3 itinerari tra le foreste fossili d’Italia
Un viaggio nel tempo profondo della Penisola, tra alberi mummificati dall'argilla, antichi pini dell'era glaciale e sculture minerali nate dal fuoco dei vulcani.
Di fronte al termine “fossile” il primo pensiero va quasi sempre ai dinosauri o, in alternativa, a ominidi e animali dell’Età della Pietra. Si pensa a reperti ossei, a impronte giganti di antichi rettili nascoste tra pareti d’alta quota che un tempo erano fondali marini, alle selci preistoriche scheggiate dall’uomo, alle zanne di mammut. Molto più raro è che la mente si apra al mondo delle piante.
Eppure, anche i vegetali hanno affrontato millenni di storia. Sono stati i compagni silenti delle specie animali che si sono succedute ed evolute nel tempo, cambiando a loro volta. Certo, il materiale organico è facilmente deperibile e — come ci insegna la mummia di Ötzi — ci vuole una grande fortuna perché i tessuti molli si conservino. Possono esistere dunque foreste fossili?
La risposta della scienza è un sì. E non si tratta di una risposta teorica: in Italia è possibile osservare da vicino, toccare con mano – un invito da non prendere in senso letterale, per preservare questi tesori – cosa esse siano. Una foresta fossile si compone, in estrema sintesi, di alberi antichi “trasformati” dal tempo. In alcuni casi, i tronchi conservano, a distanza di millenni dalla loro germinazione, la loro “posizione vitale” eretta.
Il processo che ne ha consentito la conservazione deriva spesso dal repentino seppellimento della pianta sotto strati di fango, sedimenti o anche ceneri vulcaniche. L’assenza di ossigeno che ne consegue impedisce la normale decomposizione: a seconda del tipo di terreno, l’albero può andare incontro a un processo di pietrificazione dei tessuti, a una loro carbonizzazione o, in casi ancora più rari, a una vera e propria mummificazione in cui il legno resta incredibilmente legno.
Andare ad ammirare questi alberi d’altri tempi è come camminare nei corridoi di un museo a cielo aperto. Oggi vi portiamo alla scoperta di 3 foreste fossili d’Italia, tre luoghi che offrono una finestra su un passato remoto, in cui è bene recarsi equipaggiati di fantasia, per immaginare una Terra d’altri tempi.
Foresta Fossile di Dunarobba
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Dove: Avigliano Umbro (Terni, Umbria)
Venuto alla luce alla fine degli anni ’70 all’interno di una cava di argilla destinata alla fabbricazione di mattoni, questo geosito demaniale custodisce i resti di circa quaranta tronchi di gigantesche conifere risalenti a 2,5 milioni di anni fa, tra il Pliocene e il Pleistocene inferiore. Si tratta di esemplari di Taxodioxylon gypsaceum, grandi alberi imparentati con le odierne sequoie giganti che un tempo popolavano questa parte di penisola. Ciò che rende Dunarobba un monumento naturalistico unico al mondo è lo straordinario stato di conservazione dei suoi giganti, che preservano ancora il legno.
Milioni di anni fa, quella che era un’area palustre sulle rive di un ampio bacino lacustre subì un graduale sprofondamento terrestre (un fenomeno geologico noto come subsidenza) e i tronchi vennero sepolti dal fango argilloso in totale assenza di ossigeno. Questo “abbraccio” protettivo ha favorito la mummificazione delle piante, che ancora oggi appaiono erette, nella loro originaria posizione di vita. Il sito, gestito dalla Cooperativa Surgente sotto la tutela della Soprintendenza ABAP dell’Umbria, rappresenta una vera e propria sfida conservativa.
Foresta Fossile della Stura di Lanzo
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Dove: Nole Canavese e Ciriè (Torino, Piemonte)
In Piemonte, lungo le sponde del torrente Stura di Lanzo, a breve distanza da Torino, si trova una foresta fossile che offre un’esperienza decisamente più selvaggia rispetto a Dunarobba: i reperti emergono infatti direttamente dall’alveo del fiume, intrappolati nei sedimenti fluvio-palustri di un’antica pianura risalente a un periodo compreso tra i 3,6 e i 2,3 milioni di anni fa (Pliocene medio).
Passeggiando lungo il torrente saltano all’occhio i grandi ceppi fossili di Glyptostrobus, una conifera d’alto fusto parente delle odierne sequoie e dei cipressi calvi, oggi estinta in Europa. Anche in questo caso, gli alberi sono andati incontro a una mummificazione umida. Il seppellimento sotto strati di limo e argilla ha bloccato l’ossidazione e la decomposizione batterica, mantenendo intatta la consistenza del legno. C’è però un dettaglio ulteriore che rende questa foresta particolarmente suggestiva: sui tronchi sono ancora visibili le tracce di antichi incendi boschivi preistorici.
Foresta Pietrificata di “Carrucana”
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Dove: Martis (Sassari, Sardegna)
La terza foresta del nostro viaggio nel tempo è definita “pietrificata”, un particolare che lascia intendere una sottile differenza dalle precedenti tappe. Si trova in Sardegna, a pochi passi dal centro di Martis, nel territorio dell’Anglona, ed è un gioiello paleobotanico risalente al Miocene inferiore (ben 20 milioni di anni fa). In questo sito non si è verificato un processo di mummificazione: la natura ha scelto la via dell’alchimia minerale.
Milioni di anni fa, una violenta eruzione vulcanica spazzò via le foreste dell’isola, facendole inabissare in acque lacustri all’interno delle quali si accumularono le ceneri vulcaniche ricche in silicio. Questo elemento è penetrato nei tessuti vegetali e ha sostituito, molecola dopo molecola, la materia organica marcescente, pietrificandola. Oggi i tronchi mineralizzati riposano nel Parco Paleobotanico dell’Anglona, un museo a cielo aperto che affascina i viaggiatori fin dall’Ottocento, quando fu descritto dal Conte Alberto Ferrero della Marmora nel suo celebre Voyage en Sardaigne.







