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I lupi uccidono Osso, il cane di Michele Serra. “Il primo pensiero è stato: me ne vado”

Il dolore per la perdita e la riflessione del giornalista sulla difficile gestione dei grandi predatori: "Se non si governa il fenomeno, la convivenza diventa impossibile".

Nelle ultime settimane c’è una specie, tra i grandi predatori che popolano le montagne italiane, che sta vivendo una fase di rinnovato protagonismo: il lupo. Una presenza quotidiana nei titoli giornalistici, purtroppo legata, nella maggioranza dei casi, a cronache nere in cui il carnivoro appare come vittima o carnefice. Una notizia che sta rimbalzando su web e social, stimolando ulteriore dibattito sul tema della coesistenza tra uomini e lupi – esacerbato nelle scorse settimane dalla strage avvenuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e area contigua – è l’uccisione di Osso, il cane di Michele Serra. Il compagno a quattro zampe del giornalista e scrittore romano, già noto al pubblico per essere il protagonista del libro “Osso. Anche i cani sognano”, è stato sbranato dai lupi nei pressi dell’abitazione in Val Tidone, nell’Appennino piacentino.

Il racconto di Michele Serra, tra dolore e riflessioni

L’episodio è stato raccontato in prima persona dal giornalista nella sua newsletter Ok, Boomer! su Il Post. Osso, un segugio di sette anni, non era rientrato dopo un giro in libertà nelle vicinanze di casa. Il ritrovamento è avvenuto il mattino seguente in un campo di erba medica, dove le tracce di erba calpestata hanno rivelato l’azione di un branco di lupi numeroso. Agli incontri con i lupi Osso non era nuovo, già alcuni anni fa aveva rischiato la vita, scampandola per un soffio. Al triste resoconto del ritrovamento – e del successivo seppellimento del corpo, avvolto in una stoffa candida, in una buca sulla quale è stato piantato un ibisco rosso, annaffiato con le lacrime – l’autore concede solo una manciata di righe: si ferma quasi subito, ammettendo che il dolore è ancora troppo vivo e le dita faticano a battere sulla tastiera.

Lo spazio maggiore è invece dedicato a una riflessione attorno all’evento. Serra ammette che il suo primo pensiero, dinanzi ai resti del cane, è stato di resa: “Non si può più vivere qui, me ne vado”. Un’istintiva reazione di chi si sente sopraffatto da una natura meravigliosa ma dura, seguita dal senso di colpa per essersi abbandonato a un simile pensiero arrendevole. “Ho esagerato, ho sbagliato, sono stato oltranzista”.

Osso è stato attaccato fuori dai confini di casa. Era un cane da caccia e Serra ha scelto di garantirgli sei anni di “vita bellissima”, rispettando la sua indole e permettendogli di perlustrare i campi attorno all’abitazione, assicurando che al tramonto i cani fossero al chiuso in casa o nel recinto a loro destinato. Un dettaglio che porta lo scrittore a sottolineare come la reclusione di un cane, per chi vive su un crinale o tra i boschi, non sia “oggettivamente possibile” da svolgere in maniera continua e rigorosa, e che il reale problema sia il numero di lupi, divenuto estremamente significativo.

Osso, secondo le tracce presenti, sarebbe stato attaccato da 5 o 6 lupi, una “predazione istantanea e implacabile”. Il medesimo branco avrebbe ucciso il giorno precedente alcune pecore di un vicino, ultimo capitolo di una lunga lista di danni ad allevatori delle valli vicine.

Il “problema” lupo: tra declassamento e soluzioni fai-da-te

La vicenda si inserisce in un contesto normativo in forte evoluzione e su un terreno che Serra conosce bene: proprio su Ok, Boomer!, infatti, il tema del lupo è già stato oggetto di diversi approfondimenti a sua firma, volti ad analizzare quello che appare come un problema primario, non per il Paese nella sua totalità, ma per chi vive in montagna o a contatto con la natura.

L’Italia è oggi il paese europeo con la maggiore presenza del predatore: le stime attuali parlano di circa 3.300 esemplari. Recentemente, a livello europeo, è stato avviato l’iter per il declassamento dello status del lupo da specie “rigorosamente protetta” a “protetta”. Questo passaggio non revoca la tutela, ma introduce una flessibilità gestionale che permetterebbe prelievi mirati (ovvero abbattimenti controllati) qualora il numero degli esemplari diventi insostenibile.

