Alpi sempre più calde: Serena Giacomin spiega perché il clima sta cambiando
Lo zero termico record e un giugno che sembra agosto. La climatologa Serena Giacomin spiega le cause dell'ondata di caldo che sta investendo l'Europa e perché questi fenomeni sono destinati a diventare sempre più frequenti.
Le immagini arrivate negli ultimi giorni dalle Alpi hanno colpito molti appassionati di montagna. Sul Cervino, oltre i quattromila metri di quota, dopo un violento temporale si sono formate vere e proprie cascate d’acqua che scorrono lungo la parete nord, mentre lo zero termico si è mantenuto stabilmente sopra i 4500 metri. I ghiacciai hanno continuato a fondere giorno e notte, senza nemmeno la tregua garantita dalle temperature notturne. Intanto il mese di giugno ha assunto caratteristiche sempre più simili a quelle di agosto, con temperature eccezionali non solo nelle città ma anche in alta quota
Sono immagini spettacolari, ma raccontano una realtà che gli scienziati descrivono da anni. L’ondata di caldo che ha investito gran parte dell’Europa occidentale nelle ultime settimane non è soltanto un episodio meteorologico estremo: si inserisce in una tendenza climatica che rende questi eventi sempre più frequenti e intensi.
Per capire che cosa stia realmente accadendo abbiamo intervistato la climatologa Serena Giacomin, fisica dell’atmosfera e vice presidente di Italian Climate Network, che da oltre vent’anni studia l’evoluzione del clima. Dall’eccezionalità delle temperature registrate in Europa agli effetti sulle montagne, fino alle strategie di mitigazione e adattamento, Giacomin spiega perché quello che stiamo osservando non può più essere considerato un evento isolato.
In questi giorni l’Europa sta vivendo un’ondata di caldo eccezionale. Lei come la sta vivendo, anche da climatologa?
Sto vivendo un sentimento di profondo dispiacere. Da oltre vent’anni studio questi fenomeni e oggi sto osservando gli effetti di ciò che la comunità scientifica descrive da decenni. È inevitabile pensare che molto si sarebbe potuto fare prima.
Che cosa sta succedendo dal punto di vista meteorologico e climatico?
Siamo reduci da circa due settimane di un’ondata di caldo che ha interessato gran parte dell’Europa occidentale e che ha, marginalmente, interessato anche il nostro Paese. Ora il nucleo più intenso si sta spostando verso l’Europa centrale e orientale, ma anche l’Italia continua a esserne coinvolta.
Questa è la classica situazione che molti definiscono “la nuova normalità”. È un’espressione che descrive bene il fatto che questi episodi stanno diventando sempre più frequenti, anche se personalmente non la trovo del tutto corretta. Parlare di nuova normalità dà l’idea di un sistema che si è stabilizzato su nuove condizioni, mentre in realtà siamo in una fase di continua crescita.
Quali sono i dati che testimoniano questa eccezionalità?
Abbiamo avuto una risalita di aria molto calda verso latitudini insolite, alimentata dal promontorio dell’anticiclone africano (una vasta lingua di alta pressione che trasporta aria rovente dal Nord Africa verso il Mediterraneo e l’Europa, nda). In molte aree le temperature sono risultate superiori alla media anche di 10-12 gradi.
Proprio in questi l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha pubblicato un report sui record registrati in Europa: la Francia ha stabilito un nuovo record di temperatura media nazionale per il mese di giugno, mentre nel Regno Unito si sono superati i 35 °C. Anche l’Italia ha registrato valori eccezionali, non solo nelle temperature massime ma soprattutto nelle minime. A mezzanotte molte località erano ancora attorno ai 30 °C e all’alba si registravano temperature superiori ai 25 °C. Questo significa che il corpo umano e gli ecosistemi non riescono nemmeno a recuperare durante la notte.
E in montagna?
La situazione è altrettanto preoccupante. Le immagini che arrivano dal Cervino sono molto eloquenti. Lo zero termico si è mantenuto oltre i 4500 metri e per circa dieci-dodici giorni le temperature alle alte quote sono rimaste costantemente sopra lo zero. Questo significa che il processo di fusione di neve e ghiaccio è proseguito senza interruzione.
Secondo quello che ci ha raccontato, ci pare di capire che l’Italia sia stata relativamente “fortunata”. È corretto?
Paradossalmente sì. La massa d’aria più calda si è concentrata maggiormente su altre aree europee. Viene quasi da chiedersi cosa sarebbe successo se fossimo stati noi al centro di questa configurazione atmosferica. Probabilmente non ci saremmo fermati ai 38-39 gradi registrati in molte città italiane, ma avremmo potuto superare i 42 gradi per diversi giorni consecutivi, con conseguenze molto pesanti.
C’è poi un altro elemento importante: noi non siamo affacciati sull’oceano, ma sul Mediterraneo, che in questo momento presenta anomalie termiche di circa cinque gradi rispetto alla media. È un valore enorme.
Ci aspetta una tregua?
Nei primi giorni di luglio è prevista una temporanea flessione delle temperature, ma le proiezioni mostrano già una nuova risalita di aria molto calda, ancora una volta diretta verso l’Europa occidentale.
Perché queste situazioni stanno diventando sempre più frequenti?
Dal punto di vista della circolazione atmosferica osserviamo un cambiamento importante. In passato le grandi correnti in quota scorrevano in modo più lineare da ovest verso est (e viceversa), seguendo i paralleli. Oggi, invece, tendono a ondularsi molto di più, creando profonde “anse” che favoriscono gli scambi di masse d’aria tra nord e sud.
