
Il mondo dei social ha portato a un innegabile vantaggio a livello di comunicazione: la possibilità di condividere con la collettività, anche in tempo reale, informazioni e immagini. Uno strumento potente, potenzialmente molto utile, da maneggiare però con cura. Il risvolto della medaglia è il rischio di una facile generalizzazione a partire da dettagli localizzati. Pensiamo alle innumerevoli immagini di rifugi e paesi innevati, tra Alpi e Appennini, circolate nel corso dei mesi invernali e fino ai primi giorni di aprile, a seguito delle ultime nevicate tardive.
La percezione generale fornita da questa ondata di scatti, che vedono la neve come ingombrante protagonista, è quella di un’Italia che ha vissuto, finalmente, una stagione invernale ricca di precipitazioni nevose, con tanto di colpo di coda quando ormai la primavera sembrava voler aprire le danze. Ad avere modo di distribuire tutte le immagini circolate su una carta geografica d’Italia, appuntando su ciascuna di esse la data specifica di realizzazione, tale percezione cambierebbe in maniera repentina. La realtà climatica dell’inverno 2025/2026 racconta infatti una storia molto diversa dalle prime impressioni.
Un “angolo di Alpi” diventa arco alpino
A sollevare il velo su questa fake news stagionale è l’analisi di Meteo Valle d’Aosta, che definisce l’inverno appena trascorso tutt’altro che ricco di neve sull’arco alpino. “Se parliamo con qualcuno dell’inverno appena trascorso ci dirà che “quest’anno almeno di neve ne è venuta un sacco” – scrivono gli esperti del portale meteo valdostano – . Purtroppo non è così e questo è frutto di un bias nato dopo le abbondanti nevicate di dicembre osservate in un angolo di Alpi (nel cuneese, o meglio tra Marittime e Liguri, che a loro volta rappresentano meno della metà delle Alpi cuneesi)”.
Questo evento ha spinto l’opinione pubblica a credere che l’intero arco alpino fosse in condizioni simili. In realtà, allargando lo sguardo oltre quell’“angolo di Alpi”, nel resto del Piemonte e in Valle d’Aosta, fino a fine gennaio, le nevicate sono risultate nella media o in deficit e la neve è riuscita a conservarsi al suolo grazie a temperature nella norma. Tra fine gennaio e febbraio la Valle d’Aosta ha poi vissuto “un buon recupero grazie alle correnti da nord-ovest, che tuttavia hanno sfavorito le zone di sud-est”, ma da marzo la situazione è precipitata. Un’anomalia termica positiva ha accelerato la fusione, “in parte controbilanciata dall’evento nevoso di metà mese, quando però la neve è scomparsa in pochi giorni per le alte temperature”.
Ad aprile si è vissuto un ulteriore peggioramento: una lunga fase di temperature elevate ha accelerato ancor più la fusione del manto nevoso. Emblematico è il caso di Plateau Rosa (3.467 m), dove ad aprile si sono registrate ben dieci massime sopra lo zero e una media delle massime pari a -1.32 gradi, un valore medio tipico del mese di maggio. Il confronto fotografico tramite webcam tra il 2026 e i due anni precedenti – caratterizzati da nevicate tardive, copiose soprattutto nel 2024 – mostra un declino impietoso delle condizioni di innevamento agli inizi della primavera.
“Sapete a cosa assomiglia la stagione 2026? – concludono gli esperti – Al 2022, annata molto negativa per i ghiacciai.“
Montagne e neve: un sistema complesso
Le analisi condivise da Meteo Valle d’Aosta sollevano una questione metodologica fondamentale: rispondere alla domanda “È vero che sulle Alpi quest’anno ha nevicato più del solito?” è un’operazione complessa che non può risolversi con un semplice sì o no. Questa difficoltà poggia su due pilastri.
In primo luogo, le Alpi non sono un blocco monolitico. Parliamo di una catena montuosa che si estende per oltre 1.200 km e attraversa diverse regioni italiane. Quando arriva una perturbazione, non dobbiamo immaginarla come una coperta che cade piatta su ogni valle: la dinamica dei venti e l’orografia fanno sì che un fronte possa scaricare metri di neve su un versante e lasciare a secco un’area a pochi chilometri di distanza. Generalizzare l’innevamento di un “angolo di Alpi” all’intero arco alpino è, scientificamente, un errore grossolano.
In secondo luogo, la salute di un inverno non si misura dalla singola nevicata “da cartolina”, che sia quella precoce di dicembre o quella tardiva di aprile. Una stagione è un processo: non basta che la neve cada, deve anche permanere. Se a una precipitazione abbondante segue un mese di temperature sopra la media, quel patrimonio idrico fonde e si perde in pochi giorni. Focalizzarsi sulle poche nevicate “da record” – come spesso vengono presentate nei titoli giornalistici – senza considerare il più ampio contesto spazio-temporale delle precipitazioni invernali, equivale a prendere le distanze da una realtà che, purtroppo, non dà segni di miglioramento.
Il discorso parte dalle Alpi ma si può estendere agli Appennini, che non sono immuni al fenomeno della generalizzazione. Anche in questo caso, le abbondanti precipitazioni di inizio aprile, che hanno coinvolto in particolare Abruzzo e Molise, non sono rappresentative della stagione invernale nella sua totalità né dell’Appennino nella sua totalità. Basta lasciarsi alle spalle le vette imbiancate di Maiella e Gran Sasso, proseguendo verso il confine con il Lazio, per accorgersi che vi sono angoli, come le Montagne della Duchessa, laddove la neve residua ormai a una quota di circa 2.000 metri e, a valle, i pastori sono già pronti alla monticazione.
L’invito, dunque, è quello di non lasciarsi ingannare da un singolo evento localizzato nel tempo e nello spazio. Il problema del deficit nevoso resta critico: la scienza ci dice chiaramente che non basta una nevicata fortuita in un angolo di Alpi per salvare gli ambienti d’alta quota da un clima che corre troppo veloce.