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Samar Khan, l’alpinista pakistana rinata tra le montagne

Dalle vette di casa del Karakorum sino all’Artico, l’atleta ed alpinista pakistana racconta il suo profondo rapporto con la montagna, la libertà e il coraggio di vivere oltre i limiti imposti dalla società.

Nel Karakorum pakistano, tra montagne aride, remote e severe, la giovane Samar Khan ha trovato molto più di un terreno d’allenamento. È lì che, come racconta lei stessa, “la vecchia Samar è morta ed è nata una nuova Samar”. Atleta e alpinista, Samar Khan è oggi una delle figure più rappresentative dell’outdoor pakistano contemporaneo. Dalla mountain bike in vetta al Kilimangiaro alle spedizioni sull’Elbrus fino alla Fjällräven Polar Expedition nell’Artico, il suo percorso racconta molto più di una semplice ricerca sportiva: racconta un rapporto intimo con la montagna come luogo di rinascita, libertà e identità.

Esiste una montagna o un paesaggio in cui senti davvero di essere a casa?

«Le montagne del Karakorum sono il luogo dove mi alleno più spesso. Queste montagne remote, aride e severe mi hanno dato un’identità e allo stesso tempo mi hanno costretta a tirare fuori il mio vero coraggio. È lì che la vecchia Samar, fragile e impaurita, è morta, ed è nata una nuova Samar, più forte e coraggiosa. Non a caso il motto della mia organizzazione sportiva è “reborn in mountains”, rinata tra le montagne. Il Karakorum è ancora oggi il luogo dove torno ogni volta che cerco delle risposte.»

Sei cresciuta in una regione dove le montagne fanno parte della vita quotidiana. Quando hai capito che sarebbero diventate anche parte della tua identità?

«Le montagne hanno sempre acceso la mia curiosità: volevo sapere cosa ci fosse oltre di loro. Crescendo però non ho avuto abbastanza libertà per inseguire i miei sogni e le mie ambizioni. In giovane età mi sono ritrovata intrappolata nella necessità di guadagnarmi da vivere. Ho perso mio padre, ho dovuto interrompere gli studi e per alcuni anni ho lavorato in un call center. Tutte queste difficoltà mi hanno portata a odiare la vita e a cercare una via di fuga.

Quando poi ho ottenuto una borsa di studio universitaria e ho ripreso gli studi in Fisica Applicata, ero convinta che sarei diventata una fisica o una docente. Ma la vita aveva altri piani per me. Durante una pausa semestrale mi imbattei in un corso di parapendio organizzato dall’esercito pakistano e quella settimana cambiò completamente la percezione che avevo della vita e di me stessa.

Nel 2015 affrontai il mio primo viaggio in bicicletta nel nord del Pakistan e vidi per la prima volta le montagne più alte del mondo. In quel momento decisi che sarei andata oltre quelle montagne e che sarei diventata forte e incrollabile proprio come loro. È lì che ho scelto di trasformare la mia passione per gli sport d’avventura in una professione e di prendere in mano la mia vita».

La bicicletta ritorna continuamente nella tua storia e nelle tue spedizioni. Al di là dello sport, cosa rappresenta per te?

«La mountain bike è stata l’inizio del mio percorso. Mi ha dato forza, mi ha permesso di riscoprire me stessa, quella parte di me che era rimasta soffocata da una società che vuole le donne deboli e fragili. Per me la bicicletta è stata la libertà di cui avevo bisogno nel momento in cui volevo porre fine alla mia vita. Mi ha aiutata a esplorare montagne misteriose e mi ha resa più forte.

Per questo ho sofferto moltissimo quando, un anno fa, qualcuno ha rubato la mia unica bicicletta da casa mia. Da allora non sono ancora riuscita a comprarne una nuova».

Le tue avventure non sembrano mai essere soltanto legate alla performance o ai record. Cosa cerchi davvero quando entri in montagna o in ambienti estremi?

«Provengo da una comunità in cui ho visto zie, cugine più giovani e tante ragazze sposarsi durante l’adolescenza. Una comunità in cui alle donne viene spesso chiesto di avere tutti i figli desiderati dal marito o dalla famiglia, dove viene negata loro la libertà di costruirsi una carriera, diventare indipendenti economicamente e vivere la vita secondo le proprie scelte.