Questo significa che l’aria molto calda proveniente dal Nord Africa riesce a spingersi molto più facilmente verso latitudini dove un tempo era insolita, mentre, al contrario, masse d’aria più fredde possono scendere verso sud. Tuttavia, poiché il Pianeta continua a riscaldarsi, queste ondulazioni favoriscono sempre più spesso ondate di caldo eccezionali rispetto alle irruzioni fresche.
Quali sono le conseguenze di questi estremi?
Quando si registrano 41 gradi a Parigi o 36 a Londra va in crisi un intero sistema che non è stato progettato per sopportare quelle temperature. Non parliamo soltanto delle infrastrutture antropiche, ma anche degli ecosistemi e dei cosiddetti servizi ecosistemici, come la disponibilità di acqua. È come vivere con edifici, città e servizi tarati su un clima che ormai non esiste più.
Ci fa un esempio concreto?
Le scuole. Già ad aprile si comincia a fare fatica a stare nelle aule. A maggio, durante la prima ondata di caldo, in molte classi era praticamente impossibile seguire le lezioni. Pensiamo alle scuole dell’infanzia, che restano aperte fino a fine giugno: in molte aule si superano abbondantemente i 30 gradi, con punte anche di 38 gradi.
Quindi è davvero questa la “nuova normalità”?
Mi stupisce che ci sia ancora stupore quando si usa questa espressione. Molti chiedono: “In che senso nuova normalità?”. Ecco, quando la viviamo sulla nostra pelle capiamo cosa intendevano gli scenari climatici. Questa è esattamente l’estremizzazione del clima di cui si parla da anni.
Spesso si usano come sinonimi i termini “estremo” e “intenso”. È corretto?
No, sono due concetti diversi. Un fenomeno è estremo quando, dal punto di vista statistico, esce dalla climatologia di un determinato territorio.
Oggi confrontiamo le temperature con il trentennio climatico 1991-2020. Se una temperatura si discosta dalla media di uno o due gradi rientra ancora nella normale variabilità. Quando invece lo scarto arriva a dieci o dodici gradi siamo davanti a un evento estremo, perché esce completamente dalla distribuzione statistica.
“Intenso”, invece, descrive gli effetti o gli impatti che quel fenomeno produce.
Quindi, dobbiamo aspettarci che questi eventi diventino sempre più frequenti?
Sì. Gli scenari climatici mostrano chiaramente un aumento della frequenza dei fenomeni estremi. Attenzione però: uno scenario non è una previsione deterministica. Io non posso dire quante ondate di caldo estremo ci saranno nell’agosto 2026 o come sarà l’estate del 2027.
Sappiamo però che il 2027 sarà un anno particolarmente osservato perché inizierà a risentire degli effetti di El Niño, che si sta formando ora, è ancora molto debole e dovrebbe raggiungere il suo massimo tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Storicamente gli anni influenzati da El Niño mostrano un’atmosfera carica di energia e le sorprese, purtroppo, raramente sono positive. Quello che possiamo dire con certezza è che aumenteranno le occasioni in cui ci troveremo a vivere situazioni come quella attuale.
Quanto pesa una singola ondata di caldo nel parlare di cambiamento climatico?
Una singola ondata di caldo, per quanto estrema, non definisce da sola una tendenza climatica. Tuttavia questa si inserisce perfettamente nel trend che osserviamo da decenni. Se fino a oggi non avessimo registrato un progressivo aumento delle temperature e dei fenomeni estremi, potremmo considerarla una semplice fluttuazione sfortunata. Ma non è così.
Che cosa possiamo fare concretamente per cercare di interrompere questo processo?
Le strade sono due: mitigazione e adattamento.
La mitigazione comprende tutte le azioni necessarie per ridurre le emissioni di gas climalteranti. Può sembrare un concetto astratto, ma conosciamo molto bene il comportamento di molecole come anidride carbonica e metano e il loro ruolo nell’intrappolare il calore nell’atmosfera. Più aumenta la concentrazione di questi gas, più aumenta la temperatura del Pianeta.
In questo senso è anche importante sapere che esiste un’importante inerzia del sistema climatico. Vuol dire che anche se domani azzerassimo completamente le emissioni, continueremmo comunque a subire per anni gli effetti dei gas già accumulati in atmosfera.
E l’adattamento?
Qui abbiamo enormi margini di miglioramento. Sappiamo già come costruire edifici che garantiscano una buona qualità della vita anche durante le ondate di caldo. Il problema è che dobbiamo progettare pensando al clima di oggi e di domani, non a quello del 1980. Significa riqualificare gli edifici, aumentare il verde urbano, utilizzare le cosiddette Nature Based Solutions. Il verde, ad esempio, non è solo una scelta estetica: un prato si scalda molto meno dell’asfalto, contribuisce ad abbassare le temperature e allo stesso tempo migliora la permeabilità del suolo durante gli eventi di pioggia intensa.
Lo stesso vale per la gestione dell’acqua. L’Italia è sempre stata considerata un Paese ricco di risorse idriche e per questo ci siamo potuti permettere grandi sprechi. Oggi non possiamo più perdere oltre il 40% dell’acqua lungo le reti idriche. È uno dei tanti settori nei quali abbiamo margini di miglioramento enormi. Se vogliamo vedere il lato positivo, significa che esistono ancora molte soluzioni concrete sulle quali possiamo intervenire.








