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Come mai i pascoli inariditi dell’altopiano tibetano stanno tornando verdi?

Grazie ai pannelli solari sollevati da terra, i terreni a rischio desertificazione del Qinghai stanno tornando a inverdirsi: una soluzione hi-tech che mitiga gli effetti del cambiamento climatico e supporta la pastorizia locale.

I dati diffusi il 17 giugno scorso, in occasione della Giornata mondiale per il contrasto alla desertificazione e alla siccità, delineano un quadro tutt’altro che rassicurante per l’Asia centrale. Le Nazioni Unite hanno riacceso i riflettori sul progressivo degrado delle praterie e delle terre aride, un fenomeno globale che in Asia colpisce oltre 1,7 miliardi di ettari di territorio, equivalenti a quasi il 40% dell’intero continente. Al centro di questo scacchiere geografico e ambientale si trova l’altopiano del Qinghai-Tibet, un ecosistema fragile d’alta quota, storicamente protetto da nomadi e contadini guidati dalla spiritualità buddista e da un profondo legame con la terra.

Decenni di crescente pressione indotta dalle attività umane – tra cui deforestazione, estrazione mineraria e sovrapascolamento – hanno accelerato il deterioramento di questi ambienti d’alta quota, su cui pesano gli effetti del cambiamento climatico. In questo scenario critico, nella provincia cinese del Qinghai (situata nel settore nord-orientale dell’altopiano), è in corso da alcuni anni un mutamento: terreni inariditi si stanno ricoprendo di erbe e le pecore sono tornate a pascolarvi. Non si tratta di un effetto naturale ma del risultato dell’utilizzo di soluzioni tecnologiche a supporto di natura e uomo.

I pascoli “fotovoltaici” dell’altopiano tibetano

Il progetto sperimentato nella provincia cinese del Qinghai prevede l’installazione di pannelli fotovoltaici per contrastare la tendenza alla desertificazione. Non si tratta di una nuova invenzione ma dell’applicazione di una tecnica, già diffusa a livello internazionale, nota come solar grazing (pascolamento solare). I pannelli sono stati installati in maniera tale da garantire il movimento delle greggi, posizionandoli ad altezze comprese generalmente tra 1,5 e 1,8 metri dal suolo e in file separate da corridoi di terra ampi fino a 5 metri. Gli animali possono dunque muoversi tra i pannelli ma anche al di sotto di essi.

I dati scientifici raccolti sul campo confermano l’efficacia del sistema nel contrastare la desertificazione: la presenza fisica dei pannelli riduce la velocità del vento al suolo del 50% e diminuisce l’evaporazione dell’acqua del 30%. Inoltre, l’acqua impiegata periodicamente per ripulire i pannelli dalla polvere, scivola sul terreno sottostante, creando un microclima umido e fresco, ideale per la crescita delle erbe.

L’integrazione tra produzione energetica e pastorizia comporta inoltre un vantaggio tecnico ed economico: le greggi che brucano l’erba ne limitano infatti l’accrescimento e conseguente ombreggiamento dei pannelli, evitando la necessità da parte delle aziende di interventi di pulizia. D’altro canto, i pastori beneficiano di pascoli gratuiti ed evitano transumanze estenuanti.

Come riportato dallo State Council Information Office of China (SCIO), nell’area dell’altopiano tibetano sono in corso di sviluppo diversi progetti di “pastorizia fotovoltaica”, e in alcuni casi l’innovazione coinvolge anche attivamente gli animali. I capi vengono monitorati e dotati di marche auricolari con codici QR, una sorta di carta d’identità in cui vengono conservati dati relativi all’animale, come età, vaccinazione e informazioni del proprietario.

“Man mano che le pecore allevate sotto i pannelli solari hanno acquisito notorietà, gli abitanti del luogo hanno creato un marchio per la “pecora fotovoltaica” – riporta lo SCIO – e ora vendono la carne ovina in tutto il paese tramite piattaforme di e-commerce.”

Questa tecnologia trova oggi il suo massimo sviluppo nel Parco Industriale Fotovoltaico di Talatan, nella contea di Gonghe. In questa specifica area, sono stati istituiti decine di eco-pascoli fotovoltaici che supportano attivamente i villaggi circostanti, consentendo l’allevamento sostenibile di oltre 20.000 pecore ogni anno.

Le energie rinnovabili incontrano la tradizione

Per comprendere la portata di questa transizione è necessario inquadrare le peculiarità della provincia del Qinghai. Questo immenso territorio – che si estende per circa 720.000 chilometri quadrati nel nord-ovest della Cina, occupando il settore nord-orientale dell’altopiano tibetano – è dominato da un clima continentale d’alta quota, con lunghi inverni freddi e aridi. L’economia rurale locale è pertanto tradizionalmente basata principalmente sul pascolo nomade e seminomade di specie resistenti al freddo, come gli yak e le pecore tibetane.

In questo contesto la creazione dei “pascoli fotovoltaici” sta consentendo di conservare e rinnovare una tradizione a rischio a causa del cambiamento climatico, di contrastare il dilagare della desertificazione, offrendo inoltre nuovi posti di lavoro, con il coinvolgimento dei pastori nella manutenzione degli impianti.

I progetti sviluppati su scala nazionale secondo questo modello, anche al di fuori della provincia del Qinghai, non vedono tra l’altro solo le pecore come protagoniste della rinascita delle terre aride. Sotto le imponenti distese di pannelli razzolano anche i polli e vengono coltivati sperimentalmente ortaggi – come pomodori e patate – ed erbe medicinali tradizionali altamente redditizie, tra cui la liquirizia e l’astragalo.

La Cina sta di fatto puntando a quella che viene definita dalla SCIO come un’integrazione creativa, che consente un uso più efficiente delle risorse, “generando maggiori benefici complessivi e trasformando al contempo terre un tempo aride in paesaggi più verdi e prosperi.”

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