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Valanghe e incidenti, perchè le vittime sono sempre gli esperti e i prudenti?

Elicottero Cnsas (Photo courtesy ecodibergamo.it)
Elicottero Cnsas (Photo courtesy ecodibergamo.it)

BERGAMO — “Era un grande esperto di montagna”, “molto prudente”, “assolutamente non spericolato”. Sono queste le frasi che circolano, immancabilmente, il giorno dopo un incidente in montagna. Circolano oggi, dopo che alcune persone sono morte travolte dalle valanghe di neve fresca dopo forti precipitazioni. E sono circolate in quasi tutti i grossi incidenti recenti e meno recenti in quota.

Voglio chiedervi perchè. Perchè venerdì è arrivata una grossa nevicata e tra ieri e oggi ci è toccato scrivere di 5 morti in valanga. Colpa dei giornali? Simpatica idea. Basterebbe chiuderli e sarebbero tutti vivi, allora? Poi vorrei sapere perchè, più spesso di quanto sarebbe logico, sono i prudenti e gli esperti a finire vittima di incidenti. Pensateci sinceramente. Le possibilità sono tre: non erano così esperti, lo erano ma hanno sottovalutato la situazione, sono solo sfortunati.

Forse per qualcuno può essere consolatorio pensare una cosa del genere. Ma personalmente a me fa rabbia quando qualcuno muore in montagna, soprattutto se sono i cosiddetti “esperti” che, invece, dovrebbero essere quelli che sopravvivono e si salvano. Altrimenti vuol dire che la montagna è un gioco al massacro, che tu puoi essere più o meno bravo ma quando ti tocca ti tocca. E’ così? Credo proprio di no.

La fatalità certo gioca molto, in ambienti come questo. Ed è molto difficile stabilire dei limiti. Ma la sfortuna non può essere causa e spiegazione del 100% degli incidenti. Riconoscerlo, forse, ci aiuterebbe a evitarne altri. Forse non molti, ma qualcuno magari sì.

L’altro giorno un amico guida alpina mi faceva notare che i bollettini meteo non sono “Vangelo”, e che il pericolo valanghe può essere 4 in un vallone e 2 sul pendio a fianco. Gli ho risposto che secondo me erano comunque indicazioni utili per i meno esperti, perchè la valutazione del pendio non è così immediata per tutti. A me risuonano ancora in testa le voci degli istruttori del corso di scialpinismo che martellavano sul pericolo valanghe: le frasi come “è bello uscire con tanta neve fresca ma è una delle cose più rischiose che ci siano se non sai valutare esattamente il percorso”. Forse mi restano in mente perchè sono fifona.

Però mi chiedo, non sarà che a volte ci si sente di poter gestire con sicurezza situazioni che in realtà sono al limite delle propria capacità di valutazione? Non sarà che questo accade più spesso a coloro che vanno più spesso in montagna? Io sinceramente di discorsi così: “ma chi se ne frega” “ma tanto non succede niente”, tra risate e sghignazzi, ne ho sentiti fare tanti, ma tanti, da amici e da sconosciuti. La maggior parte delle volte è vero, va tutto bene. Nessuno però lo ammette, quando purtroppo capita qualcosa. Era sempre una cosa super-sicura di super-esperti che è andata male per chissà quale motivo. Oppure è il milanese che ha sbagliato le scarpe. Vie di mezzo, zero.

Certo, il rispetto del dolore dei familiari è prioritario in questi casi. Ma a volta mi piacerebbe anche vedere qualche analisi obiettiva, in cui si riconoscono eventuali errori che magari un domani possono essere evitati da altri.

E per carità basta con i commenti patetici, frasi fatte come “inseguiva un sogno ed è morto per quello”, perchè fanno solo rabbia. “Gli alpinisti veri sono quelli che rimangono vivi”: è una frase detta tutti i più grandi, non sempre può essere rispettata e forse sarebbe meglio ricordarselo. Questa linea di pensiero fa solo male alla montagna.

