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Michele Serra e il lupo: il rischio di raccontare temi complessi “trascinati dall’emozione”

Il racconto di Michele Serra sulla morte del suo cane ucciso dai lupi ha dato nuovo carburante al dibattito sui grandi predatori. Ma su temi come convivenza e gestione del territorio, l’emozione da sola rischia di produrre semplificazioni.

La storia di Osso, il cane ucciso da un branco di lupi e raccontata da Michele Serra, è difficile da leggere. E non potrebbe essere altrimenti. Dentro quelle righe c’è un dolore reale, molto concreto, che chiunque viva con un cane può capire senza fatica. Non serve nemmeno averne perso uno. Basta sapere cosa significa condividere la quotidianità con un animale che, col tempo, diventa parte della famiglia.

Anche io vivo in montagna. E anche attorno a casa mia i lupi ci sono. A volte li senti, più raramente li vedi, quasi sempre ne trovi le tracce. È una presenza con cui molte persone che vivono nelle terre alte hanno imparato a convivere. Per questo il racconto di Serra colpisce. Ma lascia anche una certa sensazione di disagio.

Non perché dica cose false. E nemmeno perché sia sbagliato scrivere trascinati dall’emozione. Davanti a una scena come quella che descrive sarebbe difficile pretendere lucidità assoluta. Il problema è un altro: quando una voce autorevole affronta un tema così delicato partendo quasi solo da un’esperienza personale, il rischio è che quel singolo episodio finisca per diventare una chiave di lettura generale. E il rapporto tra uomo e lupo è molto più complicato di così.

Su una cosa Serra ha ragione. Quando un fenomeno non viene governato, qualcuno prima o poi prova a risolverlo da solo. E nel caso del lupo significa bocconi avvelenati, lacci, abbattimenti illegali. Succede ancora oggi e continua a essere una delle principali cause di mortalità della specie in Italia.

I dati, infatti, raccontano una situazione più complessa di come spesso viene descritta. Secondo il primo monitoraggio nazionale coordinato da ISPRA, tra il 2020 e il 2021 in Italia erano presenti circa 3300 lupi, con una crescita significativa soprattutto sull’arco alpino. Il ritorno del lupo è un successo ecologico importante. Mezzo secolo fa la specie era vicina all’estinzione nel nostro paese.

Allo stesso tempo, però, è cresciuto anche il conflitto con le attività umane. Predazioni sul bestiame, cani uccisi, tensioni nelle aree rurali e montane sono problemi reali. Negarli non aiuta. Ma non aiuta nemmeno raccontare il lupo come un’emergenza fuori controllo.

Perché è proprio qui che il dibattito spesso si blocca: da una parte il predatore trasformato in simbolo intoccabile, dall’altra il lupo raccontato quasi esclusivamente attraverso la paura e gli episodi più traumatici. In mezzo resta poco spazio per la realtà quotidiana di chi vive questi territori.

La convivenza con il lupo non si risolve con uno slogan, ma nemmeno con un racconto personale, per quanto doloroso possa essere. Ed è forse questo il limite principale del testo di Serra: partire da un episodio reale e comprensibile per arrivare a conclusioni molto più ampie, su un tema che invece richiederebbe prudenza.

Perché alcune cose che scrive sono vere. È vero che in molte aree montane il conflitto con il lupo esiste. È vero che allevatori e residenti spesso si sentono lasciati soli. Ed è vero anche che quando le istituzioni non affrontano un problema, qualcuno finisce per farsene carico nel modo peggiore possibile.

Ma ci sono anche passaggi più deboli. Ad esempio quando il ritorno del lupo viene collegato quasi automaticamente a una situazione fuori controllo, o quando si parla di “esemplari in soprannumero” come se esistesse una soglia semplice e condivisa oltre la quale il problema si risolve abbattendo animali. Non funziona così. La gestione dei grandi predatori è molto più complessa, e cambia da territorio a territorio.

Anche il rapporto tra lupi e cani viene raccontato in modo piuttosto semplificato. I casi di predazione esistono, ma non basta un singolo episodio, per quanto traumatico, per descrivere il comportamento di una specie intera.

Ed è qui che una voce autorevole dovrebbe forse fare uno sforzo in più. Perché un conto è raccontare il proprio dolore, un altro è usare quel dolore per leggere un fenomeno complesso. Il rischio è che il dibattito si sposti subito sugli schieramenti: chi difende il lupo a prescindere e chi invece comincia a vederlo solo come un problema. Nel frattempo, però, chi vive davvero questi territori continua a confrontarsi con una realtà molto meno netta. Con problemi concreti, certo, ma anche con la necessità di trovare un equilibrio che non può basarsi né sull’emotività né sulle semplificazioni.

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