Arrampicata

I gradi dell’arrampicata: gli inglesi e i loro discendenti all’altro capo del mondo

Arrampicata sulle pareti di Isolaccia (Photo Luca Maspes)
Arrampicata sulle pareti di Isolaccia (Photo Luca Maspes)

Numeri romani, numeri arabi, numeri decimali, segni più e segni meno, lettere dell’alfabeto, fino alla “c” e fino alla “d”. Se fino a questo punto la faccenda dei gradi dell’arrampicata vi è sembrata complicata, un po’ imbarazzante, a tratti ridicola, lasciando gli Stati Uniti per tornare al Vecchio Continente scoprirete che il discorso non è finito qui. In Gran Bretagna, per esempio, là dove non arrivavano i numeri si sono usate le parole, e solo agli antipodi del mondo, in Australia come in Sudafrica, ha prevalso il criterio della semplificazione. Ecco allora le ultime scale di difficoltà dell’arrampicata del nostro excursus, anche se, a voler vedere, siamo noi a mettere fine a un discorso che potrebbe continuare ancora.

In Gran Bretagna si valuta la difficoltà della via nel suo complesso, vale a dire tenendo conto sia della pura difficoltà sia del pericolo che si corre arrampicando. Tale valutazione si esprime tramite un grado aggettivale che si somma a un grado tecnico, dello stesso stampo di quello francese (numero arabo e lettera) ma diverso nella stima: il 6c inglese spesso equivale a un 8a francese.

La parte che potremmo definire “nominale”, cioè relativa alla pericolosità della via, non se la cava meglio di quella numerica, in quanto, superata velocemente la casistica delle vie facili e medie, passa a un astruso distinguo tra vie “Difficult” (difficile) – a loro volte distinte progressivamente in hard difficult, very difficult e hard very difficult – a vie “Severe” (dure) – distinte in Mild Severe, Severe, Hard Severe (HS), Mild Very Severe (MVS), Very Severe (VS), Hard Very Severe (HVS), Extremely Severe (E) che è il grado massimo. Non che non ci fossero altri sinonimi del termine “difficile”, ma gli inglesi hanno preferito proseguire la scala in modo più intuitivo, affiancando alla E numeri dall’1 in poi e in progressione: avremo così i gradi aggettivali E1, E2, E3, e via dicendo, attualmente fino all’E11. Confrontando a spanne (perché non c’è esatta equivalenza tra una scala e l’altra) il sistema inglese con quello francese per esempio, vedremo che di fatto la lettera E è quella che caratterizza l’arrampicata in sé (un po’ come il 5 di casa americana), con qualche eccezione sulle più facili (dove si può trovare associato l’HVS).

Si somma poi a questa valutazione aggettivale il grado tecnico della via, che non tiene conto né della pericolosità dell’itinerario né della resistenza necessaria a percorrerlo tutto, ma solo della difficoltà massima del singolo tiro o di un singolo passaggio particolarmente complesso chiamato anche “boulder” (da non confondersi con l’arrampicata su boulder, che è una cosa a se stante, in italiano chiamata anche “sassismo”, ovvero arrampicata su blocchi di roccia). Di solito il grado tecnico aumenta all’aumentare del grado aggettivale, mentre non è detto che il grado aggettivale aumenti con l’aumentare del grado tecnico. Se per esempio ci troviamo a dover superare un passaggio molto difficile, ma ben protetto e quindi sicuro, avremo un grado aggettivale più modesto rispetto a quello tecnico.

Bisogna andare dall’altra parte del mondo, nel Down Under, per trovare finalmente una logica più semplice. Il sistema Ewbank (che prende il nome da John Ewbank) nasce negli anni ’60, si usa in Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, parte dal grado 1 e arriva al 38. E’ anche questa una scala aperta che si propone di valutare non solo la difficoltà del movimento tecnico, ma anche altri aspetti della scalata facendone una media (dalla resistenza necessaria, alla pericolosità, ecc).

Essendo un sistema di progressione numerica lineare, senza decimali, paroline, lettere o segni di altro tipo, questa scala si spiega da sola su una logica lapalissiana. Peccato che si usi principalmente solo in questi posti. A voler andare avanti del resto, ci sarebbero altre scale da citare, anche se quelle che abbiamo visto insieme sono quelle più comuni. Dal Brasile alla Scandinavia gli arrampicatori hanno sviluppato propri criteri di valutazione, pensieri e sistemi di classificazione che in linea di massima si possono raffrontare ma che non possono trovare tra un grado e l’altro corrispondenza perfetta. Pertanto le tabelle comparative, che si trovano per esempio in rete, possono rendere un’idea generale, ma non andranno prese alla lettera (o, nel nostro caso, al numero).

Tante variabili per tanti paesi insomma, ma anche per tante persone, potremmo dire. Dare un grado a una via infatti, rimane una decisione del tutto soggettiva che può comunque essere influenzate da fattori circostanziali (stato di forma dell’apritore per esempio, oppure stagione in cui viene aperta). Per cui succede spesso che il vero grado di una via lo stabiliscano le ripetizioni successive e quindi le conferme e le smentite (ed è così che si sono scatenati casi internazionali di processi alla via su un + di troppo o un – di meno, soprattutto quando si è trattato di spostare il limite assoluto). Ogni via viene valutata sulla base di una sola scala di difficoltà: la scelta dipende dalla decisione di chi la apre, in particolare dalla sua nazionalità, ma anche in relazione al luogo in cui si trova.

Il pluralismo è sempre una bella cosa, ma qualche volta complica la vita.

Leggi anche:

Parte 1: I gradi dell’arrampicata, ma diamo i numeri?

Parte 2: I gradi dell’arrampicata: alla francese e all’americana

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