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Assassinio sul K2, ingenua letteratura strumentale a screditare l’alpinismo

K2
K2

Una catena di strane morti tra il campo base del K2 e i campi alti, che sembrano trovare origine in un delitto più lontano, nel tempo e nello spazio, avvenuto anni prima sulla terribile Nord dell’Eiger. Un manipolo di spedizioni internazionali pronte a condividere la salita della montagna più difficile della terra ad ogni costo. Il sospetto che si insinua tra le tende di un traffico di eroina su cui molti spregiudicati intendono mettere le mani, come se la droga si trovasse al mondo solo al campo base del K2. Questo il succo del romanzo “Assassino sul K2” di Dušan Jelincic.

Due alpinisti inglesi, Walt e Richard, scalano in gioventù la parete nord dell’Eiger. Con loro c’è un terzo compagno di cordata che cade durante la salita. Alla sua morte, probabilmente evitabile, assistono impotenti due alpinisti pakistani anch’essi impegnati nella stessa scalata. Proprio a questi ultimi viene addossata la colpa dell’accaduto: un’ingiustizia che determinerà vent’anni dopo un’altra fila di morti, tra vendetta, meschinità e giustizia divina.

La narrazione scorre abbastanza veloce e per buona metà del libro il climax cresce senza intoppi, portando il lettore all’attesa dello snodo centrale. Però dopo un’ottantina di pagine ci si accorge che sono diverse le cose che non tornano.

Prima di tutto lo stile: il narratore onnisciente deve per forza spiegare proprio tutto al suo lettore, anche che lo sguardo dell’assassino è “torvo” o “pericoloso” o “falso”. Molto ottocentesco, sicuramente un po’ pedante, a tratti supponente. I personaggi, quando vengono scandagliati nella psicologia, rimangono comunque in superficie, mentre di fronte a grandi conflitti interiori (divisi tra ciò che è giusto e ciò che si desidera ardentemente) si poteva indagare più a fondo la natura umana, colta in una situazione così unica quale può essere la scalata della vita, quella del K2.

Al contrario di quanto si dica nella prefazione, l’intreccio è poco plausibile e tradisce il segreto del giallo più riuscito: la verosimiglianza. Quattro morti sospette in pochi giorni al campo base; gente che si sbraccia e precipita dai campi alti per aver corso all’indietro come se si trovasse in spiaggia e che si rincorre sui ghiacci del K2 per una fantomatica partita di eroina.

Emerge una volontà spasmodica, eccessiva nel voler fare vedere a tutti i costi di cosa siano capaci questi “terribili alpinisti“ pur di arrivare in vetta. Per la verità l’opinione che se ne trae è che si tratti di criminali: che lavoro facciano nella vita, quali passioni coltivino, che si trovino in montagna o in città, a conti fatti sembra quasi relativo.

Bastava molto meno per sottolineare come a volte nell’alpinismo le paure, gli egoismi e le ambizioni vengano prima dell’umanità. Anzi forse serviva molto meno, perché così si corre il rischio di creare personaggi grotteschi, in cui è difficile identificare volti realistici (più utili e funzionali a muovere le critiche). La montagna oscilla tra l’essere un’entità misteriosa, animata, dotata di intenzione, all’essere mero sfondo: come a dire che poteva essere una qualsiasi grande montagna, un settemila o un ottomila generico e la scelta del K2 sembra dovuta alla fama del nome più che a una specifica motivazione.

Ma è davvero una rivelazione questa idea che gli alpinisti siano uomini come altri in bene e in male? Era davvero necessario spendere tante energie a rimarcare come la feccia dell’umanità si nasconda anche tra le montagne? Ha ragione Rumiz a trovare in questo libro la scoperta della modernità? Ma scoperta per chi?

