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Oltre il PIL delle quote: perché il valore della montagna non si misura solo in euro

Luca Rota spiega cos'è il VAC (Valore Aggiunto Comunitario), una misurazione che mira a quantificare il contributo economico e umano delle attività avviate nei territori montani. Un progetto che nasce dall’osservazione delle attività promosse dalle "Bandiere Verdi” nella montagna meno turistica, alimentate da un elemento essenziale: la passione per il proprio territorio.

In Italia il turismo in montagna racconta storie e geografie profondamente diverse. Da un lato esistono mete altamente attrattive, che appaiono come luoghi di passaggio, cartoline perfette per scatti instagrammabili, spesso caratterizzati da fenomeni di sovraffollamento concentrato in brevi periodi stagionali. Dall’altro lato esiste una montagna meno celebre che, lontano dai riflettori, cerca di riaccendere la propria luce in modo virtuoso, proponendosi non come un fondale scenografico per visitatori mordi-e-fuggi, ma come uno spazio d’incontro dove abitanti e viaggiatori vengono posti sullo stesso piano.

È esattamente in questa Italia “nell’ombra” che si concentra la presenza delle Bandiere Verdi (BV): un riconoscimento che Legambiente rivolge annualmente a realtà resilienti e coraggiose, impegnate a promuovere un’accoglienza che richiede una profonda e necessaria revisione del concetto stesso di economia montana. Si tratta di attività nate e alimentate da una forte passione per il territorio, che spesso non potrebbero nemmeno sussistere senza l’impegno volontario degli abitanti stessi.

Proprio dall’osservazione di questa straordinaria energia è nata una proposta ambiziosa, presentata in occasione del X Summit delle Bandiere Verdi: dare vita al VAC (Valore Aggiunto Comunitario). Si tratta di un modello di misurazione innovativo, capace di quantificare l’apporto reale delle attività di accoglienza promosse dalle BV sia in termini puramente finanziari sia profondamente umani. A tale scopo è stato dato il via a una prima, preziosa raccolta di dati – economici e “narrativi” – che ha coinvolto un campione di 26 BV. Queste informazioni sono ora sul tavolo di un comitato scientifico chiamato a una sfida non facile, quasi alchemica: convertire le parole e le storie in numeri, per calcolare una serie di indici in grado di fotografare la reale capacità delle Bandiere Verdi di fare comunità.

A raccontarci come è nata questa iniziativa e in cosa consista, nel dettaglio, la “formula” del VAC è Luca Rota, scrittore e studioso dei territori montani, tra i promotori dell’indagine in qualità di coordinatore, insieme a Maurizio Dematteis, della “Carovana dell’Accoglienza Montana” di Legambiente Alpi.

 

Luca, ci spieghi quando e come è nata l’idea di calcolare il VAC?

Per comprendere l’origine di questo lavoro bisogna tornare al Summit 2025 delle Bandiere Verdi a Orta San Giulio. In quell’occasione sono stati istituiti per la prima volta dei gruppi di lavoro: uno dedicato al turismo sostenibile, che ho coordinato personalmente, e un secondo focalizzato su agricoltura e pastorizia d’alta quota. Durante i tavoli conoscitivi, ascoltando i rappresentanti delle Bandiere Verdi, ci siamo resi conto che dietro a risultati importanti si nascondono piccole attività alimentate essenzialmente da due motori: il volontariato e la passione. Insieme a Maurizio Dematteis ho cercato un modo per non disperdere quel dialogo, creando uno spazio di incontro e di scambio reciproco. Per farlo ci siamo appoggiati a Legambiente, dando vita alla Carovana dell’Accoglienza Montana: una rete che oggi riunisce circa 35-38 Bandiere Verdi per promuovere scambi di esperienze, consigli e collaborazioni territoriali ove possibile.

Possiamo definirlo un progetto pilota?

