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Moro risponde: l’alpinismo è libertà

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BERGAMO — "Ciao grande Simone, piccola intrusione sull’argomento proposto da Luca (che sta partendo per l’ennesima volta per esplorare l’Himayal Pradesh, per regalare salite veramente interessanti in posti demodè o – come dice lui – "per non essere ripetute". Tutto e sempre in silenzio e in autogestione). Si tratta dell’etica.

Soprattutto di quella che taluni vorrebbero quantomeno "proporre". Io non sono affatto un grande alpinista nè un arrampicatore estremo, cerco di divertirmi e di riportare a casa la pelle alla sera (questa è la mia etica). Spit sì spit no in montagna? Chiodature lunghe, solo soste spittate, apertura  a vista dal basso col trapano sembrano la moda che va premiata e fa etica.
 
Sia chiaro, Rolando Larcher, ha aperto capolavori di linee, ma "altre facce" come definisci tu, hanno anche tolto tutto quello che s’è permesso di fare su certe vie in Dolomiti. Mi chiedo: gente come te ,come Bubu Bole, gli Huber, i Dal Prà, come Heinz, in che modo aprono? Sicuramente non in artificiale…o no? Ma non si sentono tanto "predicare"… E gli inglesi? A quest’ora sarebbero dei sacerdoti d’etica: niente spit, solo qualche aleatoria veloce, niente mani bianche e, se voli, amen all’etica. Ciao Simone, auguro a te la prima traversata Lothse-Everest.
Marco Davigo"
 
Ciao Marco. Faccio un po’ fatica a capire la domanda precisa che mi poni (sarà perché sto dormendo poco e facendo mille cose).
 
L’etica è come la casa. Ognuno ha la sua e ognuno pensa sia la più bella e comoda o comunque la più adatta per sè.
 
Io non voglio giudicare niente e nessuno perché – grazie a Dio – l’andare in montagna non è ancora divenuta un’attività imposta, proibita, regolamentata negli intenti e negli stili. Mi interessa solo che vengano rispettate ed osservate tutte le etiche esistenti e, laddove si voglia o ci sia una necessità, si abbia solo obbiettività nell’analizzare tutte le componenti dei mille e personali modi di andare in montagna.
 
Io non demonizzo né gli spit, né l’ossigeno, né un boulder, né l’arrampicata sintetica, né un panino mangiato lungo il sentiero. Ognuno, almeno in montagna, deve sentirsi libero e responsabile per quello che fa e che dice e avere l’apertura mentale ed il cervello elastico per capire chi fa, racconta, interpreta in modo diverso da te la propria passione per la montagna. Il gesto, la pulsione e lo spirito che fanno agire.
 
Io cerco di vivere il mio alpinismo nel modo più polivalente possibile e l’ho fatto su tutti i terreni e con tutte le diverse etiche. E cerco di capire chi pensa, agisce e diffonde un diverso modo di agire in montagna. Ogni tanto cerco solo di stimolare riflessioni e, se serve, anche tirare le orecchie a coloro che pensano che il mondo ruoti solo intorno alla propria visione e ai propri gusti. Senza avere la saggezza, la preparazione la cultura per osservare ed imparare da chi ha deciso di percorrere strade diverse, magari non impantanate in sensi unici.
 
Insomma non bisogna essere fondamentalisti nell’alpinismo ma semplicemente se stessi senza pretendere che il mondo ti premi, di capisca, ti noti…
 
Simone Moro
 

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