Le Olimpiadi della bulimia
Record (relativo) di medaglie, una quantità di gare mai vista ai Giochi, i grandi ricavi: ma quanti di questi soldi resteranno alla montagna?
Si sono spenti i bracieri, si sono spenti anche i toni trionfalistici di politici, commentatori televisivi, dirigenti sportivi e appaltatori. Restano, ancora per poco, le copertine dei rotocalchi con i sorrisi degli atleti vincitori: sorrisi d’oro, a 180.000 euro il fotogramma. Dice: l’Italia ha fatto il record, mai così tante medaglie, ben 30 di cui dieci ori. Il paragone è con i Giochi olimpici di Lillehammer, finora i più vincenti. Anche allora arrivammo quarti nel medagliere, con 20 podi (sette ori). Questi i numeri assoluti. Ma quelli relativi? I numeri letti nel contesto? Nel 1994 si svolsero 61 eventi in sei diverse discipline e furono assegnate 183 medaglie: l’Italia dunque se ne aggiudicò l’11 per cento. Nel 2026 gli eventi sono stati 116 in 16 discipline, per un totale di 348 medaglie: per l’Italia una quota dell’8,6 per cento. Le percentuali non variano di molto considerando solo gli ori. Magnificare dunque le sorti olimpiche e progressive dell’Italia quando le percentuali (che sono i numeri reali) sono calate dall’11 all’8,6 suona come una mistificazione.
Un altro fattore rende difficile il confronto con le Olimpiadi di 32 anni fa: l’assenza della Russia. A Lillehammer la Russia, pur nel caos della disgregazione dell’impero sovietico, si aggiudicò il primo posto nel medagliere, con 11 ori, anche se il maggior numero di podi andò al secondo classificato, la Norvegia. Chiediamoci: come sarebbe stato il medagliere del 2025 con la Russia presente? Ma questa è fantastoria, come chiedersi come sarebbe finita a Waterloo se Napoleone avesse fatto quel mattino una colazione migliore.
La vera domanda da porsi è la seguente: come abbiamo fatto in tre decenni a salire da 61 a 116 eventi? Da 1737 atleti a 2880? E perché l’abbiamo fatto: per il bene dello sport? O per il panem et circenses del pubblico a casa? O per il gigantesco meccanismo economico che sempre si mette in moto, a ogni manifestazione planetaria, quell’esercito di sponsor privati e imprenditori, finanziamenti pubblici e passerelle di politici, fanatici delle infrastrutture e profeti delle immancabili legacy (le “positive” ricadute sui territori)? Follow the money, dicono. Nei primi bilanci a caldo, si parla di ricavi per 5,3 miliardi di euro e di un gettito positivo per 500-600 milioni (da un’intervista a Giovanni Malagò del Sole 24 Ore): ma siamo sicuri che quei soldi restino alla montagna? Di certo hanno determinato un aumento dell’1,7 per cento sul Pil di Milano. Alla montagna restano invece gli sbancamenti di interi versanti per nuove piste, nuove strade a richiamare nuovo traffico, nuovi impianti di risalita di dubbia utilità (vedi alla voce Socrepes), nuovi trampolini e piste da bob e palazzetti del ghiaccio che, quando va bene, verranno destinati ad altro uso, altrimenti resteranno inutilizzati a pesare sui bilanci comunali e regionali.
Un’ultima nota vorrei dedicarla alla bulimia delle discipline. Durante le prime Olimpiadi invernali di Cortina, nel 1956, i nostri nonni e genitori poterono assistere in diretta televisiva a 24 competizioni per otto sport: bob, combinata nordica, hockey su ghiaccio, pattinaggio di figura, pattinaggio di velocità, salto con gli sci, sci alpino, sci di fondo. Nel bob, solo bob a 2 e bob a 4, solo equipaggi maschili. Trentadue anni dopo, la rinnovata pista Eugenio Monti ha ospitato gare maschili e femminili di monobob, bob a due, bob a quattro, skeleton e skeleton misto, slittino singolo, slittino doppio, slittino misto. Quest’ultimo è una gara a squadre che prevede il tocco di un pannello a fine pista del primo in gara che apre il cancelletto di partenza del secondo, con un esilarante effetto “giochi senza frontiere”. Per non parlare dell’estraniante effetto “sandwich” dello slittino doppio.
Ma la disciplina che (personalmente) ho trovato più discutibile è quella di Skimo, che ha debuttato come sport olimpico a Milano-Cortina dopo una prova generale a Losanna nel 2020. Il nome, crasi di ski mountaineering, si richiama allo scialpinismo, ma come abbiamo potuto vedere non ha nulla a che fare con le gare storiche tipo Mezzalama o Patrouille des Glaciers. Manca infatti di un elemento fondamentale: la montagna. L’ambiente di alta quota che ha sempre reso quelle competizioni davvero alpinistiche. Lo Skimo olimpico-televisivo ci ha offerto invece una corsa su una scalinata che sembrava quella di Odessa nella Corazzata Potëmkin, un cambio assetto da prestigiatori d’avanspettacolo, un rozzo slalom su neve né fresca né battuta. Al netto della bravura degli atleti che si sono allenati, hanno faticato, hanno vinto, insomma ci hanno creduto, uno spettacolo abbastanza brutto, che riconferma che la bulimia da competizione non fa bene a nessuno. Tantomeno alla montagna.






