La legge sui comuni montani: la geografia non è un optional
Chi può definirsi Comune montano (e accedere a numerosi benefici) e chi no? La prima lista diffusa dal Governo ha suscitato polemiche a non finire. E, soprattutto, ha evidenziato una clamorosa non conoscenza della geografia
Non è la prima volta che qualche politico prende quattro in geografia. Si tratta di una materia spinosa, che molti sottovalutano (“non è una scienza!”, dicono, e infatti è scomparsa dai programmi scolastici), in cui prendere topiche colossali è la regola.
Il Re degli ignoranti vuol muovere guerra per la Groenlandia ma la chiama Islanda, afferma che la Crimea è circondata dagli oceani, progetta muri in Colorado pensando che confini con il Messico: ed è il Presidente degli Stati Uniti! Dunque anche i nostri governanti possono permettersi qualche defaillance, e li perdoneremo se non sanno che nel territorio di Frontone, comune della provincia di Pesaro e Urbino, sorge una tra le cime più alte e imponenti dell’Appennino umbro-marchigiano, il Monte Catria (1701 m), considerato sacro in epoca preromana e celebrato come “santa montagna” perfino da Dante, nel Paradiso (“Tra due liti d’Italia surgon sassi, / e non molto distanti a la tua patria, /tanto che’ troni assai suonan più bassi, / e fanno un gibbo che si chiama Catria…”). Sul Monte Catria ci sono persino diversi chilometri di piste di sci, dodici in tutto di cui sei rosse e una nera, quindi si suppone abbastanza ripida: attualmente tutto chiuso per mancanza neve, ma non è che sulle Alpi olimpiche si stia molto meglio.
Insomma, Frontone ha tutte le caratteristiche per essere un Comune di montagna, ma i nostri politici non lo sanno, in particolare il ministro Calderoli che ha proposto un disegno di legge per riformare la vecchia classificazione dei Comuni montani. Secondo la nuova classificazione, scompaiono dall’elenco tutti quelli che sorgono a meno di 600 metri di quota (è il caso di Frontone, il cui municipio sta a quota 412) o che non abbiano almeno un terzo del territorio con pendenze minime del 20 per cento. Con questi nuovi parametri, sono stati “demontanizzati” 1200 comuni su una lista di 3450, tutti paesi che non potranno più accedere ai 200 milioni di finanziamenti del Fondo Sviluppo Montagne Italiane (FOSMIT).
Si tratta del secondo attacco alla sopravvivenza della montagna italiana, dopo la pubblicazione (marzo 2025) del Piano strategico nazionale delle aree interne, che si dava tra gli obiettivi “l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile” delle aree più fragili, economicamente e demograficamente. In sostanza, un’eutanasia. In questo caso, dopo il deciso intervento dell’Uncem (Unione nazionale dei comuni montani), il paragrafo “funerario” è stato stralciato. Ma anche il Ddl Calderoli ha avuto vita breve, osteggiato da una marea di amministrazioni (perfino quelle di destra).
Ora dunque ne viene presentato un altro, con parametri che, pare, salveranno la quasi totalità dei Comuni. Tra i nuovi parametri ci sarà quello dei “cluster di interclusi” che nella barocca terminologia ministeriale indicano i paesi che stanno a bassa quota, ma che oggettivamente sono difficili da raggiungere e carenti di servizi: l’identikit del Comune appenninico. Anche loro, si spera, potranno continuare ad accedere ai finanziamenti.
Ma al di là dei soldi, che pure sono importanti, quello che continua a preoccuparci è la geografia. Che non è solo la pedissequa descrizione di un territorio (quota, orografia, confini…) ma la comprensione di processi umani, economici, storici, indispensabile base per una buona politica. Se i nostri amministratori, se tutti noi, tornassimo a studiarla, la montagna italiana avrebbe un futuro migliore.