Quando ricevo messaggi come “Vorremmo essere coraggiose come te” oppure “Insegnaci a diventare forti, fisicamente ed economicamente”, sento una responsabilità enorme. Mi ricorda che ciò che sto facendo non è ancora abbastanza, perché esistono centinaia di “Samar” che vivono ancora la versione passata della mia vita: senza libertà, limitate e piene di sogni irrealizzati.

Per questo le mie spedizioni non riguardano soltanto l’essere un’atleta. Riguardano la possibilità di acquisire forza, influenza e collaborazioni per creare progetti e campi di formazione dedicati alle ragazze delle comunità montane, aiutandole a scoprire il proprio potenziale, l’indipendenza e la forza interiore».

Spesso il Pakistan viene raccontato solo attraverso il K2 e le spedizioni d’alta quota. Che rapporto hanno le persone in Pakistan con la montagna?

«Il Pakistan è un Paese incredibilmente vario: ospita tre delle più grandi catene montuose del mondo, alcuni dei ghiacciai più lunghi esistenti, grandi altopiani d’alta quota, ma anche deserti sconfinati, centinaia di lingue e una straordinaria ricchezza culturale fatta di cibo, musica e tradizioni differenti. È un Paese che merita di essere conosciuto attraverso esperienze autentiche e personali.

Nel nord, le comunità montane vivono un rapporto quasi sacro con le montagne, considerate una fonte di vita capace di fornire acqua pulita, sostenere la fauna selvatica e nutrire la terra. Le donne di queste regioni vivono a stretto contatto con la natura: lavorano nei campi, raccolgono frutta, allevano pecore e capre e sviluppano una grande forza fisica e resilienza nonostante le difficoltà.

Custodiscono conoscenze antiche e mantengono un legame profondo con il mondo naturale. Allo stesso tempo queste comunità convivono con frane, valanghe e alluvioni provocate dai laghi glaciali, imparando continuamente a adattarsi e ricostruire».

In molte zone del Pakistan gli sport outdoor e l’alpinismo sono ancora considerati qualcosa di insolito per una donna. Hai mai avuto la sensazione che ogni tua spedizione fosse anche una sfida culturale?

«Il giorno in cui ho iniziato a costruire la mia identità come atleta outdoor è stato anche il giorno in cui ho iniziato a scontrarmi prima con la mia famiglia e poi con la società. Venivo vista come qualcuno che portava vergogna alla famiglia e che doveva essere controllato e tenuto in casa.

Poco alla volta mi sono trovata esposta all’odio, alle prese in giro e persino alle minacce, come se stessi promuovendo un’agenda occidentale o spingendo le ragazze verso qualcosa di immorale. Ma più raggiungo obiettivi, più rappresento il mio Paese e la mia comunità in modo positivo, più ho la possibilità di cambiare questa mentalità.

Oggi convivono entrambe le realtà: una comunità che mi sostiene e celebra i miei risultati e un’altra che continua a vedermi come una minaccia ai valori culturali tradizionali».

Hai descritto il silenzio dell’Artico durante la Fjällräven Polar Expedition come qualcosa che ti ha costretta a confrontarti con te stessa. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?

«Quando ho iniziato il mio viaggio nell’Artico e ho visto gli infiniti paesaggi bianchi, mi sono seduta sotto l’aurora boreale e ho vissuto il silenzio profondo dell’Artico durante la Fjällräven Polar, ho capito quanto il nostro mondo sia bello, magico e abbondante.

Ci sono abbastanza meraviglie per tutti, eppure continuiamo a combattere per cose banali, consumando troppo e ferendo gli altri per avidità, restando ciechi davanti alla natura e ai suoi miracoli. Quel viaggio ha portato pace nel mio cuore e ha rafforzato la fiducia in me stessa».

Stai lavorando per completare il progetto delle Seven Summits. È soprattutto un obiettivo sportivo oppure anche un messaggio per tutte le giovani ragazze pakistane che amano la montagna come te?

«Ho pedalato sino alla vetta del Kilimangiaro, affrontato una discesa in snowboard dal Monte Elbrus e scalato l’Aconcagua, tutto questo partendo da una condizione in cui non venivo presa sul serio nemmeno dalla mia stessa gente, perché considerata debole in quanto donna.

Per me il progetto e la conquista delle Seven Summits è molto più di un obiettivo sportivo: è un percorso di crescita, resilienza e impatto. Significa scoprire la propria forza davanti a ciò che sembra impossibile. Ma significa anche ispirare le ragazze più giovani a guardare oltre la paura e le scuse, credere nelle proprie capacità e non arrendersi mai».

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