In montagna si può morire, come per strada: non è un merito, al massimo una fatalità. Ma non sempre.

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23 Commenti

  1. Sabato sulle Alpi Lombarde orientali pioveva a 1200 m dopo una nevicata di 24 ore. Sinceramente non ci voleva un genio per capire che a 1800 m non c’erano le condizioni giuste per scendere da un canalone.
    Un vero esperto sarebbe tornato indietro..anzi non sarebbe proprio partito.

  2. Articolo più che doveroso e veritiero! Non ci si può sempre sentire invincibili anche se competenti. A volte, anzi troppe volte, si tratta semplicemente di errore umano.

  3. Buongiorno, l’articolo ha colto nel segno! A mio modesto parere andare in montagna è pericoloso, qualsiasi cosa si faccia o quasi. La paura trà le persone sembra non esserci più, invece un pò di sana paura ti aiuterebbe a ragionare quali pericoli potresti correre, e, se fosse il caso anche di rinunciare alla gita oppure farla magari ridimensionandola. L’alpinismo epico, delle conquiste è passato, non dobbiamo far vedere più nulla (almeno io). In questi anni con internet, con la televisione con le riviste ci fanno vedere persone che fanno qualsiasi cosa, in qualsiasi momento dell’anno, eliski, freeride, ski alp già a novembre etc è tutta una moda e un movimento commerciale e basta! Speriamo che si ritorni ad andare in montagna non di tutta fretta ma con più calma, facendo sci alpinismo quando la neve sarà trasformata e assestata come si faceva una volta.
    Andare in montagna è favoloso, tornare a casa di più.
    Ciao

  4. Le valanghe sono per loro natura eventi singoli che hanno diverse probabilità di accadimento. Tale probabilità in un dato momento varia in base alla regione, al grupo montuoso, alla valle, fino ad arrivare al singolo pendio. Il bollettino valanghe riporta la situazione generale di una regione e ovviamente non può tener conto di ogni singolo vallone o pendio, e per questo motivo il bollettino valanghe utilizza un approccio probabilistico utilizzando termini come “distacco possibile”, “distacco probabile”, “molti pendii”, alcuni pendii” ecc. Dire che il pericolo può essere 4 in un vallone e 2 nel pendio a fianco non significa niente, così come dire che lungo un percorso il pericolo valanghe abbia un certo valore. Anche 2 metri a destra del fronte di valanga tecnicamente non si è staccato nulla!
    Il bollettino inoltre è redatto tenendo conto dell’evoluzione passata e recente della situazione meteorologica, di stratigrafie e di altri strumenti. Questo però non significa che nella redazione del bollettino siano stati visitati tutti i pendii!!
    La cosa difficile da fare è decidere di stare a casa anche se si è “esperti”, senza affidarsi al fiuto del momento, chissà quante volte ci è andata bene per un pelo e non lo sappiamo neanche.

