Ambiente

Gli orsi polari si avvicinano sempre di più all’uomo: colpa della fame?

Una ricerca sfata il mito della fame: l'avvicinamento dei plantigradi agli insediamenti umani è determinato da un prolungamento del tempo che trascorrono sulla terraferma, causato da una ridotta presenza annuale del ghiaccio marino, indipendentemente dalla loro forma fisica.

Negli ultimi decenni, in conseguenza del riscaldamento climatico, nell’Artico si è assistito a una riduzione progressiva nello spessore, estensione e durata del ghiaccio marino. Per gli orsi polari (Ursus maritimus) il ghiaccio marino rappresenta un elemento essenziale per la caccia alle foche, l’accoppiamento, la sopravvivenza. Quando il ghiaccio fonde in estate, gli animali sono costretti a spostarsi sulla terraferma, iniziando un lungo periodo di digiuno in cui consumano le riserve di grasso accumulate. Estati sempre più lunghe e fusione anticipata si sono associate negli anni all’incremento di un fenomeno particolare: gli orsi polari si avvicinano sempre più di frequente agli insediamenti umani.

Per anni, questa tendenza è stata interpretata attraverso un’unica, drammatica chiave di lettura. L’ipotesi predominante, basata su solidi studi scientifici, era lineare: la perdita di ghiaccio marino abbrevia la stagione di caccia, priva di conseguenza gli orsi del cibo, causando loro un grave stress nutrizionale che li spinge per disperazione e fame verso i villaggi, attirati dai rifiuti o dai depositi di carne. Una narrazione logica e scientificamente plausibile che oggi, tuttavia, viene affinata e parzialmente smentita. Una nuova ricerca internazionale dimostra infatti che dietro questi incontri ravvicinati in aumento non c’è la fame.

Il mito sfatato dell’orso denutrito

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Arctic Science, è il frutto di un lavoro interdisciplinare che ha unito gli sforzi della University of Saskatchewan e della University of Manitoba. Tra il 2011 e il 2021, i ricercatori hanno monitorato oltre 580 visite di orsi polari in 4 siti caratterizzati dalla presenza di infrastrutture di ricerca nella parte occidentale della Baia di Hudson, nel nord-est del Canada, utilizzando una fitta rete di fototrappole.

L’obiettivo iniziale era valutare lo stato di salute dei plantigradi attraverso le immagini raccolte. La forma fisica degli esemplari è stata classificata sulla base di una scala da 1 a 5. Il punteggio minimo a indicare un animale gravemente malnutrito, quello massimo per orsi in carne e in salute. I dati raccolti hanno portato a escludere la denutrizione come causa scatenante di un avvicinamento crescente ad ambienti abitati dall’uomo.

La stragrande maggioranza degli orsi intercettati dalle telecamere si posizionava perfettamente nel mezzo della scala, in sintesi nel range degli orsi in forma. Non erano affatto animali scheletrici o stressati dal punto di vista calorico. Ma se gli orsi non si avvicinano all’uomo perché stanno morendo di fame, qual è allora la ragione?

Sì, è colpa del cambiamento climatico

Il vero motore di questi incontri sempre più frequenti risiederebbe nella dinamica di formazione e distruzione del ghiaccio marino, ovvero nei cicli annuali di congelamento e fusione del mare nelle regioni artiche. A causa del cambiamento climatico, le stagioni libere dal ghiaccio si stanno allungando progressivamente, costringendo gli orsi a trascorrere molto più tempo sulla terraferma.

La spiegazione scientifica si riduce quindi a una semplice legge di prossimità geografica: passando più mesi a terra, aumentano le probabilità statistiche che le rotte degli orsi incrocino quelle degli esseri umani. Non vi è alcuna correlazione con la scarsità di cibo.I nostri risultati mostrano che la durata della stagione senza ghiaccio predice le visite degli orsi polari alle infrastrutture terrestri – spiegano i ricercatori – , mentre né le cattive condizioni fisiche né la presenza umana influenzano significativamente i tassi di visita degli orsi.”

Questo aumento di contatti ravvicinati con l’uomo porta però con sé una dose inevitabile di rischio. Gli orsi polari, infatti, non sono pacifici orsi marsicani: parliamo di un grande predatore terrestre che per natura possiede una spiccata curiosità e una totale assenza di timore verso l’essere umano. È in questo contesto che la denutrizione entra in gioco, ma solo in un secondo momento: lo stress calorico non determina il motivo per cui l’orso si trova lì, bensì stabilisce se l’incontro iniziale rischia di degenerare in un conflitto violento o se l’animale si limiterà a transitare nelle vicinanze degli umani.

“Le nostre osservazioni sono più coerenti con quelle dei residenti locali che con gli assunti diventati veri e propri dogmi nella comunità scientifica”, ha dichiarato il dottor Doug Clark della University of Saskatchewan, coordinatore dello studio.

Cosa dicono gli Inuit

A differenza della scienza che, come premesso, ha a lungo sostenuto la teoria della fame, il sapere tradizionale indigeno degli Inuit della Baia di Hudson aveva sempre sostenuto che gli orsi in visita nei villaggi non fossero affatto in condizioni fisiche precarie. La ricerca odierna conferma scientificamente l’interpretazione Inuit, dimostrando l’importanza di far collaborare i modelli matematici occidentali con la profonda conoscenza storica delle comunità locali.

Un altro grande traguardo dello studio è stato metodologico: i ricercatori sono riusciti a ottenere dati di altissima qualità senza dover catturare, narcotizzare o manipolare gli animali, dimostrando che il monitoraggio non invasivo, realizzato mediante fototrappole e satelliti è sicuro, economico ed ecologico. Un valido supporto per “tenere sotto controllo” questo fenomeno di avvicinamento all’uomo, non scevro da rischi.

“Comprendere queste dinamiche – concludono i ricercatori – è fondamentale per gestire i rischi sia per gli orsi che per le persone nel contesto dei continui cambiamenti ambientali nell’Artico.”

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