
Sono trascorsi quasi due mesi dall’avvio di una strage silenziosa perpetrata entro e fuori i confini del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM). Sono oltre venti i lupi morti per un avvelenamento, che da presunto è oggi divenuto certezza. Un veleno che non fa selezione di specie e che ha allungato la catena di morte ben al di là del bersaglio originario dei bracconieri. Dopo settimane caratterizzate dal rumore dei dibattiti pubblici, in netto contrasto con il silenzio del Parco – comprensibile, se non doveroso, a tutela delle indagini —, trapelano nuove indiscrezioni sull’attività investigativa in corso.
Gli accertamenti serrati starebbero portando a sbrogliare il bandolo della matassa. Le verifiche della magistratura, che hanno visto nelle scorse settimane l’acquisizione di documenti forniti dal Parco, perquisizioni in aziende agricole e ispezioni mirate nelle rivendite di fitofarmaci, sembrano convergere verso una direzione precisa. Quel che appare ormai drammaticamente chiaro è che le morti degli animali siano legate da un filo invisibile: il veleno utilizzato risulta essere lo stesso per tutti gli esemplari — un fitofarmaco ad uso agricolo —, avvalorando la tesi di una strategia coordinata e criminale.
Un solo veleno, l’ombra di una strategia organizzata
L’amaro capitolo degli avvelenamenti nel PNALM si era aperto a metà aprile quando, nell’arco di pochissimi giorni, erano state rinvenute le carcasse di ben 23 esemplari di lupo appenninico, oltre a volpi e rapaci. Una vicenda che ha suscitato un enorme clamore mediatico, riaccendendo il dibattito su scala nazionale attorno a una specie iconica, recentemente declassata a livello europeo – da “rigorosamente protetta” a “protetta” – e quindi potenzialmente suscettibile di aperture a una futura “caccia di selezione” ove ritenuto necessario.
L’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Sulmona sembrerebbe attualmente giunta a una svolta significativa. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo ha confermato l’unicità della sostanza tossica utilizzata nei diversi episodi. Le attività sul campo, affidate ai Carabinieri Forestali, si stanno concentrando sulla ricostruzione dell’intera catena di approvvigionamento del fitofarmaco. I riflettori si allargano anche sui meccanismi legati ai contributi europei per i pascoli, ipotizzando vendette da parte di soggetti rimasti esclusi dall’assegnazione dei terreni.
Nelle ultime ore è emerso anche un importante sviluppo investigativo: la Procura darà il via a una serie di audizioni per raccogliere elementi utili sui fitofarmaci impiegati e far luce sul contesto di forte tensione zootecnica locale. Tra i diversi soggetti che saranno ascoltati dagli inquirenti figura anche Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato agricoltori e allevatori d’Abruzzo).
Il “veleno” arriva alla Camera dei Deputati
Mentre la Procura stringe il cerchio attorno ai responsabili, il caso è sbarcato ufficialmente alla Camera dei Deputati su iniziativa della deputata Eleonora Evi e con il supporto delle associazioni “Io non ho paura del Lupo”, “Salviamo L’Orso”e “Rewilding Apennines”. Durante l’incontro, svoltosi lo scorso 28 maggio, è stato denunciato come l’uso del veleno in Italia sia un fenomeno strutturale e spesso sommerso.
Secondo i dati del Portale nazionale di monitoraggio degli avvelenamenti dolosi, tra il 2009 e il 2024 sono stati registrati ben 16.826 animali avvelenati nel Paese, quasi tre al giorno, spaziando da lupi, volpi e rapaci a cani e gatti domestici. Inoltre, i dati scientifici dimostrano che tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti morti almeno 1.639 lupi, con oltre il 70% dei decessi causato direttamente o indirettamente dall’uomo.
Le associazioni hanno sottolineato come il massacro dei lupi rappresenti una minaccia letale anche per l’orso marsicano, che presenta una popolazione estremamente fragile, in pericolo critico di estinzione. Tra il 1970 e il 2024, infatti, ben 11 orsi sono morti a causa di pesticidi o topicidi, come nel tragico caso dell’orso “Bernardo” nel 2007.
“Chi dissemina bocconi avvelenati compie un attentato contro il patrimonio pubblico e contro la sicurezza sanitaria delle comunità”, hanno ribadito i portavoce, criticando duramente la “narrazione tossica” e la crescente politicizzazione che descrive i grandi carnivori come un pericolo da eliminare anziché come regolatori fondamentali degli ecosistemi.
Ricordando i dati della Commissione Europea — secondo cui i lupi predano annualmente appena lo 0,065% degli ovini presenti nell’UE — le associazioni hanno chiesto al Governo misure urgenti: inasprimento delle sanzioni per l’uso di sostanze tossiche, finanziamenti stabili per le unità cinofile antiveleno e un sostegno concreto agli allevatori che scelgono la via della prevenzione tramite recinzioni e cani da guardiania. La coesistenza è possibile, ma richiede legalità e un fermo stop alla propaganda ideologica.