  5. Metto un commento riguardo questo articolo anche se potrebbe sembrare in palese contraddizione con il pensiero che sto per esprimere.
    Reputo sempre difficile ed a volte inopportuno commentare le morti altrui.
    Solo chi era lì poteva sapere cosa in quel momento pensava, quale situazione si era trovato ad affrontare, ecc.
    Questo è il motivo per il quale posso apparire incoerente.
    Tuttavia mi sento di scrivere in qualità di frequentatore della montagna e NON come giudice, commentatore o giornalista.
    Al giorno d’oggi tutto sembra più semplice, più raggiungibile e più “da raggiungere”.
    Vediamo i fuoriclasse veri che non dicono niente delle loro imprese, vediamo invece quelli che le pubblicizzano mediaticamente, vediamo anche gente più o meno “forte ed esperta” che va in montagna per passione.
    Vediamo infine chi sale sui monti per pubblicare un’impresa su internet.
    A prescindere dal fatto che, se è vera passione per la Montagna, non dovrebbe esserci insita in se stessi la voglia di farsi vedere, in ogni caso la Natura non guarda in faccia a nessuno.
    La Natura fa il suo corso, segue i suoi cicli e non deve essere Lei a valutare gli uomini.
    Dobbiamo essere noi a capire se siamo adatti in un certo momento a fare una determinata cosa.
    Dobbiamo essere noi a prendere coscienza reale (non solo scritta nei forum e sugli epitaffi) dei nostri limiti e delle nostre carenze, così come delle nostre possibilità.
    L’errore è umano e tutti lo fanno.
    A volte ti va bene, a volte no.
    Ma la colpa di base è sempre nostra: non della sfortuna e nemmeno del destino.
    Il Disegno Divino penso entri in gioco solo nel momento in cui l’accadimento è qualcosa di fronte al quale l’uomo è impotente (terremoti, eruzioni, crolli di pilastri interi di montagne, ecc.).
    In casi come quelli citati dall’articolo il fato non c’entra niente.
    Mi scuso per il mio essere stato forse troppo diretto.
    Non sono cinico e rispetto il dolore di tutti, ma penso che certe frasi quali “era il suo momento”, “era esperto ed appassionato”, a volte sono semplici paraventi per non voler ammettere a se stessi la cruda verità.
    Io per primo ho sbagliato in molti casi ed ho cercato di imparare il più possibile.
    Ciò non significa che sia esente da qualsiasi rischio, anzi ho sempre paura di sopravvalutarmi e di cadere in errore.
    Chiedo solo a Chi è più in alto di noi (Dio, Buddha, Allah o Chiunque in cui credete) di darmi sempre l’umiltà di ascoltare quella vocina che parecchie volte mi ha detto “torna a casa”.

  6. Purtroppo ritengo che solo raramente avvengano incidenti dovuti a pura sfortuna.
    In ogni caso, non è sicuramente possibile licenziare l’argomento con pochi e scarni statement; come d’altra parte è difficile e rischioso commentare un episodio in base alle sole informazioni riportate dai media.
    L’universo “valanghe” andrebbe trattato ad ampio spettro, di cui cito alla rinfusa solo qualche aspetto:
    – Conoscenza dei processi di metamorfismo della neve: conseguente misinterpretazione delle condizioni (poca/tanta neve, vento etc)
    – Conoscenza della “storia” del manto nevoso in una particolare zona: pioggia, notti stellate, …
    – Scelta della gita, e relativa motivazione personale: puro dislivello, esplorazione, “a caso”?
    – Numero di partecipanti e processo decisionale di decisione: no comment…
    – Background dei partecipanti ma soprattutto del “capogruppo”: provenienza dall’ambito competizioni, dall’alpinismo, …; qualifica: guida alpina, istruttore etc (solo per info oggettiva, non come info “qualitativa”)
    – Condotta della gita: a che ora, con che tempi, …
    – Deresponsabilizzazione derivata da uso di strumenti quali bollettini nivometereologici, set Artva, …
    – Frequenza degli incidenti: troppo pochi per poterne trarre un insegnamento (oggettivo)
    – Scala unificata del rischio valanghe: il “3” NON è “medio” (come interpretato “visualmente”), ma già “marcato”
    Ognuno degli aspetti di cui sopra, assieme a tanti altri non elencati, meriterebbe una trattazione a parte; comunque qualcuno l’ha già fatto, per esempio sul buon “Staying alive in avalanche terrain” di B.Tremper, ahimé disponibile solo in inglese (d’altra parte, la bibliografia come anche la qualità dei bollettini nivometeo svizzero e nordamericano non si possono confrontare con quanto accessibile in Italia).

    Al di là di questo…: spero questa attività possa rimanere “libera” – ovviamente nei limiti della sicurezza di eventuali soccorritori/frequentatori ma fuori ma d’ogni tipo di estrema classificazione (itinerari permessi, leggi, …), logica alla quale “l’andar per monti” non può e non deve essere sottoposto.

