
Cinque ore di attesa, tra una caduta e soccorsi mai davvero organizzati. È quanto emerso dal caso dell’arrampicatore morto a Kalymnos, una vicenda che ha riacceso i riflettori sulle criticità del sistema di emergenza in Grecia, soprattutto nelle attività outdoor. Per capire cosa non funziona, e perché, a un mese dall’incidente abbiamo raccolto la testimonianza di un osservatore diretto, Michel Vasileiou. Medico e guida alpina, con una lunga esperienza tra Grecia e Italia, dopo essersi laureato in Medicina a Padova, dove ha iniziato a scalare sulle Dolomiti e sulle Alpi, è tornato nel suo Paese portando avanti parallelamente la professione sanitaria e quella di guida. Ha partecipato a spedizioni in Himalaya ed è tra i promotori dell’associazione delle guide greche. Il suo è uno sguardo doppio, che mette a confronto modelli diversi e restituisce un quadro netto: in Grecia, oggi, un vero sistema di soccorso in montagna semplicemente non esiste.
Michel, partiamo dal concreto: com’è organizzato oggi il soccorso in montagna in Grecia?
Partiamo da un dato di fatto: un sistema di soccorso come quello di Italia, Francia, Inghilterra o anche di altri Paesi balcanici, con un vero servizio di elisoccorso medicalizzato, in Grecia non esiste. Qui gli elicotteri sono solo militari e arrivano con grandi ritardi, perché l’esercito ha anche altri compiti.
Dove abito io, a Ioannina, nel nord-ovest del Paese, se arriva un elicottero parte da Atene o dalle isole dell’Egeo. Questo significa tempi di intervento anche di 4-5 ore, se non di più. In pratica bisogna essere fortunati: può arrivare, ma anche dopo molte ore.
In pratica come funziona l’attivazione dell’elicottero?
La chiamata arriva al centro operativo di Atene, che poi verifica la disponibilità di un elicottero. Se c’è, parte. Ma i tempi sono lunghissimi.
E nell’immediato, chi interviene sul posto?
In montagna arrivano i vigili del fuoco, ma a piedi. Cosa che ovviamente rende tutto lento. Facciamo un esempio: siamo in Grecia, stiamo scalando, succede un incidente e chiamiamo il numero di emergenza per segnalare che abbiano bisogno di aiuto. A questo punto la centrale contatta il distaccamento locale dei pompieri. Loro partono in macchina, arrivano fin dove possono e poi proseguono a piedi fino all’infortunato.
Alcune squadre hanno competenze per operare in parete, altre no. Se l’alpinista riesce a gestire la situazione con i compagni, o se è vicino a un rifugio dove ci sono guide o il gestore, si organizza un primo recupero fino al rifugio. Da lì il trasporto prosegue in barella con i vigili del fuoco.
È quello che accade anche nelle zone più frequentate, come il Monte Olimpo?
Sì, è quello che succede praticamente ogni estate sull’Monte Olimpo. La squadra dei pompieri parte dal paese di Litochoro, che è sul mare, e deve salire fino a oltre 2000 metri di quota. Tutto a piedi. Ci mettono ore. Ormai sono diventati atleti a forza di farlo (ride), ma prima o poi qualcuno ci rimette la vita.
Secondo te perché non vengono formati adeguatamente, visto che sono loro a intervenire?
Alcuni sono formati. Esiste una squadra specializzata nei disastri, molto preparata per terremoti e alluvioni. Ma in parete ci sono carenze evidenti.
Alcuni ragazzi sono andati a formarsi all’estero, però si scontrano con blocchi interni. Se un pompiere di grado medio acquisisce competenze e prova a trasmetterle, il superiore può sentirsi scavalcato. Credo che sia una sorta di patologia del sistema greco, che fatica a progredire in questo settore. Mi dispiace dirlo, perché sono greco anch’io, ma è così.
Secondo te perché manca questo sviluppo?
