Ambiente

Come saranno le foreste europee nel 2100?

Uno studio pionieristico disegna il potenziale futuro del verde europeo, all'insegna dell'aumento di disturbi naturali, quali incendi, tempeste e infestazioni.

Se il clima cambia, la natura cambia con esso. È un paradigma noto, quasi una tautologia dell’ecologia, ma ciò che oggi spaventa non è il mutamento in sé – che nei sistemi viventi è non solo inevitabile, ma necessario – quanto la sua velocità. Anche se difficile da apprezzare nella scala temporale dell’esistenza umana, le foreste europee rappresentano oggi uno degli ambienti entrati in una fase di trasformazione che corre più forte della loro capacità biologica di adattamento.

Uno studio pionieristico pubblicato sulla rivista Science, frutto di una collaborazione internazionale che ha visto protagonista l’Italia con il Cnr-Isafom e Eurac Research, consente di realizzare un “viaggio nel tempo”, grazie alla tecnologia, per cercare di immaginare come potrebbero apparire le nostre foreste nel 2100.

Sarebbe più corretto in realtà utilizzare il plurale: viaggi. L’evoluzione delle foreste è infatti ipotizzata sulla base di differenti scenari climatici ed associate dinamiche di sviluppo dei principali fattori di disturbo dei polmoni verdi d’Europa.

Le proiezioni indicano che, indipendentemente dalla nostra capacità di mitigare le emissioni, il volto delle foreste europee è destinato inevitabilmente a una metamorfosi forzata. E da chiamare in causa non sarà solo l’innalzamento delle temperature medie. Aumenteranno infatti in frequenza e intensità i disturbi naturali, come incendi, tempeste e infestazioni parassitarie. Da eventi sporadici, questi fattori diventeranno la nuova norma, ridisegnando la geografia verde del continente.

L’IA a supporto della ricerca sulle foreste europee

Per “viaggiare nel tempo” e osservare le foreste europee del 2100, il team internazionale ha messo in campo quella che Marco Mina, ricercatore di Eurac Research e co-autore dello studio, definisce la “summa della simulazione forestale in Europa”. Un’operazione mastodontica che ha visto l’integrazione di osservazioni satellitari raccolte nell’arco di oltre trent’anni (1986–2020) con simulazioni modellistiche avanzate condotte in 13.000 siti forestali, distribuiti in tutto il continente europeo.

La ricerca si è avvalsa di un uso estremamente avanzato del machine learning. Come spiegato dagli esperti del Cnr-Isafom, è stato creato un database costituito da circa 135 milioni di punti di simulazione, utilizzato per addestrare un modello di intelligenza artificiale in grado di proiettare lo sviluppo delle foreste e i regimi di disturbo con una risoluzione spaziale eccezionale, pari ad appena un ettaro.

“Al modello sono stati dati in pasto milioni di output di simulazioni” sottolinea Mina, spiegando che “il nuovo meta-modello non ha fatto solamente una mera sintesi delle simulazioni locali, ma ha imparato da queste, portando la proiezione a un livello superiore – e devo dire impressionante – in fatto di estensione geografica e temporale”.

Il risultato è la valutazione più completa finora disponibile sull’evoluzione dei rischi forestali nel continente, una sorta di “simulatore di futuro”. Un futuro che, purtroppo, non appare particolarmente roseo.

I vari futuri “disturbati” delle foreste europee

Il verdetto della ricerca appare univoco: i disturbi forestali aumenteranno in tutti gli scenari climatici considerati. Le tre minacce principali sono identificate in incendi, tempeste e infestazioni di insetti xilofagi (come il famigerato bostrico).

Nello scenario più severo, caratterizzato da un aumento delle temperature medie superiore ai 4°C entro fine secolo, la superficie forestale colpita da questi eventi potrebbe più che raddoppiare (+122%). Anche ipotizzando una drastica e immediata riduzione delle emissioni, i modelli indicano che il picco dei disturbi verrà comunque raggiunto verso la metà del secolo.

“Il cambiamento climatico sta amplificando frequenza e intensità dei disturbi su larga scala”, afferma Alessio Collalti, ricercatore del Cnr-Isafom e responsabile del Laboratorio di Modellistica Forestale. “Negli ultimi anni, diverse regioni europee hanno registrato livelli senza precedenti di danno forestale. Queste tendenze sollevano interrogativi cruciali sulla capacità delle foreste di continuare a garantire l’assorbimento di carbonio e la conservazione della biodiversità”.

La geografia del rischio mostra differenze marcate. Europa meridionale e occidentale appaiono come le aree più vulnerabili, dove la combinazione di stress idrico e temperature elevate scatenerà incendi sempre più devastanti. In Europa centrale il pericolo principale è rappresentato dalle infestazioni di insetti, la cui diffusione è facilitata dalla presenza di alberi già indeboliti da siccità o tempeste. L’Europa settentrionale, pur apparendo meno colpita rispetto al resto del continente, vedrà la nascita di nuovi “hotspot” di vulnerabilità in aree precedentemente ritenute sicure.

In conseguenza di tali fenomeni di disturbo, c’è da attendersi che, soprattutto nell’area mediterranea, si assista a un aumento della quota di foreste giovani, a discapito delle formazioni più vecchie. Sebbene la rigenerazione sia un segno di vitalità, una foresta troppo giovane non è in grado di offrire gli stessi servizi ecosistemici di una matura. Basti pensare alla ridotta, se non nulla, protezione offerta contro il rischio idrogeologico.

Cosa fare oggi per migliorare il domani?

Di fronte a questi scenari, cosa si può fare? Sebbene lo studio non fornisca indicazioni dirette su come modificare la gestione forestale, offre la base per migliorare le politiche forestali europee. “La gestione forestale deve pianificare un futuro con più disturbi”, è la sintesi dei ricercatori.

Per aiutare le foreste servirebbe quella che Daniela Dalmonech, ricercatrice del Cnr-Isafom e coautrice del lavoro, definisce integrazione del “rischio di disturbo nelle politiche forestali e nella pianificazione gestionale”. Le strategie per garantire un futuro quanto meno tragico per le foreste europee, devono essere “adattative”, puntando a un aumento della diversità strutturale e della resilienza degli ecosistemi.

Le conclusioni degli autori su Science suonano come un appello finale: mitigare il cambiamento climatico antropogenico rimane la leva più potente per salvaguardare le foreste e garantire i loro benefici vitali alle future generazioni.

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