  7. La causa dei distacchi non può essere attribuita esclusivamente a imprudenza e fatalità, fuoripista vi sono sempre più persone e ovviamente più persone sono esposte ai rischi oggettivi della montagna e più alte sono le provabilità di incidente.

    Il freeride e lo scialpinismo stanno diventando una moda, ci sono un sacco di aziende che stanno spingendo sempre più persone a praticare queste discipline per puri scopi lucratori senza che gli individui abbiano le adeguate conoscenze per la valutazione dei pericoli.

    Secondo me ogni azienda che produce materiale da scialpinismo e freeride oltre che pubblicare spettacolari ed emozionali video di super campioni, dovrebbe quantomeno pubblicare materiali informativi che aiutino le persone ad essere coscienti dei rischi che corrono e a saperli valutare.
    Dovrebbe essere un’ obbligatorietà morale di tutte le istituzioni legate al mondo della montagna, commerciali e no, una auto tassazione sul proprio fatturato.

    Anzi visto che il business è business butto lì un suggerimento…. Nel momento in cui si propone uno ski test su prodotti da scialpinismo/freeride, si creino delle attività sinergiche con aziende che producono materiali da autosoccorso, con le guide alpine, con il cai (ah no.. dimenticavo… quest’ultimi in Italia si sono arenati agli anni ’60), con i soccorritori. Così, oltre che spingere le persone all’ acquisto di sci/scarponi si insegnerebbe anche ad utilizzarli in maniera appropriata.

  8. Andare in montagna è una delle cose più belle, la montagna da grandi emozioni senza chiedere niente in cambio a nessuno, però, quando chiede qualcosa, allora chiede la cosa più importante che uno ha, la propria vita.

  9. Superman vola e non ha bisogno di essere esperto o di usare l’ARTVA… ecco il punto di paartenza che ci aiuta ad accettare i rischi umani e considerarli cosi’ come sono. Dopo una nevicata le montagne non sono sicure. Possiamo analizzare tutti i fattori ed essere esperti, pero’ alla fine se siamo noi a prendere la decisione di andarci, ci esporremo al pericolo, che nel cso specifico e’ molto piu’ difficile da prevedere rispetto a molti altri pericoli oggettivi della montagna. Certo che bisogna informarsi, studiare e saper usare tutti i dispositivi come sonda, ARTVA, pala, avalung, etc. Pero’ non saranno mai sufficienti a garantire una uscita sicura al 100%. Per tutti, eccetto per Superman che sa volare, existe una regola de Munter che non bisogna dimenticare e che evidencia l’errrore umano (esperti e non esperti) come detonatore critico di un incidente, per scelte sbgliate. A tutti e’ capitato (solo a volte ce ne siamo resi conto) e soprattutto ci ricapitera’. E’ la realta’, ci piaccia o no. ¿quando ti tocca ti tocca. E’ così? Si, e’ cosi’, perche’ se no, possiamo per esempio diventare degli ottimi giocatori di calcio e, se ci sbagliamo, la palla andra’ semplicemente fuori dalla porta. Indignarsi e’ una reazione forse piu’ legata all’impotenza dell’uomo-donna di fronte alla grandeza della montagna, che non potra’ mai dominare ma che soprattutto non potra’ mai frecuentare a certi livelli senza mettersi in gioco in questo senso. Nonostante le statistiche e le croniche (ben fatte) siano strumenti indispensabili per analizzare casi e prendere provvedimenti (procedure), il semplice sfogarsi o banalizzare un fenómeno molto piu’ grande con “erano sempre gli esperti” (chi, dove, cuando, chi lo dice e perche’ nemmeno citati) non serve proprio a nulla. Non sarà che questo accade più spesso a coloro che vanno più spesso in montagna? OVVIO: per il calcolo delle probabilita’, forse per questo sono glie esperti che cadono piu’ spesso in un incidente, forse perchee’ il seracco cade, quando cade! Forse perche’ posssiamo prendere 10,000 decisione giuste e una sbagliata in montagna, invece di 22 decisioni giuste e 1 sbagliata, forse perche’ a molti non piace sciare sulla neve primaverile come marmo (única condizione quasi totalmente sicura), vero?

