
In Italia siamo abituati a un costante aggiornamento sugli incidenti – mortali e non – che si verificano in montagna. Nella maggioranza dei casi, dati e dettagli vengono forniti dal Soccorso Alpino e Speleologico e dalle forze dell’ordine impegnate nelle operazioni. I rispettivi addetti alla comunicazione condividono quasi in tempo reale, attraverso chat, invio di comunicati, nonché pubblicazione di post sui social, informazioni sugli interventi in corso o realizzati, anche laddove la gravità dell’evento richieda l’apertura di indagini.
Non si tratta certamente di un’attività posta in essere allo scopo di conquistare pubblicità e facili like, ma di una precisa strategia di prevenzione. Conoscere dettagli quali la geografia di un incidente, la stagione, il meteo, l’equipaggiamento e l’età della vittima, permette ai fruitori della montagna di riflettere, trarre conclusioni, apprendere. Un mezzo educativo indiretto che stimola a fare auto-valutazione, ad analizzare i rischi e pianificare meglio le uscite.
Negli Stati Uniti si stanno sollevando proteste contro una nuova direttiva dell’amministrazione Trump che sembra andare nella direzione opposta, ponendo un freno alla trasparenza nel campo della comunicazione degli incidenti gravi o mortali oggetto di indagine che si verificano nei Parchi USA.
La denuncia della pagina “Alt National Park Service”
A diffondere sui social la notizia, sollevando perplessità su motivazioni e conseguenze, è la pagina FB di Alt National Park Service, che si presenta come “il team ufficiale di ‘Resistenza’ del National Park Service degli Stati Uniti. La nostra missione è difendere il National Park Service per aiutare a proteggere e preservare l’ambiente per le generazioni presenti e future”.
“In base alla nuova politica, al personale del parco viene richiesto di non confermare quando qualcuno è morto, fornendo solo informazioni limitate mentre gli incidenti sono sotto indagine“, si legge nel post di denuncia. Sintetizzata in tal modo, la nuova disposizione del Governo Trump appare come un comprensibile intervento a tutela della privacy nel corso dello svolgimento di indagini. Ma secondo gli autori del post, “questa politica si spinge troppo oltre”.
“I Parchi Nazionali sono aree pubbliche e informazioni tempestive sugli incidenti mortali possono allertare i visitatori su condizioni pericolose come inondazioni improvvise, caldo estremo, incontri con animali selvatici, sentieri pericolosi o corsi d’acqua non sicuri”, chiariscono in merito, evidenziando che conoscere dettagli ed esito infausto di un incidente può aumentare la sicurezza dei turisti.
Tra i commenti condivisi dal pubblico, emergono testimonianze che rafforzano tale visione. “Sapere che le persone sono morte cadendo da Half Dome mi ha spinto a non tentare mai quella scalata”, racconta un utente. “Per favore continuate a fare informazione. Sono appena tornato da un viaggio on the road di 12 giorni in 5 Parchi Nazionali e queste informazioni risultano fondamentali per la sicurezza del pubblico”, riporta un secondo lettore.
Dai media un’accusa di censura
Le perplessità espresse dall’Alt National Park Service trovano corrispondenza e risonanza su testate giornalistiche statunitensi e internazionali, dal Washington Post a Forbes, dal Los Angeles Times all’Independent.
Come rivelato dal Washington Post, una nota interna destinata ai dipendenti del Dipartimento dell’Interno (compreso il personale dei Parchi Nazionali) a dicembre 2025 invita a non confermare un decesso o condividere dettagli sensibili in caso di incidenti gravi che si verifichino nelle aree protette statunitensi e siano sottoposti a indagini.
Secondo i dettagli emersi, solo le “autorità appropriate” (non meglio specificate) possono confermare la morte. Il personale non è autorizzato a confermare la gravità delle lesioni, ma può comunicare esclusivamente che l’individuo è stato trasportato altrove e il mezzo utilizzato per il recupero dall’area dell’incidente. Non è inoltre consentito fornire dettagli specifici di localizzazione dell’incidente.
Gli effetti pratici di questo filtro iniziano già a mostrarsi. Un’analisi condotta da Forbes sui dati di mortalità pubblicamente disponibili sul sito web del National Park Service ha rilevato che i registri più recenti sono incompleti. Da alcuni mesi sarebbe stata sospesa la categorizzazione delle cause di morte (con i decessi più recenti catalogati come “indeterminati”) e soprattutto, mancano all’appello decessi recenti riportati invece dai media. Ne è un esempio il caso di un ventenne deceduto nell’area delle Nevada Falls a Yosemite.
In una dichiarazione condivisa con i media, un portavoce del Dipartimento dell’Interno ha dichiarato che “le linee guida sono state elaborate per creare un approccio più coerente alla comunicazione degli incidenti in tutto il Dipartimento e non hanno lo scopo di nascondere i decessi o ritardare la diffusione delle informazioni“.
Un’interpretazione che non convince chi a lungo ha lavorato nel National Park Service, come Dan Wenk, ex sovrintendente di Yellowstone, secondo le cui dichiarazioni al Washington Post “la vecchia procedura prevedeva sempre di fornire alle persone quante più informazioni possibili nel più breve tempo possibile in merito a un incidente”.
Il peso delle accuse mosse nei confronti del provvedimento è da legarsi al clima teso di censura che si è sviluppato attorno alle aree protette statunitensi nell’ultimo anno. Nel marzo 2025 è stato infatti emesso un ordine esecutivo intitolato “Restoring Truth and Sanity to American History”. Obiettivo dell’operazione è “ripristinare la verità nella storia americana”, rimuovendo da “siti federali dedicati alla storia, inclusi parchi e musei” ogni informazione errata o fuorviante sul passato degli USA. Finalità nobile che però, come testimoniato dai media statunitensi, si sta manifestando come un tentativo di cancellare – mediante azioni dirette, come rimozione o sostituzione di cartellonistica – dettagli storici quali la schiavitù e i diritti dei Nativi americani, e scientifici, come ogni rimando al cambiamento climatico.
L’opinione generale che emerge dai media USA è che nei Parchi Nazionali degli Stati Uniti, che registrano oltre 320 milioni di visite l’anno e una media di 358 morti annui, celare o ritardare la diffusione di dettagli relativi a incidenti mortali o gravi, rischia di tradursi in una netta perdita di sicurezza a danno dei visitatori.