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Alpinismo fallito? Da sempre gli “eretici” scrivono la storia

Heinz Mariacher sulla cima del Pelmo (photo E. Wurm courtesy heinzmariacher.com)
Heinz Mariacher sulla cima del Pelmo (photo E. Wurm courtesy heinzmariacher.com)

PADOVA — Leggo in questi giorni il dibattito acceso dalle dichiarazioni di Messner su alpinismo ormai morto e defunto, del quale rimangono solo gare di arrampicata indoor e turismo di alta quota. Non è la prima volta che Messner si esprime in questi termini anzi spesso era già successo nel passato lasciandomi sempre una impressione negativa , perché mi sono sempre sembrate affermazioni di chi vuole affermare che l’alpinismo si è fermato con lui e dopo non esiste più niente.

E’ sempre così quando si sente parlare di giovani – per alcuni sono solo fannulloni e incapaci, senza ideali e visioni come quelle che avevamo noi quando abbiamo iniziato ad arrampicare con dei miti in testa Bonatti e Messner per primi. Il nostro spirito avventuroso di quegli anni ci ha fatto fare tanta strada, salire tante montagne, ma sembra in questi casi che non ci abbia dato la capacità di guardare a come i giovani arrampicatori di oggi si stanno avvicinando a quelle stesse montagne.

Non dimentichiamo che loro, per primi e ai loro tempi, furono considerati degli eretici, dei folli, qualcosa di molto lontano da quello che allora era considerato il “vero alpinismo”.
Mi ricordo un giorno sulle torri del Sella. Di fianco a me sono arrivati due arrampicatori vestiti in smoking nero con le code, una tuba in testa, che arrampicavano slegati su una via di 6° grado (dove noi arrancavamo). Erano Heinz Mariacher e Reinhard Schiestl.

Io sono sempre stato a favore totale della evoluzione e del progresso, sono profondamente convinto che le nuove generazioni sapranno migliorare il mondo che stiamo lasciando loro, sono convinto che nuove scoperte e tecnologie consentiranno anche nell’alpinismo un progresso e uno sviluppo.

“Il nuovo mattino” era lo slogan degli alpinisti torinesi negli anni ’70.
“Nuovi orizzonti “ è il nome di una via e di una falesia ad Arco aperta negli anni ‘ 80.
“Tempi moderni” una via sulla sud della marmolada ancora negli anni ‘80.
Cosi via, dimostrano che sempre alpinismo e stato associato a progresso, a nuovi obiettivi mai saliti prima, a ricerca del nuovo dello sconosciuto, di se stessi. Anche nel mondo dell’arrampicata sportiva si parla di cambiamento e di futuro. Così per esempio “Change”, un 9b+ liberato nel 2013, il grado più difficile mai scalato. Training for the New Alpinism è il titolo del manuale di alpinismo scritto da Steve House, il celebre alpinista amerciano che proprio Messner pochi anni fa ha definito “il migliore alpinista d’alta quota al mondo”.

Così è sempre stato, e così sta continuando ad essere. Viva lo sviluppo e la ricerca nell’alpinismo del terzo millennio! Guardiamo solo questa estate solo in Karakorum: cito soltanto tre avventure che per me erano improponibili solo pochi anni fa.

1- Tentativo sul pilastro del Mashebrum in stile alpino da parte di tre giovani climber (David Lama, Peter Ortner e Hansjörg Auer). Provengono dall’arrampicata sportiva ma si sono spinti a scalare una parete rocciosa verticale e inviolata a quasi 8000 metri.
2- Parete sud del Paiju peak: i baschi Alberto Inurrategi, Juan Vallejo e Mikel Zabalza hanno risolto una parete di oltre 1000 metri fino a 7000 metri. Un exploit assoluto impensabile fino a pochi anni fa.
3- Spedizione pakistana al K2: 7 alpinisti pakistani in vetta, non a supporto di altre spedizioni, ma nel ruolo di veri alpinisti in un paese dove alpinismo per i locali ha sempre significato solo un ruolo di “portatore”. Un esempio di come abbiamo trasferito la nostra passione per salire in cima alle montagne ai local e abbiamo posato una pietra miliare nello sviluppo di un alpinismo pakistano autonomo.