  10. Nella vita di “sicuro” non esiste niente ,non sono sicure le scale di casa ,non lo è attraversare la strada e nemmeno andare in macchina…il mare è sicuro per caso ?? la sicurezza è inversamente proporzionale al livello nel quale si affrontano le cose, e questo lo decide la persona stessa .”Valanga travolge alpinisti in Nepal, 11 morti, tra cui 1 italiano” questo è il triste titolo di un articolo ,ma come la dobbiamo considerare ?…sfortuna…imprudenza ? Era facile fare Professorino in questo caso “era una settimana che nevicava e di accumuli in quota ce ne erano ,ma il problema era sapere quando questa sarebbe scesa ,e visto che questo non era dato saperlo….si rischia…ne valeva la pena ???Ognuno la vede a proprio modo!!!!! tutte le disgrazie in montagna, e non solo in montagna, sono un mix di di imprudenza e sfortuna, e chi si assunge a critico,sia in positivo o in negativo ,lo fa solo perchè in montagna ci è andato solo per cercare margherite. Lo sci Alpinismo è uno sport tra i più pericolosi ,io lo faccio da 30 anni e di rischi ne ho passati…eccome…come li hanno passati tutti quelli che lo praticano intensamente ,come li passano chi fa Sub, chi arrampica , chi fa Paracadutismo ,chi fa nautica…ecc. !! Ovvio che,essendo lo sci alpinismo o tutto quello collegato al fuoripista ,praticato da una grande quantità di persone,gli incidenti sono più frequenti. Ma avete controllato ancora quanti ciclisti muoiono travolti dalle Auto ???..l’ultimo eccellente qualche giorno fa !! …quindi non cerchiamo sempre il “ma ne valeva la pena? ” perchè altrimenti la risposta è una sola…”La mattina se stai a dormire che non ti succede niente”…..ops…anche questo per la salute non va bene !!!…ma cosa si deve fare allora 😀 ????…io continuo nelle mie passioni !!!

  11. Cara Sara,
    La penso esattamente come Lei,quindi non mi dilungo e non mi ripeto su ciò che Lei ha espresso in maniera più che chiara e senza mezzi termini.
    Sa cosa mi fa rabbia?!Che se non sei un alpinista dai 3500 mt in su quà sei un filatelico o un pantofolaio.Io vivo per la montagna e la mia passione la scateno in altre maniere ed obbiettivi.Si chiama Rispetto…..
    Ma è soprattutto da parte di questi “esperti” che uno si aspetterebbe degli interventi di un certo spessore…..
    La montagna,il nome di questo sito,dovrebbe essere il denominatore comune.Una passione di tutti Noi.Non si insegna nulla con i “io sono…”,”io ho fatto…”

    Distinti saluti

  12. Piccola polemica.

    Non mi è piaciuto il tono polemico dell’articolo, non capisco a cosa possa portare. Non credo che le persone si sensibilizzano in questo modo.
    Però, voi che siete uno dei media di riferimento in Italia, fate qualcosa contro tutti i giornali di massa che ogni inverno, in questo periodo, scrivono immancabilmente articoli assurdi, prima su quanto sia bello sciare in fuoripista, poi su quanto siano criminali gli scialpinisti.

    Credo che la strada giusta sia informare e non perseguitare. Quando si tratta di montagna leggo sempre e solo articoli che fanno una sorta di caccia alle streghe e mai nessun articolo che tratti l’argomento con serietà e lucidità.

  13. ho letto con interesse l’articolo e i commenti.
    Concordo con quanto espresso, non c’è alcuna condanna nè mancanza di rispetto per chi non c’è più.
    Piuttosto una grande rabbia per delle vite perdute, e per il dolore di chi rimane a chiedersi perchè.
    Siamo in un contesto sociale in cui in modo paradossale la vita umana è talmente ad alto livello da condurre alla morte per eccesso di fiducia nelle proprie capacità ( o superficialità nel sottovalutare i rischi).
    Forse dovremmo tutti rivedere il nostro stile di vita.
    Grazie per le parole sincere e coraggiose.

