
L’Italia è una terra costellata di specchi d’acqua, molti dei quali avvolti da un’aura di profondo mistero. Tra i più affascinanti vi sono senza dubbio i laghi artificiali, nati a seguito di sbarramenti che hanno comportato la sommersione di borghi. Luoghi in cui il tempo si è fermato e che, per effetto di periodi estremamente siccitosi o per svuotamenti programmati, restituiscono frammenti di un passato perduto. Impossibile non pensare al celebre lago di Resia, dal cui fondale emerge il solitario e spettrale campanile di Curon, o al suggestivo specchio d’acqua di Fabbriche di Careggine in Toscana, il paese fantasma che riposa sotto il Lago di Vagli.
Ma nel cuore profondo dell’Appennino esiste un luogo diverso. Poco interessato da flussi turistici, è un piccolo paradiso venerato dai subacquei, caratterizzato da un fenomeno “strano”. Nulla di paranormale né particolarmente nascosto all’occhio umano, ma decisamente interessante. Si tratta di un’isola che fluttua sulla superficie delle acque da millenni. Un segreto di cui è difficile accorgersi, se nella zona si passa una volta sola, a meno di trovarsi in condizioni di vento inteso. Stiamo parlando del Lago di Posta Fibreno e della sua peculiare isola “galleggiante”.
Un’oasi primordiale nel Lazio
Ci troviamo nella Riserva Naturale Regionale Lago di Posta Fibreno (FR), in Val Comino, nel Lazio centro-meridionale, non distante dai confini con Abruzzo e Molise. L’area protetta prende il nome dal suo iconico bacino, caratterizzato da una forma insolita, irregolare, con un andamento stretto e allungato. Un lago che si estende per circa 30 ettari, alimentato da sorgenti che scaturiscono da un complesso carsico sotterraneo, da cui si origina il fiume Fibreno.
Non è un lago da tuffi in libertà, in quanto l’acqua è gelida, con una temperatura pressoché costante tra i 10°C e gli 11°C tutto l’anno. Alla base di tale fenomeno vi è il continuo e lento scorrere delle acque, elemento che contribuisce a rendere lo specchio d’acqua estremamente limpido. Un “vetro” naturale al di sotto del quale si estende un santuario di biodiversità.
In termini di fauna acquatica, la specie regina del lago è un pesce sconosciuto ai più, che in tutto il mondo vive solo qui: il Carpione del Fibreno, un salmonide dalle abitudini ancora oggi avvolte nel mistero, adattato a vivere e a riprodursi persino nei bui ambienti delle grotte carsiche subacquee. Insieme a lui nuotano altre rarità, come la trota macrostigma, il vairone e lo spinarello, un pesciolino che negli esemplari maschili assume una colorazione rossa del ventre nel periodo riproduttivo, reso celebre dagli studi etologici di Konrad Lorenz.
Una biodiversità che si estende all’area circostante, ricca di canneti e boschi idrofili, che funge da area di sosta durante le migrazioni di uccelli quali la garzetta, l’airone bianco maggiore e la rara moretta tabaccata, e nei cui cieli volteggiano decine di specie censite di chirotteri e libellule.
Il mistero della Ròta: l’isola che cammina
Per gli amanti delle attività subacquee, immergersi qui è un’esperienza quasi mistica. Nonostante l’acqua gelida richieda muta stagna e sottomuta pesante, la ricompensa è straordinaria. Il lago, che presenta una profondità media di circa 2,7 metri, raggiunge in località Codigliane i 16 metri. È qui, nel punto più profondo, che si trova un Crocifisso in metallo, realizzato dallo scomparso scultore Pino Bonavenia.
Oltre dieci metri di discesa dunque, accompagnati da una visibilità che trova difficilmente paragoni in altri laghi italiani. Di misteri nascosti all’occhio umano in profondità non vi è traccia. Il vero enigma si concentra in superficie. Si tratta della “Ròta”, un isolotto perfettamente circolare formato da detriti, torba e vegetazione erborea.
Un’isola senza radici fisse, letteralmente galleggiante, che si sposta instancabilmente nel suo piccolo specchio d’acqua, collegato al lago principale da alcuni canali. Nelle giornate di forte vento, il fenomeno è così evidente da poter essere seguito a occhio nudo. Spinta dalle correnti delle sorgenti sotterranee e dalle brezze, l’isola naviga. La sua struttura è bizzarra: ha uno spessore di circa quattro metri nella parte centrale e la forma di un cono con la punta rivolta verso il basso.
Gli alberi che la popolano, come il salice delle capre e il pioppo tremulo, crescono a un ritmo estremamente lento, quasi innaturale, poiché le loro radici affondano direttamente nell’acqua gelida, da cui traggono scarso nutrimento. Nonostante la povertà di nutrienti, l’isolotto ospita specie botaniche rilevanti, come l’orchidea serapide, la calta palustre (nota anche come “botton d’oro delle paludi” per i suoi fiori gialli) e lo sfagno palustre, un muschio tipico di ambienti umidi, considerato specie relitta in zona mediterranea.
Questo fenomeno straordinario, per via della sua perfetta forma circolare e della presenza di alberi in superficie, rappresenta una rarità assoluta in Italia e in Europa, evocando scenari esotici e remoti, come le celebri isole di vegetazione fluttuante denominate “Błota” nella Lagoa dos Patos in Brasile. Ma la Ròta vanta una storia e un fascino senza pari. Già nel I secolo d.C., Plinio il Vecchio ne rimase stregato, al punto da decidere di descrivere questo peculiare frammento di terra errante nel suo monumentale trattato naturalistico “Naturalis Historia”.