Non lo so con certezza, ma tutti i governi continuano a non affrontare seriamente il tema dell’elisoccorso. Dopo un incidente tragico, che ha coinvolto il figlio di una guida alpina della nostra associazione, un bravo alpinista e sciatore, morto tra le braccia del padre dopo cinque ore di attesa dell’elicottero, il primo ministro aveva promesso un progetto di soccorso con elicotteri, piloti, tecnici e medici formati anche dall’estero. Sono passati quattro anni e non si è visto nulla.
Ultimamente si parla di una legge per acquistare quattro elicotteri da distribuire in altrettante basi nel Paese, per creare un servizio di emergency medical service. Vedremo.
Gli elicotteri attualmente in servizio che tipo di intervento garantiscono?
Se arrivano, ti recuperano e ti portano via. Ma non ti curano. Sono mezzi di search and rescue militari. Sono addestrati per recuperare, ad esempio, un pilota in territorio ostile. Possono dare un primo soccorso, ma niente di paragonabile al modello italiano. In Italia hai spesso un anestesista a bordo: dopo un incidente ti stabilizzano, ti mettono in sicurezza e ti portano in ospedale nelle migliori condizioni possibili.
Ti è mai capitato di dover chiamare i soccorsi?
Come guida, con i clienti, mai. Proprio perché chi arriva dall’estero lo metto subito in guardia: bisogna essere prudenti e mantenere un profilo molto basso. Anche uno sciatore eccellente deve andare piano, perché se succede qualcosa siamo tutti nei guai.
Mi è capitato però di assistere a un incidente in parete. Abbiamo lavorato per mettere in sicurezza l’infortunato e portarlo al rifugio. Poi sono arrivati i pompieri. Sono arrivati dopo tre ore, facendosi 1100 metri di dislivello a piedi. Erano distrutti quando ci hanno raggiunto. Chi fa parte di queste squadre è davvero un eroe, al di là della preparazione. Soprattutto sull’Olimpo, in estate, è un continuo salire e scendere con le barelle.
Conosci bene il soccorso italiano e svizzero: che differenze vedi rispetto alla Grecia?
Il soccorso greco, di fatto, non esiste. Non possiamo fare paragoni.
Secondo te sarebbe possibile importare un modello come quello italiano o svizzero?
Dopo quell’incidente mortale di cui ho parlato prima siamo andati come guide al governo e abbiamo proposto di portare in Grecia due o tre elicotteri con equipaggio al completo: piloti, meccanici, medici. L’idea era quella di far lavorare queste unità qui e, nel tempo, formare personale locale: tecnici, medici, infermieri, elisoccorritori. Abbiamo fatto la proposta, ma per ora non è successo nulla. Vedremo cosa accadrà con i nuovi elicotteri annunciati.
Quanto è importante secondo te sviluppare un sistema di elisoccorso in Grecia?
È fondamentale capire che il soccorso aereo non serve solo a chi va in montagna o a sciare. Serve alla maggior parte della popolazione. La Grecia è un Paese montuoso, con infrastrutture e strade complesse. Spesso un’ambulanza fatica ad arrivare. Con un sistema di elisoccorso cambierebbe tutto.
Kalymnos è una meta mondiale per l’arrampicata. La consiglieresti comunque a un turista, nonostante quanto accaduto un mese fa?
Sì, assolutamente. Non si può non consigliarla per via di un incidente: gli incidenti succedono ovunque. Però bisogna essere consapevoli del contesto. Siamo sul mare, dove la corrosione è maggiore e i chiodi si deteriorano più in fretta. Il consiglio è informarsi bene sulle condizioni delle vie e sulla manutenzione.
Il problema poi non è che gli incidenti accadano: è che deve esserci un sistema di soccorso che funziona. Oggi si promuove la Grecia come destinazione per il turismo di montagna tutto l’anno. Ma allora bisogna garantire anche i servizi. Sennò è come dire: ho un hotel a cinque stelle, però il bagno è unico per tutti ed è fuori. Così non funziona. Se vuoi proporre un turismo di montagna serio, devi essere in grado di gestire tutto ciò che comporta questo tipo di attività.