  14. Concordo anch’io su quanto espresso dalla giornalista, meno sul titolo: sostituirei il “sempre” con il “troppo”.
    Infatti, mentre la maggioranza delle vittime è inquadrabile nella categoria “inesperti”, l’altra categoria , gli “esperti”, non è cos’ esigua. Se togliamo gli alpinisti di alto livello (vie estreme, luoghi estremi) che naturalemnte hanno una alta percentuale di incidenti, rimane il fatto che molti “esperti” (alpinisti che frequentano da anni, istruttori, guide) rimangono vittime. Perchè succede? perchè una bravo istruttore che per anni insegna le regole di sicurezza algli altri, poi parte per una via non facile quando tutti i meteo allertano su un imminente arrivo di pesante perturbazione? oppure affronta un pendio poche ore dopo una forte nevicata? C’è solo la sfortuna oppure dobbiamo – tutti, anche noi esperti (mi inserisco anch’io in questa categoria) – imparare sempre, metterci nella condizione più umile di chi non ha mai tutte le certezze del caso?

  15. Non esiste una sola spiegazione degli incidenti, ognuno andrebbe esaminato attentamente per poter stabilire se si è trattato di imprudenza, imperizia, eccesso di confidenza, errata valutazione delle condizioni locali o semplicemente sfortuna. Purtroppo da quanto riportato sui giornali non si ricava mai nulla di utile: anche se conosco perfettamente il Courbion non sono riuscito a capire non dico il punto dove è avvenuto l’incidente, ma neppure su quale versante!
    Perché questi incidenti capitano frequentemente con esperti? Intanto bisognerebbe capire cosa vuol dire “esperti”: hanno seguito dei corsi, hanno una conoscenza approfondita dei meccanismi delle valanghe, hanno una lunga esperienza di montagna invernale? Poi c’è il fatto che i non esperti si limitano a gite di basso profilo: è difficile essere travolti da una valanga al Cotolivier…
    Ad ogni modo, io penso che spesso l’incidente sia dovuto a una interpretazione errata della stabilità del pendio: uno sbaglio (o anche una cretinata, sempre possibile), mentre su un percorso facile non ha in genere conseguenze, su un percorso difficile ha spesso conseguenze drammatiche.
    Io tendo a non dare mai giudizi (a suo tempo ho fatto anch’io i miei bravi numeri…), ma mi sento di dare a tutti coloro che praticano lo sci-alpinismo un consiglio: se avete dei dubbi sulla tenuta di un pendio, tornate indietro. Probabilmente il pendio tiene, ma è meglio un fifone vivo di un audace morto. Io domenica sul Courbion non si sarei andato.