La mia impressione è che il romanzo, come la prefazione che lo precede, sia mosso dalla volontà di togliersi quei famosi “sassolini dalle scarpe” e che il testo sia il pretesto per farlo. L’autore sembra più interessato a farci capire la sua opinione su un mondo che sembra averlo a tratti nauseato piuttosto che a narrare una storia che funzioni.

 

"Assassinio sul K2" - copertina
“Assassinio sul K2” – copertina

 

 

Titolo: Assassinio sul K2
Autore: Dušan Jelincic
Prefazione: Paolo Rumiz
Casa editrice: Vivalda Editori
Collana: I Licheni
Pp. 160
Prezzo: 17 euro

 

 

 

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14 Comments

  1. Ma possibile che non si possa mai toccare la moralita’ dell’alpinismo? nemmeno con un’opera di fantasia quale e’ un Romanzo? Bonatti aveva gia’ imparato 50 anni fa che morale ed etica nell’alpinismo sono parole di cui ci si riempie la bocca ma spesso non sono proprio la realta’ delle cose…
    Vorrete mica venirmi a dire che i gialli in cui l’assassino era il freddo e spietato maggiordomo sono stati scritti per screditare la categoria dei maggiordomi??
    siamo seri, dai…

  2. Valentina, ti sei svegliata male sta mattina?
    Non ho mai letto nei tuoi articoli una presa di posizione così forte.
    Complimenti per il coraggio

  3. Bello!
    ormai anche per i libri di “settore” si deve applicare il vecchio adagio “bene o male non mi importa…purchè se ne parli…” con dovizia e precisa intenzione pubblicitaria…
    Perchè solleticare la curiosità dell’ormai asuefatto lettore con una tenue e incolore relazione?
    Meglio stuzzicare l’appetito con una “finta” e fin troppo banale polemica..
    Brava Valentina,
    Vivalda Ringrazia!!!

    1. Gentile Giovanni,
      allora non dovremmo più parlare di nessun libro, nessun film, né in bene né in male, perché altrimenti faremmo della pubblicità? Che ne è della libertà di opinione, del concetto stesso di recensione? Quanto alla definizione “libro di settore” francamente un romanzo è un romanzo: al di là del contenuto, non esula dai meccanismo che sono propri della narrativa.
      Cordialmente
      Valentina d’Angella

  4. Concludeva Bonatti al termine di un suo libro col concetto che i monti sono solo mucchi di sassi e che ognuno ci trova quello che ha dentro. Sa a qualcuno ispirano torve vicende…non dipende dai monti.

  5. Brava Valentina! Una stroncatura circostanziata e motivata, ma pur sempre garbata. Anche nella letteratura “di montagna” ogni tanto bisogna ricordare che i lettori non si bevono tutto…

  6. la moralità degli alpinisti… dimostrata proprio da 2 scalate sul K2… protagonisti sempre 2 personaggi della Valfurva. sarà un caso ?

    Dico di sì, grazie ad un vero signore come Michele Compagnoni !!

  7. sottoscrivo in pieno.
    cerchiamo di essere seri altrimenti qua non si può più scrivere nulla senza che qualcuno senta minacciato il proprio orticello (mentale)
    Marco

  8. Non capisco perchè scegliere di recensire questo libro, tra i tantissimi. Non è una novità (sbaglio o è del 2008?) e a detta della giornalista, non brilla per qualità. Fare invece delle recensioni che invitino alla lettura, utilizzando al meglio lo spazio concesso (ed il tempo dei lettori) pare brutto? Senza offesa, solo che non comprendo.

    1. ma che commento è? cosa c’entra se è una novità o meno. Io quando vado in libreria per un libro di montagna mica compro solo l’ultimo uscito. Recensire solo le novità sì che sarebbe pubblicità.
      Io ringrazio, perchè molte volte sono in difficoltà nella scelta dei volumi di montagna e molte volte sono rimasto deluso dai contenuti, banali, noiosi o assurdi che fossero. Se ci fossero più recensioni come questa, saprei scegliere meglio.

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