• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Alpinismo, Top News

Anna Torretta: la mia testimonianza su Mortenson e l’Afghanistan

Anna Torretta e Suzy Medge in Afghanistan
Anna Torretta e Suzy Medge in Afghanistan

AOSTA — “Ecco quello che ho visto io, in Afghanistan, nei villaggi descritti nei libri di Greg Mortenson e nelle scuole curate dalla sua associazione”. E’ così che l’alpinista valdostana Anna Torretta interviene sulla polemica riguardo i libri e le attività del celebre scrittore americano, accusato di truffa da un’inchiesta della Cbs. Riportiamo la lettera della Torretta, che contiene anche quelle di Giorgio Mallucci ed Elisabetta Galli, collaboratori di Mountain wilderness, che sono stati parecchi anni in Afghanistan a seguito dei progetti di formazione per le guide locali promossi dalla nota associazione ambientalista.

“La mia ultima spedizione in Afghanistan con Susy Madge, nel maggio 2010, passa per Bozai Gumbaz o Gumbad – scrive la Torretta, di cui riportiamo la lettera integralmente -. Il villaggio kirghiso è stato avamposto russo nell’invasione degli anni 80. Il libro di Mortenson descrive la scuola costruita proprio in questo villaggio nelle ultime pagine di “Stones into Schools”, l’ultimo suo libro”.

“Susy, le nostre guide ed io, raggiungiamo Bozai Gumbaz dopo 4 giorni a piedi e a cavallo attraverso valli impervie, lungo il fiume Oxus, sull’unico sentiero che mette in comunicazione l’Afghanistan con il Piccolo Pamir. Quando arriviamo aull’altipiano, vediamo i segni di una guerra finita 20 anni fa, filo spinato e bossoli esplosi, ma siamo felici di vedere il bunker descritto da Mortenson, è proprio come nel libro! Il bunker e’ stato trasformato in scuola, che idea! Siamo a 4.000 metri e qui non c’è vegetazione se non l’erba da brucare, e costruire significa trasportare legna per quattro giorni sugli yak. Il riutilizzo della struttura metallica ci sembra un’idea grandiosa!
Questa è l’unica scuola che hanno i bambini Kirghisi in tutta la regione del Pamir Afghano”.

“La scuola però nel maggio 2010 non era ancora stata inaugurata – scrive l’alpinista valdostana -, sarebbe dovuta essere inaugurata a settimane, ma i kirghisi, come nomadi, si sarebbero spostati in 2 settimane da questo villaggio, quindi forse non è ancora stata usata ad oggi. Segni del benefattore però non ne abbiamo trovati. Purtroppo Bozai Gumbaz è l’unico villaggio, durante la nostra spedizione, con cui abbiamo avuto una discussione riguardo i soldi per i cavalli. Il capo del villaggio è stato tutt’altro che socievole con noi ragazze e le nostre due guide ismaelite, abbiamo litigato e pagato il doppio i cavalli. Anche se avevamo chiesto di acquistare pane e formaggio. Mentre in tutti gli altri villaggi siamo sempre stati trattati da ospiti, e invitati nella tenda o casa del capo a mangiare con loro”.

“Così Susy ed io cominciamo, da questo momento, a nutrire qualche dubbio sulle storie di Mortenson e sulla loro veridicità. E’ veramente difficile pensare che uomini del villaggio di Bozai Gumbaz siano partiti per il Pakistan a cercare Mortenson per costruire la scuola. Non riusciamo a vedere come questa gente, così legata ai pochi soldi e alla propria terra, abbia fatto un gesto del genere. Il villaggio è composto da 3 piccole case e una yurta, quindi 4 capi famiglia con i figli e le donne. Non riusciamo a credere che degli uomini, capo famiglia, anziché portare al pascolo gli animali, unico mezzo per sopravvivere, partano per cercare Mortenson in Pakistan…”

“Il capo ismaelita delle Forze Afghane di Controllo della Frontiera tra pakistan e Tajikistan, di stanza a Iskashim, ci disse che aveva lavorato lui stesso in collaborazione con il Pakistan alla creazione della scuola Kirghisa – conclude la Torretta -. In conclusione noi non abbiamo mai sentito parlare di Mortenson dalla gente del posto. Abbiamo visitato altre scuole in Afghanistan, costruite dalla collaborazione internazionale e Aga Khan Foundation, ma di tracce di Mortenson nelle scuole non ne abbiamo trovate, neanche un ringraziamento, un cartello, un segno. Forse era semplicemente per non apparire, pensiamo, se scrive delle cose non vere ma per vendere libri con un buon fine, ha ragione di farlo. Adesso forse dovremo tristemente ricrederci”.

“Da parte nostra – scrivono Mallucci e la Galli – possiamo aggiungere che siamo stati nel Wakhan dal 2003 al 2008 e sempre per almeno due mesi a stretto contatto sia con le popolazioni locali che con il responsabile dei progetti dell’Aga Khan nel Wakhan. Mai nessuno ci ha mai parlato di lui (Mortenson) in nessun modo, nè abbiamo visto scuole da lui costruite. Personalmente ho anche forti dubbi su tutte le storie di assalti lungo la strada perchè nel periodo in cui – stando al suo libro -sarebbero avvenuti, io ero lì e non mi risulta proprio niente”.

 

Nota: “Il secondo libro di Mortenson “Stones into Schools” – segnala la Torretta – viene così descritto sulla pagina web dell’autore: “Just as Three Cups of Tea began with a promise—to build a school in Korphe, Pakistan—so too does Mortenson’s new book. In 1999, Kirghiz horsemen from Afghanistan’s Wakhan Corridor rode into Pakistan and secured a promise from Mortenson to construct a school in an isolated pocket of the Pamir Mountains known as Bozai Gumbad. Mortenson could not build that school before constructing many others, and that is the story he tells in this dramatic new book. Picking up where Three Cups of Tea left off in late 2003, Stones into Schools traces the CAI’s efforts to work in a whole new country, the secluded northeast corner of Afghanistan. Mortenson describes how he and his intrepid manager, Sarfraz Khan, barnstormed around Badakhshan Province and the Wakhan Corridor, moving for weeks without sleep, to establish the first schools there”.

Articolo precedenteArticolo successivo

2 Comments

  1. Saranno le indagini e i fatti a chiarire la situazione. A mio avviso commenti affrettati e superficiali risultano inutili e in questo spirito interpreto il silenzio di tante persone e istituzioni che in questi anni hanno dato il loro appoggio e, soprattutto, la loro fiducia.
    Io continuo a sperare e credere in un esito positivo.
    Paola

  2. Greg riusciva a comunicare simpatia: prima di tutto era sempre accompagnato da una persona del luogo, spesso parlava la loro lingua e poi era un maschio. Pensare che due alpinisti valdostani, arrivati lì freschi freschi, comprando un po’ di formaggio riescano a ottenere simpatia mi sembra un po’ ingenuo.
    Ma l’importante è denigrare!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.