  16. Sono una delle purtroppo tante “vedove” della montagna; mio marito, esperto, prudente, istruttore del CAI ecc., non è più tornato da una cosiddetta “sgambata” sulle montagne di casa, insofferente dopo un mese di maltempo e quindi di inattività; una solitaria e veloce fuga dalla quotidianità di casa, appena si è presentata una finestra di tempo buono.
    La scorsa estate ho avuto un colloquio con chi “l’aveva visto e ricomposto”; avevo alcune domande ancora irrisolte che aspettavano una risposta e siamo venuti sul discorso dei morti sul Monte Bianco di quest’estate. Questa persona, che vive in montagna e che la conosce molto bene, aveva le lacrime agli occhi raccontandomi di tanti giovani che avevano buttato letteralmente via la loro vita e mi ha spiegato anche il perché.
    Ora gli alpinisti “giocano” sulla velocità e sulla “leggerezza dell’attrezzatura” per fare ascensioni che un tempo duravano giorni e che ora bruciano in poche ore, contando sul fatto che più si è veloci e leggeri, maggiori sono le possibilità di riuscire nell’intento, specialmente poi se si hanno solo pochi giorni dal lavoro, se è un weekend e se, soprattutto, le previsioni meteo ti danno l’Ok!
    Ciò porta alla riduzione del materiale sulle spalle allo stretto necessario, non ci sono margini per gli imprevisti (e se la perturbazione arriva qualche ora prima, e se l’itinerario scelto non è nelle condizioni sperate,…), tutto è ridotto, pesato e il superfluo viene eliminato. Questo signore mi diceva che negli zaini non c’è MAI traccia di cibo di nessun genere, non si mangia in gita, perché non è necessario, tanto “noi siamo forti e veloci e all’imbrunire saremo già al rifugio…”, ma il cibo non è inutile, perché ci fornisce calorie, il carburante per proseguire anche in condizioni avverse, di resistere; se manca, anche il più allenato delle persone perde le forze.Però non manca mai la giacca della marca più in voga del momento… Aggiungeva poi che le vecchie guide avevano sempre nello zaino un pezzo di lardo, del pane vecchio, e, nonostante l’abbigliamento dell’epoca, erano in grado di resistere anche a lungo perché non facevano mancare all’organismo il nutrimento!
    Continuando il suo racconto mi diceva che c’è di moda anche un’altra pessima abitudine: anche la montagna ora è globalizzata, frequentata da persone provenienti da ogni dove, per cui, se uno desidera fare un’ascensione, mette un bel cartello all’ufficio guide con scritto “Cerco compagni per…” e affronta così la montagna con persone sconosciute, di cui non si conosce nulla, forse non si parla neanche la stessa lingua.Finchè va bene, tutto è ok, ma, al momento della difficoltà, ognuno pensa a se stesso, alla faccia della solidarietà!Conoscendo la persona, ritengo che ciò sia vero e mi astengo dal fare riferimenti precisi.
    Ma in che mondo viviamo se abbiamo ridotto anche la montagna a “un mordi e fuggi”?
    E lo stesso vale forse per i morti dello scorso weekend, che avranno accolto con soddisfazione la previsione di tempo buono, dopo una così bella nevicata la “farina” era garantita… ma il resto?
    Perché non si tiene mai nella dovuta considerazione il variare della temperatura? Perché non si tiene mai conto del vento? Perché c’è sempre fretta di “vivere”?
    Il punto è proprio qui, nella nostra fretta di vivere, dimenticando che “l’Indesiderata delle Genti” (come la chiama Coelho) è sempre dietro l’angolo!
    Più volte spiegavo a mio marito che per me il piacere di andare in montagna non era tanto dovuto al dislivello fatto, alla difficoltà, al tempo impiegato, ma alla possibilità di “godere la natura”, al poter parlare con gli amici, mangiando il panino, riempiendoci gli occhi della “bellezza del Creato”!

    L’aveva quasi capito…

    Penso spesso ai familiari dei tre alpinisti dispersi sulla Barre des Ecrins di cui non si parla più e che forse non verranno ritrovati neanche a primavera. È dura per chi resta… anche sapendoli “lassù sulle montagne” nella gioia del Signore.

    1. Elisabetta, grazie infinite per il tuo commento che invece di rabbia e presunzione fa veramente pensare sulle cause e soprattutto sul proprio stile di andare in montagna. Tanti saluti e che la montagna ci accompagni come vera maestra e non come campo di gioco

  17. elisabetta mi ha fatto stringere il cuore da fidanzata di un alpinista so cosa significa attenere, attendere………
    non c’ è un modo giusto e meno per andare in montagna, non c’è una velocita’idonea, c’è il nostro essere e la ricerca di qualcosa che va oltre le prassi corrette , per la fretta, per la voglia di andare lo stesso, per il cronometro, ecc ecc
    un abbraccio splendida testimonizanza di enorme coraggio.

  18. …correre a fari spenti nella notte, diceva una nota canzone.
    Dio ci salvi dagli istruttori del CAI.
    Pura e semplice selezione naturale spinta molte volte da un pò di irresponsabilità, gli orrori della vita sono altri.