Serra sottolinea un punto politico cruciale nella gestione del lupo su scala nazionale: l’assenza di una governance decisa. L’impressione del giornalista è che le autorità, locali e nazionali, abbiamo timore a prendere decisioni, stretti tra le richieste dell’integralismo animalista e le rappresaglie di chi sceglie la via del fai-da-te. “Quando non si governa un problema, sfugge di mano” e si favoriscono, in un clima di vaghezza, derive violente, come accaduto in Abruzzo, dove si è registrato il decesso per mano umana di quasi 20 esemplari di lupo nell’arco di poche settimane.

In conclusione, nonostante lo sconcerto per la perdita, la percezione dell’autore resta netta: è necessario un intervento normativo e gestionale deciso, che consenta una reale coesistenza. Serra evidenzia come le sole recinzioni o i cani da guardiania siano strumenti utili ma non più sufficienti a garantire la sicurezza, lasciando intendere la necessità di un intervento – non fai-da-te ma legale – atto a ridurre il numero degli esemplari laddove opportuno. Un pensiero che non è da interpretare come odio nei confronti di una specie, riconosciuta dall’autore come meritevole di protezione:la specie non si tocca, certo. Ma gli esemplari in soprannumero non sono la specie”.

La sfida è politica: o si governa il fenomeno per proteggere chi presidia le montagne, oppure l’unica alternativa sarà “tornare tutti in città”, abbandonando la manutenzione dei boschi e la cura dei campi per lasciare le aree interne all’evoluzione naturale. Una resa amara e un tradimento nei confronti del territorio.

La replica di “Io non ho paura del lupo”: non esistono soluzioni semplici

Al dibattito aperto da Serra si è aggiunta la voce dell’Associazione Io non ho paura del lupo, attraverso una lettera “personale e al tempo stesso pubblica” del presidente Daniele Ecotti, un ex allevatore che conosce bene i ritmi e le durezze dell’Appennino.

“Ciao Michele, sono Daniele Ecotti. Forse ti ricordi di me. Ci siamo conosciuti in Val Tidone una ventina di anni fa”, esordisce la lettera, ricordando i tempi in cui “allevavo mucche, coltivavo cereali, avevo le api e tutte le domeniche venivo al mercato di Pianello a vendere quello che producevo: formaggi, miele, pane, farina, qualche ortaggio”.

Pur riconoscendo il legame profondo con un cane, Ecotti sposta l’analisi dalle emozioni alla struttura economica della montagna. Lo spopolamento non è percepito come un effetto del ritorno del predatore: “Non sono stati i lupi a farmi chiudere. È stato un sistema che negli anni ha reso sempre più difficile vivere di agricoltura in montagna. Normative, burocrazia, costi, controlli. Sistema e politiche agricole hanno cancellato, pezzo dopo pezzo, tante piccole realtà. Il lupo si inserisce dentro una crisi già aperta. La rende più evidente, ma non l’ha creata lui.”

Un passaggio cruciale riguarda la gestione dei cani domestici e la responsabilità umana nei loro confronti: “Ho capito che la libertà, senza custodia, può diventare esposizione al rischio. Un cane lasciato libero e senza controllo, soprattutto in aree di presenza stabile del lupo, è esposto a dei rischi. Non è una colpa, ma è una responsabilità che dobbiamo avere il coraggio di nominare.”

In risposta alla richiesta di “governo” avanzata da Serra, vengono contestate le soluzioni basate esclusivamente sui numeri. Il presidente sottolinea che rimuovere alcuni lupi senza cambiare le abitudini umane sarebbe inefficace: “Governare non significa semplicemente togliere qualche lupo. Se cani e bestiame resteranno vulnerabili, il problema non sarà risolto: sarà solo spostato più avanti. Il punto è non raccontare soluzioni semplici dove soluzioni semplici non esistono.”

La lettera si chiude con un appello: “Tu hai dovuto seppellire Osso, e questo dolore merita rispetto. Ma proprio perché quel dolore è vero, ti chiedo di non lasciare che diventi una scorciatoia. Usiamolo, semmai, per chiedere più responsabilità: più governo, più prevenzione, più presenza, più conoscenza. Solo così possiamo continuare a vivere quassù: con gli allevatori, con i cani, con i lupi.”

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