I 500 mila dollari per Honnold a Taipei confermano che l’arrampicata è sport da poveri
La somma percepita dal climber statunitense sembra enorme, anzi lo è davvero. Però per analoghe salite Alain Robert e Jean-Claude Droyer vincevano un paio di manette. La distanza tanti altri sport rimane siderale, ma forse è meglio così
Dicono che il compenso che Alex Honnold ha ricevuto da Netflix per la scalata free solo del Taipei 101 (6,2 milioni di visualizzazioni nel mondo) sia stato di 500.000 dollari. Non lo sappiamo per certo, e non andremo a chiederne conferma al suo commercialista, ma se anche fosse il doppio, non potrebbe comunque competere con una qualsiasi esibizione di campioni al vertice di altri sport. Per dirne una, Jannik Sinner per la vittoria al Six King Slam ha portato a casa un montepremi di 6 milioni di dollari, più una racchetta d’oro di quattro chilogrammi che probabilmente ora campeggia sul caminetto di casa. Sinner in quell’occasione è stato seguito da 7 milioni di telespettatori nella sola Italia, e nessuno di loro si aspettava che il tennista cadesse spiaccicato al suolo.
I valori tra gli sport sono diversi, e non è una scoperta. In termini di denaro, la canoa rende meno del basket, nessuno può vivere di curling mentre i patrimoni personali di stelle del calcio come Messi o Ronaldo superano il miliardo di dollari. Il valore atletico (muscolare) e la dedizione invece sono pari per tutti, basta confrontare le tabelle di allenamento (a secco) tra un climber e un calciatore professionisti: Stefano Ghisolfi in una vecchia intervista raccontava di cinque ore al giorno per cinque giorni la settimana, Lautaro Martinez spende tra le 30 e le 40 ore settimanali, entrambi al netto di arrampicate e partite. Lautaro Martinez percepisce uno stipendio netto di 9 milioni di euro a stagione, se Ghisolfi dovesse vincere un titolo italiano assoluto, boulder o lead, prenderebbe 800 euro. Il mondiale di freccette quest’anno elargiva al podio più alto un premio di 500.000 dollari.
Se poi andiamo sul terreno degli sponsor, la forbice si allarga a dismisura ed è difficilmente quantificabile: gli ori olimpici (inaspettati) appena conquistati da Federica Brignone, oltre ai 180.000 euro del Coni moltiplicano il valore delle sponsorizzazioni (nel portfolio dell’atleta ci sono Banca Generali, Audi, Rossignol e molti altri), con una stima di introiti per dieci milioni di euro nell’anno a venire. Adam Ondra, universalmente riconosciuto come il più grande climber di tutti i tempi (e comunque come il più precoce: il suo primo sponsor ad appena dieci anni) probabilmente non ha guadagnato più di un milione di dollari in tutta la sua carriera.
Questa sarabanda di cifre mi porta però a una riflessione sulla gratuità dell’alpinismo. Attenzione, non sto parlando di alpinismo romantico, in stile “conquistatori dell’inutile” di Lionel Terray. Ma dell’alpinismo di punta che si pratica gratis, non per denaro ma per passione e come stile di vita. La scalata del Taipei 101 per esempio ha illustri e gratuiti predecessori: molti in queste settimane hanno ricordato le imprese di Alain Robert, che ha scalato illegalmente e senza videocamere grattacieli di tutto il pianeta, dalle Torri Petronas all’Empire State Building, dalla Sears Tower di Chicago al Jin Mao Building di Shanghai, che gli costò cinque giorni di carcere e l’espulsione dalla Cina. Non sono tanti però a ricordare la prima impresa sul primo grattacielo nella storia dell’arrampicata urbana.
Accadde poco più di 50 anni fa. Era il 30 giugno 1975, la Tour de Montparnasse, 59 piani per 210 metri di altezza, era stata inaugurata da un paio d’anni: primo grattacielo di Parigi e il più alto di Francia. Jean-Claude Droyer, parigino, aveva allora 28 anni e da almeno dieci era uno dei grimpeur di punta a Fontainebleau e sui calcari del Saussois. Nella distrazione dei flics, attacca lo spigolo sudovest del grattacielo, in cordata con un compagno non identificato, e lo risale con l’ausilio di un paio di scarpette rivoluzionarie: le EB Super Gratton. L’impresa fu seguita dal basso da una folla che pian piano ingrossava, fino all’arrivo di un operatore televisivo (in rete si trova ancora il video degli ultimi metri di arrampicata). Anche la gendarmerie intanto se n’era accorta e quando i due sconsiderati tornarono a terra prontamente li arrestò, ma il fermo durò solo poche ore. Droyer, ai giornalisti che gli chiedevano i motivi del gesto, disse che poiché aveva paura degli ascensori, aveva deciso di salire per le vetrate esterne. Fu una grandissima pubblicità per la EB, che premiò Droyer con una fornitura a vita.
In seguito, l’arrampicatore parigino sarebbe diventato guida di alta montagna e avrebbe stabilito una lunga serie di primati in arrampicata libera: il primo 6b in Francia (L’Arête Jaune a Le Saussois), il primo 6c (Le Râteau a Jaffres), il primo 7a (L’Échelle à Poisson, sempre a Le Saussois). Ma Droyer si ricorda anche per le sue solitarie estreme: la prima della Diretta americana ai Drus, la prima della Ovest dei Grands Charmoz. Non ci risulta che qualcuno l’abbia pagato per queste imprese. Nel 2004 è stato protagonista del documentario Jean Claude Droyer, la liberté sans condition: la copertina del DVD ritrae in primo piano un poliziotto che attraverso le vetrate della Tour de Montparnasse osserva la scalata del giovane grimpeur. Una piccola silhouette ritagliata nel cielo di Parigi, senza sponsor, senza pensieri.