  19. Cara Sara Sottocornola…eqquindi?
    Dal momento che è vero, che sono spesso guide alpine con clienti, istruttori con allievi, scialpinisti di lunga esperienza a rimanerci sotto, e non solo inesperti o imprudenti, cosa si dovrebbe fare?
    Da sempre, e sottolineo, da sempre ci sono morti in montagna, in situazioni banali o in situazioni estreme. Morì Toni Gobbi sotto una valanga, inventore “morale” dello scialpinismo, morì Robert Blanc durante una ricerca di sciatori dispersi. Lui che aveva lo sci nel sangue oltre che la conoscenza della montagna come guida e maestro di sci. Ed è morto il grande Comici sporgendosi da una parete attaccato a un cordino marcio… Così è morto, ogni anno, il “solito idiota” a detta dei giornali, che per di più nessuno conosceva. Ed è perciò colpevole due volte. Certo, bisogna diffondere la cultura della sicurezza fornendo consigli, bollettini, mezzi di formazione. Così come in ciascuno deve prevalere il buon senso e la coscienza dei propri limiti tecnico-esperienziali. Ma non si potrà mai ingabbiare con stucchevoli parole “perbeniste” di circostanza la propria voglia di “mettersi in gioco”. Perchè guarda, salvo incapacità manifesta, è sottile la linea che divide l’imprudenza dalla necessità di osare. E ciascuno dovrà sempre essere libero in montagna, di tentare la sua invernale, la sua “free solo”, la sua discesa…E’ sempre stato così e sempre così dovrà essere. Salvo decretare la morte dell’alpinismo e discipline affini come le si è sempre vissute. In piena libertà individuale. La stampa ha il dovere di riportare la cronaca, magari anche di fare qualche dovuta considerazione. Ma la si finisca di puntare il dito sempre su colui che ha sbagliato o è stato imprudente, oppure “ha rischiato troppo”. Si coltivi la cultura della vita che è indubbiamente un bene prezioso, ma si lasci anche inseguire i propri ideali. Ho recentemente perso un amico (assieme ad altri due compagni) sulle Alpi francesi. Inseguiva una passione e non era certo uno sprovveduto, anzi, era un alpinista “di alto livello”. Rispondimi tu cara Sara… perchè è successo a uno esperto?

    1. Non è che chi muore in montagna è sempre “colpevole” di qualche cosa. Può capitare – come in tutti gli altri ambienti – per fatalità o per errore umano. Mi da fastidio che quando capita in montagna si voglia a tutti costi santificare o crocifiggere la vittima. Vorrei che venissero raccontati i fatti come stanno, anche raccontando eventuali errori, con tutti i “se” e i “ma” del caso. Per tutti: perchè ci si rifletta sopra. Non certo per mettere delle regole, che in montagna hanno poco senso.
      E perfavore basta nascondersi dietro questa fantomatica libertà, che sembra dover giustificare tutto. Non si può ergere a eroe chiunque muoia in montagna, solo perchè ci piace andarci. C’è chi rimane vittima del fato, chi della poca esperienza e chi della superficialità di un momento. Quando si osa troppo, bisognerebbe ammetterlo. A volte si scampa per miracolo. A volte ci si crede esperti ma non lo si è abbastanza. A volte esserlo induce a osare troppo. E’ vero, la linea è sottile, spesso è difficile distinguere prima, ma magari sarebbe utile ripensarci poi.
      Montagna assassina, alpinisti “suicidi” o alpinisti eroi, sono tutte generalizzazioni dello stesso livello. Ogni caso è a sè. Un’ultima cosa. Essere “di alto livello” non vuol dire essere immuni dagli errori. Non vuol dire che chi sbaglia va crocifisso. Vuol dire solo raccontare le cose come stanno. Spesso per fretta, per far colpo, per difendere qualcuno, si condiscono un po’ troppo i fatti. E non parlo degli scialpinisti, ma anche dei giornalisti, degli amici o dei vicini di casa…

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