Esatto. Abbiamo iniziato con riunioni periodiche online per ascoltare le storie di queste realtà e abbiamo riflettuto sul fatto che, sebbene si tratti di attività piccole e frammentate, le Bandiere Verdi sull’arco alpino sono ormai più di 300: nel loro insieme rappresentano una categoria socio-economica di dimensioni significative. Prendendo spunto dai dati economici che le associazioni di categoria condividono abitualmente per dimostrare il peso del proprio indotto, ci siamo chiesti se un medesimo approccio si potesse seguire anche per le BV. Ci siamo posti una domanda in sintesi: se riuscissimo a mettere in relazione i dati economici con quelli “umanistici” derivanti dall’impegno delle Bandiere Verdi, potremmo stimare quanto producono in termini di utilità sociale? Quanto sanno “fare comunità”? Da qui è nata la definizione di Valore Aggiunto Comunitario (VAC): un valore in parte economico e numerico, in parte basato sulla narrazione socio-antropologica.

Una domanda spontanea: si può davvero misurare un fattore intangibile come la “narrazione”?

È la stessa domanda che ci siamo fatti noi all’inizio. Il VAC è una misura del tutto innovativa, nessuno prima d’ora aveva cercato di elaborare strumenti per quantificare simili dinamiche. Per questo abbiamo coinvolto un piccolo comitato scientifico composto da 6 o 7 esperti – tra cui geografi, sociologi ed economisti – coordinati da Cesare Emanuel, già rettore dell’Università del Piemonte Orientale, presidente dell’associazione Dislivelli ed esperto in geografia umana. Sotto la sua guida stiamo studiando formule e algoritmi capaci di incrociare i classici dati di bilancio aziendale – come monte ore lavorato, costi e ricavi – con dati che finora non erano considerati misurabili, come il supporto alla socialità e la coesione locale. Si tratta di fattori cruciali: a differenza del turismo di massa, le Bandiere Verdi puntano a mettere sullo stesso piano il residente e il visitatore. La vera sfida scientifica è proprio questa: trasformare le parole in numeri per generare indici adattabili a realtà molto diverse tra loro.

Una volta definito l’obiettivo di misurare ciò che appariva immateriale, come vi siete mossi concretamente?

Per costruire un metodo di misurazione servono prima di tutto i dati. Abbiamo quindi sottoposto alle Bandiere Verdi un questionario strutturato per raccogliere sia indicatori economici sia testimonianze dirette sugli effetti del loro lavoro nelle comunità. Il passo successivo sarà unire queste narrazioni e correlarle ai dati finanziari, offrendo al comitato scientifico un pacchetto informativo completo. Mi piace definire questi fattori come “umani” perché al centro di tutto c’è proprio l’umanità delle persone: quella dei residenti, che desiderano vivere il proprio territorio in modo proficuo, e quella dei viaggiatori, che cercano un’esperienza autentica. Del resto, se in un luogo si vive bene, anche il turista si troverà bene. È un paradigma opposto a quello del turismo massificato, dove la comunità locale viene quasi sottomessa ai bisogni del visitatore. Ci tengo a precisare che la nostra non è una contrapposizione ideologica: seguiamo semplicemente una strada diversa che porta a mete diverse, pur condividendo lo stesso spazio di riferimento, che è la montagna. Non vogliamo arrivare a dire che le BV sono più brave a fare comunità, a sostenere i bisogni della popolazione residente, vogliamo capire quali effetti questa forma di turismo stia avendo nei territori in cui sono attive le BV.

Scendendo nel dettaglio dei dati, qual è stato il campione coinvolto in questa prima fase?

