Alex Zanardi, quando il limite non è una scusa
Non è una storia di montagna, ma riguarda anche la frequenta. Perché nella vita di Alex Zanardi c’è una lezione che va oltre lo sport: il limite non è una scusa, ma un punto da cui ripartire.
Ci ho pensato un po’ prima di scrivere. Non sapevo se farlo o meno, con la montagna in senso stretto Alex Zanardi centra poco. Ma centra la sua passione travolgente, il sorriso e la naturalezza con cui è risorto dopo l’incubo dell’incidente. Ero un ragazzino al tempo, ma ricordo bene quelle immagini. La macchina che sbanda e viene centrata da un’altra in corsa, l’esplosione e i frantumi di una vita che si disperdono sulla pista. Subito si teme il peggio, ma Zanardi è vivo.
Ne uscirà menomato, ma vivo. Secondo le cronache dell’epoca la sua vita era finita, persa. Eppure quell’uomo aveva la scorza dura, e una voglia di vivere fuori dal comune. Il suo corpo aveva retto a 7 arresti cardiaci e 16 operazioni chirurgiche. Tornato a casa la sua mente non aveva smesso di immaginare, di programmare, di sognare.
Sei mesi dopo l’incidente sarebbe tornato in pista, senza più le gambe, ma con la voglia di riprendersi quello che stava per perdere. Pochi anni dopo sarebbe poi arrivato il paraciclismo, e sulla sua handbike ci avrebbe fatto sognare.
E poi le salite. Quelle vere. Lo Stelvio, il Gavia e molti altri colli. Nomi che, per chi ama le due ruote, non sono mai neutri. Strade lunghe, che non regalano niente, dove la pendenza ti entra dentro e ti costringe a trovare un ritmo, uno solo, possibile. È lì che Alex Zanardi ha portato il suo corpo e la sua idea di vita.
Con le braccia, con il fiato corto, con quella pedalata diversa che non concede inerzia. Ogni metro guadagnato è lavoro puro, continuo. Non c’è modo di lasciarsi andare quando sei in salita, perché se molli ti fermi, all’istante. Non fai nemmeno un metro se non spingi. Eppure, guardando Zanardi soffrire in salita, non c’era mai qualcosa di drammatico. Piuttosto una forma di ostinazione serena, quasi naturale. Era la forza di un uomo che ha riscritto da zero ciò che è possibile fare.
Mi piacciono le macchine e mi piacciono le bici, ma soprattutto mi piacciono le storie che parlano di valori capaci di ispirare. E quella di Zanardi, sulle strade di montagna, è una storia che lavora in profondità, senza bisogno di alzare la voce. È sempre sorridendo, e senza alzare la voce, che nel 2017 fonda Obiettivo3. Non un progetto da raccontare, ma da fare. Allenarsi, provarci, fallire, ripartire. Spostare il limite, non a parole, ma di qualche metro alla volta.
In fondo questa è la sua eredità. Ci sono valori che non appartengono a un luogo preciso. Non sono della montagna e non sono dello sport. Sono di chi li pratica davvero. La fatica accettata, il tempo lungo, la costanza, il rispetto per ciò che non puoi controllare. Questo era Obiettivo3 e questo era Alex Zanardi. Un uomo capace di rialzarsi ogni volta, per costruire, passo dopo passo, una possibilità. Ed è forse questo il punto in cui la storia di Alex Zanardi diventa qualcosa che riguarda anche noi, “popolo della montagna”. Non per quello che ha fatto, ma per il modo in cui ha cambiato lo sguardo.
Zanardi non ha reso il limite meno duro, ha reso più difficile usarlo come scusa. E come lui tanti altri, che conosciamo bene su queste pagine. Non è un caso che storie simili tornino anche qui. Penso ad Andrea Lanfri, che dopo la meningite è tornato alla montagna senza gambe e senza sette dita. Non è la stessa storia. Ma il punto è lo stesso. Perché alla fine il punto non è dove arrivi. È il modo in cui decidi di starci, quando la strada si mette in salita.
“È possibile che se il fulmine m’è arrivato tra capo e collo una volta mi colpisca nuovamente, ma rimanere a casa per evitare e scongiurare quest’ipotesi significherebbe smettere di vivere, quindi no, io la vita me la prendo…”
Alex Zanardi.



