
Negli ultimi giorni il nome dell’Everest è tornato al centro dell’attenzione mediatica globale. Non per un’impresa o una tragedia in quota, ma per uno scandalo che ha rapidamente fatto il giro del mondo: clienti spinti a salire troppo in fretta, altri indotti a credere di stare male, fino ad arrivare – secondo alcune accuse – a veri e propri casi di manipolazione fisica per giustificare evacuazioni in elicottero.
A riportare ordine tra notizie, voci e titoli sensazionalistici è però l’analisi pubblicata da ExplorersWeb, che ricostruisce la vicenda partendo dai fatti documentati e invita a distinguere tra ciò che è provato e ciò che è stato amplificato.
Un sistema che esiste da anni
Le indagini della polizia nepalese, riaperte nel 2025, hanno portato alla luce un sistema fraudolento che, secondo gli investigatori, andava avanti da anni. Non si tratta quindi di un fenomeno improvviso, ma di una pratica già emersa nel 2018 e mai del tutto sradicata.
Il meccanismo, in sostanza, era tanto semplice quanto efficace: turisti e trekker venivano convinti di avere problemi di salute – a volte reali ma lievi, altre volte enfatizzati – e indirizzati verso evacuazioni in elicottero e ricoveri in strutture private. Da lì partivano fatture gonfiate, spesso a carico delle assicurazioni.
Il dossier parla chiaro: milioni di dollari di danni, voli moltiplicati nei documenti, trattamenti inutili o mai effettuati. In alcuni casi, secondo quanto riportato da media locali, sarebbero stati addirittura utilizzati espedienti per provocare o aggravare i sintomi del mal di montagna.
Dopo anni in cui le accuse erano rimaste senza reali conseguenze, qualcosa è cambiato. Finalmente il governo del Nepal, con il suo nuovo corso politico, ha riportato il tema al centro dell’attenzione, mostrando la voglia e l’interesse a intervenire un settore importante per il Paese, come quello turistico, con un’indagine approfondita e i primi arresti. Secondo il dossier della polizia nepalese, l’inchiesta ha portato alla richiesta di azione penale per 33 persone: 10 sono già state arrestate, mentre altre 23 risultano ancora a piede libero, molti dei quali si trovano all’estero.
Alpinisti?
C’è però un elemento che merita attenzione. Nonostante i titoli di molti media internazionali parlino esplicitamente di “scandalo sull’Everest”, la maggior parte dei casi riguarda in realtà trekker lungo itinerari classici: Campo base dell’Everest, Circuito dell’Annapurna o del Manaslu, Langtang. L’Everest invece, compare spesso nei titoli, ma molto meno nei dettagli delle indagini. Una semplificazione che funziona dal punto di vista mediatico, ma che rischia di distorcere la percezione del fenomeno.
La voce di Nirmal Purja: “Non siamo tutti così”
A prendere posizione pubblicamente è stato anche Nirmal Purja, salitore dei 14 Ottomila in 189 giorni, primo salitore del K2 invernale e fondatore di un’agenzia di trekking che in pochi anni si è conquistata una posizione importante tra quelle che gestiscono le grandi spedizioni commerciali in Himalaya. L’alpinista ha voluto chiarire un punto spesso ignorato nel racconto mediatico di questi giorni. “Non tutti i soccorsi sono falsi. Non tutti i nepalesi mancano di integrità. Queste notizie hanno danneggiato la reputazione del nostro Paese, ma chi è responsabile deve essere punito”. E prosegue: “Io non ho mai, mai effettuato un falso soccorso. Nemmeno una volta. Fino ad oggi. Dopo la morte della moglie di Jim Morrison sul Manaslu, siamo intervenuti per aiutare la famiglia. Alcune compagnie di elicotteri stavano per aumentare i prezzi. Li ho avvertiti. Abbiamo fatto in modo che tutto fosse gestito al costo più basso possibile. Ho personalmente condotto più di una dozzina di soccorsi reali – il 95% dei quali per altre spedizioni – senza mai chiedere un solo centesimo per nessuno di questi interventi”.
Nel suo discorso Purja rivendica infatti un approccio opposto, fatto di scelte anche controcorrente: “Ho convinto molti dei nostri clienti a scendere a piedi dai campi alti – anche quando erano stanchi, senza energie o volevano prendere l’elicottero. Li ho incoraggiati a tornare al Campo Base camminando. Perché io credo questo: una vetta è dal Campo Base alla cima e ritorno al Campo Base. Punto. Se corri una maratona e poi sali su un veicolo, non l’hai completata. In montagna è lo stesso”.
“Il Nepal resta un Paese meraviglioso” conclude. “Molte delle nostre persone hanno un grande cuore e sono gentili. Non guardate solo a questo episodio negativo. A chi ha dato una cattiva immagine al nostro Paese: dovete essere chiamati a risponderne. Ma al mondo voglio dire: non tutti i nepalesi sono così”.
Il rischio più grande è generalizzare
Quello che sta emergendo è grave, ed è giusto raccontarlo. Esistono pratiche scorrette, esiste un sistema che in alcuni casi ha funzionato per anni, ed è giusto che venga smontato. Ma c’è un rischio altrettanto grande: trasformare un problema reale in una condanna generale. Perché se è vero che ci sono operatori disonesti, è altrettanto vero che ce ne sono molti (probabilmente la maggioranza) che lavorano con serietà, spesso in condizioni difficili, portando avanti un intero sistema turistico che sostiene buona parte dell’economia nepalese.
Il racconto che sta circolando in questi giorni, soprattutto sui grandi media, tende invece ad appiattire tutto: guide, agenzie, soccorsi, ospedali. Tutti dentro la stessa categoria. Tutti uguali. Non è così. Lo dimostrano i numeri. A fronte di una trentina di persone coinvolte in questo sistema, in Nepal il turismo di montagna è un settore vastissimo che conta migliaia di agenzie (tra le 2500 e le 3000) e coinvolge ogni anno decine di migliaia di lavoratori, tra guide, portatori e personale logistico.
Per questo non ha senso generalizzare: se non distinguiamo tra chi sbaglia e chi lavora bene, rischiamo di non capire davvero dove intervenire. Lo scandalo dei falsi soccorsi è una storia importante. Ma non è la storia di tutto l’Himalaya. E nemmeno quella dell’Everest. È la storia di alcuni.