sul campo” è un’impresa titanica: vivono in aree remote dove le temperature scendono a -50°C e i singoli individui sono troppo piccoli per essere visti dai satelliti. Ma le loro deiezioni non lo sono.

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA), grazie alle missioni Sentinel-2, utilizza da tempo il guano come tracciante. Le enormi macchie marroni che spiccano sul bianco candido del ghiaccio sono visibili dallo spazio e indicano con precisione la posizione delle colonie. Questa tecnica di “poo-spotting” ha permesso di scoprire nuove colonie, aumentando la stima della popolazione globale di circa il 10%.

Nonostante le nuove scoperte, il quadro rimane critico. Il riscaldamento globale minaccia il ghiaccio marino essenziale per i pinguini. Se le popolazioni dovessero diminuire, verrebbe a mancare quel fondamentale apporto di ammoniaca che alimenta la formazione delle nuvole. Come sottolineano gli autori dello studio, vi è una “importante connessione tra i processi ecosistemici e atmosferici che influenzano il clima antartico, un aspetto cruciale dato l’attuale ritmo dei cambiamenti ambientali nella regione”.

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