Siamo partiti da un gruppo di 33 Bandiere Verdi e, per questioni di tempi tecnici, abbiamo raccolto le risposte di 26 di loro. Si tratta di realtà che operano per la maggior parte nella cosiddetta “montagna di mezzo”, ovvero quella fascia altitudinale compresa all’incirca tra i 600 e i 1500 metri. È un’area cerniera tra la fascia pedemontana – che risente molto dell’influenza delle aree urbane – e il mondo delle quote più alte, dominato dallo sci e dal turismo estivo di massa. La montagna di mezzo è una zona in cui non si scia più, perché non ci sono le condizioni per farlo, non offre le spettacolari scenografie delle quote più elevate, è troppo alta rispetto agli interessi che la città può avere nei suoi confronti, pertanto vive di un abbandono politico, da leggersi in accezione filosofica. Vive in un limbo, in una condizione di trasformazione, di spaesamento, che Annibale Salsa descriveva già vent’anni fa nel suo saggio “Il tramonto delle identità tradizionali”. A mio avviso, non è un caso che le Bandiere Verdi si concentrino proprio qui, dove c’è più bisogno di reinventarsi.

La lettura preliminare di questi primi dati ha confermato le vostre aspettative?

Ha confermato innanzitutto la straordinaria energia e la passione di queste realtà, capaci di dare vita a progetti sorprendenti e spesso commoventi per la loro capacità di interpretare il territorio. Al contempo, ha evidenziato lo scarso appoggio da parte degli enti pubblici e della politica, che restano orientati ai grandi numeri del turismo di massa, più spendibili a livello di slogan elettorali. Le collaborazioni istituzionali esistono, ma sono frammentate e prive di una visione a lungo termine. Molti progetti delle Bandiere Verdi prevedono attività – come il recupero dei boschi o l’agricoltura eroica – i cui benefici saranno visibili solo alle prossime generazioni, un orizzonte temporale che la politica spesso non riesce a cogliere.

Dai questionari emerge anche un altro problema serio della montagna di mezzo: lo “sfarinarsi” delle comunità. Gli abitanti ci sono, ma sono singoli individui che hanno perso la capacità di aggregarsi che apparteneva alle generazioni passate. Manca a volte anche la stessa consapevolezza di cosa significhi davvero abitare in montagna: vivere in luoghi con minore disponibilità di servizi rispetto alla città, in cui bisogna sapersi adattare e in cui è anche importante collaborare, concedendo il proprio supporto volontario alla comunità, una manciata di ore che possono fare la differenza (pensiamo ad esempio alla manutenzione dei sentieri). Sul fronte economico, i numeri parlano chiaro: le attività sono spesso in perdita e faticano a reggersi da sole. Il volontariato compensa molto, ma non garantisce solidità strutturale. Infine, pesa la grave carenza di rappresentatività politica dei territori montani, penalizzati dal depotenziamento delle Province. Il Comune resta l’unico punto di riferimento, ma spesso si tratta di piccole amministrazioni con forti carenze di personale, competenze e risorse finanziarie.

Una volta che il comitato scientifico avrà perfezionato il modello del VAC, in che modo questi dati potranno tradursi in un aiuto concreto per i territori?

Gli obiettivi principali sono tre. Il primo è restituire alle stesse Bandiere Verdi una mappa chiara e attendibile di ciò che producono. Spesso queste realtà investono tempo e denaro senza avere gli strumenti per valutare l’impatto effettivo del proprio lavoro, specialmente sul piano sociale ed umano; gli indici che estrarremo serviranno anche come termine di paragone tra esperienze simili. Il secondo obiettivo è utilizzare questi dati scientifici per costruire progetti di rete solidi, da candidare a bandi e finanziamenti europei o nazionali, offrendo alle Bandiere Verdi una maggiore autonomia finanziaria e amministrativa dalle istituzioni locali. Il terzo scopo, che oggi può sembrare quasi un’utopia, è arrivare in futuro alla redazione di un vero e proprio “bilancio del VAC” che ogni realtà possa presentare alla propria comunità, dimostrando, numeri alla mano, quanto il proprio lavoro faccia bene al territorio e a chi lo vive.

I dettagli dell’indagine sono disponibili nel report della Carovana delle Alpi “Controvento”, liberamente scaricabile sul sito di Legambiente.

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