
Una serie di cascate che scende dalla parete nord del Cervino, oltre i 4000 metri di quota. Si tratta di una fotografia reale, scattata la sera del 25 giugno dal fotografo Harry Lauber, subito dopo il passaggio di un intenso temporale. A renderla straordinaria non è la presenza dell’acqua in sé, ma il fatto che quella precipitazione sia caduta in forma liquida a quote dove tradizionalmente anche in estate ci si aspetterebbe la neve.
A richiamare l’attenzione sul significato di quello scatto sono i glaciologi Giovanni Baccolo e Riccardo Scotti, che sulle pagine de L’AltraMontagna, spiegano come la fotografia rappresenti uno degli effetti più evidenti del riscaldamento delle alte quote alpine. Non si tratta infatti dell’acqua prodotta dalla fusione della poca neve residua, ma della pioggia appena caduta che scorre lungo la parete.
Perché ciò accada è necessario che lo zero termico si trovi al di sopra della vetta del Cervino, che raggiunge i 4478 metri. Secondo quanto riportano gli autori dell’analisi, i dati delle stazioni meteorologiche indicavano in quelle ore uno zero termico intorno ai 4800 metri, una quota che fino a pochi decenni fa rappresentava un evento raro, mentre oggi viene raggiunta con frequenza crescente durante le ondate di calore estive.
Così si velocizza il degrado del permafrost
L’immagine assume così un valore che va oltre il suo impatto visivo. Il cambiamento della forma delle precipitazioni è infatti uno degli aspetti più delicati dell’evoluzione del clima alpino. Quando piove anziché nevicare alle quote più elevate, non solo viene meno un importante contributo all’accumulo nivale e quindi all’alimentazione dei ghiacciai, ma aumenta anche la quantità di acqua liquida che penetra nelle fratture della roccia.
È proprio questo uno dei meccanismi che preoccupano maggiormente gli studiosi del permafrost, il terreno e la roccia che rimangono congelati per almeno due anni consecutivi. La parete nord del Cervino ne è ampiamente interessata. L’acqua piovana, infiltrandosi in profondità, trasporta calore con un’efficienza molto superiore rispetto all’aria e accelera il degrado del permafrost, riducendo progressivamente l’effetto “collante” esercitato dal ghiaccio presente nelle fratture della montagna.
Si tratta di un fenomeno documentato anche dalle ricerche dello Swiss Federal Institute for Forest, Snow and Landscape Research (WSL-SLF), che negli ultimi anni ha studiato proprio il Cervino. I ricercatori hanno evidenziato come l’infiltrazione dell’acqua nelle pareti rocciose favorisca il trasferimento di calore in profondità, accelerando il disgelo del permafrost e aumentando il rischio di instabilità e crolli rocciosi, processi destinati a intensificarsi con il progredire del riscaldamento climatico.
Le conseguenze sono già visibili su molte montagne alpine. Negli ultimi anni numerose vie alpinistiche classiche hanno visto modificare le proprie condizioni, con periodi sempre più lunghi caratterizzati da roccia instabile, caduta di pietre e ghiaccio meno consistente. Anche episodi di grandi crolli verificatisi recentemente sulle Alpi sono stati messi in relazione, almeno in parte, con il degrado del permafrost e con estati sempre più calde.
Lo scatto di Harry Lauber racconta quindi molto più di un temporale estivo. Mostra un ambiente che sta rapidamente cambiando, nel quale fenomeni che fino a pochi decenni fa sarebbero apparsi eccezionali stanno diventando sempre più frequenti. La parete nord del Cervino, attraversata da cascate di acqua a oltre quattromila metri è un’immagine destinata a rimanere impressa non solo per la sua spettacolarità, ma perché sintetizza in un solo fotogramma la trasformazione in atto nelle Alpi.