Questo è alpinismo di ricerca e innovazione, alpinismo del futuro! E spero anche che si parli di un alpinismo più sincero, corretto attento anche agli altri in difficoltà e all’ambiente che ci circonda, meno legato al denaro e più al rispetto degli altri e della natura.

L’alpinismo ha anche delle ombre, che si porta dietro dai suoi albori. E deve ancora maturare sotto molti aspetti. I dubbi e l’assenza di prove certe su alcuni risultati alpinistici storici, in alcuni casi sulla effettiva salita in punta per alpinisti normali o per alcune salite estreme degli alpinisti di punta (vedi Ueli Steck sull’Annapurna) che ricordano di nuovo le polemiche sulla salita di Tomo Cesen sulla sud del Lhotse, che anche allora aveva visto Messner in prima fila fra i detrattori.

Negli armadi di molti di noi ballano scheletri ingombranti che per pudore nessuno vuole aprire: importante è andare a letto la sera senza questi pensieri che prima o poi ci renderanno infelici. In questo, per esempio, dovremo solo imparare dalla arrampicata sportiva e dal mondo delle gare di arrampicata dove il risultato e evidente e chiaro: chi arriva per primo in alto è inequivocabilmente il migliore, e non c’è spazio per i dubbi.

Dopo tanti pareri spesso divergenti sull’alpinismo – a partire dalla questione della non tecnologia e del ritorno ad un alpinismo “slow” quando tutto anche la montagna si muove verso il fast – questa volta sono perfettamente d’accordo con Gogna: bravo! E coraggioso! Il suo pensiero mi fa riflettere. Proprio perchè mi sembra in contraddizione con questo ideale di un alpinismo vecchio stile che Alessandro mi è sembrato decantare in passato. Forse non lo avevo colto correttamente o anche lui ha cambiato qualcosa nel suo modo di vedere?

Certo è che i giovani, se vogliamo con l’assillo dei social network per comunicare con gli altri, stanno disegnando un alpinismo nuovo più aperto e condiviso rispetto alle quattro mura fumose di un rifugio in cui eravamo (siamo?) chiusi e talvolta imprigionati. Guardiamo con i nostri figli quanto è difficile spostare la loro attenzione dal telefonino e da Whatsapp per farli guardare le bellezze delle montagne che per noi rimangono diverse anche se le guardiamo da 50/60 anni. Ma il loro mondo dei selfie è il mondo di oggi. E anche l’alpinismo non può che partire da qui, da un bel selfie!

Riflessione finale: un uomo saggio è chi dà nuovi stimoli creativi ai giovani. Un vecchio viceversa è chi, detentore della Verità, si autocelebra su un piedistallo fondato sul narcisismo. (Quando tutta la storia del mondo insegna che l’evoluzione è continua, e grazie a questa l’uomo si è salvato dall’estinzione!)

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4 Commenti

  1. L’alpinismo si rinnova, con la dovuta lentezza, per forza dell’erosione e dei crolli delle pareti….tempo al tempo e tutte le vie attrezzate spariranno e i neofiti avranno qualcosa di nuovo da fare…

  2. Nel momento stesso in cui qualcuno tenta una definizione di qualcosa il resto del mondo ne resta escluso. Le definizioni di “alpinismo” iniziato o finito, di “escursionismo” iniziato o finito… sono definizioni per i posteri. Noi continueremo ad andare in montagna per il gusto della scoperta, dell’avventura, o per il solo piacere di esserci. E questo è il futuro… il resto è ancora da venire…

  3. Sono d’accordo con l’autore dell’articolo,messner pur essendo un punto di riferimento assoluto per ogni purista dell’alpinismo,parla troppo negativamente.Con la vecchiaia,dice cose,che 30 anni fa’,non avrebbe neanche pensato.E’ naturale l’alpinismo di conquista o esplortivo,e’ assai poco,ma le migliori montagne sono gia’ state strascalate da decenni.

  4. Le migliori? Masherbrum? i 7000 cinesi? hai visto la groenlandia di Della Bordella? sono state scalate sempre le più facili. E sarà sempre così.

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