Renzino Cosson e quel legame infinito con Giorgio Bertone
Il Rifugio Bertone, sopra Courmayeur, oggi è letteralmente preso d’assalto. Ma i grandi numeri non fanno dimenticare un’amicizia speciale, nata proprio sulle pareti del Monte Bianco
«L’anno che abbiamo aperto, nel 1982, il 15 agosto avevamo una sola persona a pranzo. Oggi abbiamo dovuto mettere i tornelli ai bagni per gestire la folla».
Renzino Cosson non è tipo da giri di parole. Alla montagna ha dato tutto, e la racconta senza retorica né romanticismi da cartolina. È un uomo di montagna nel senso più pieno del termine: schivo, diretto, categorico. Uno che le cose le dice come stanno.
Ha fondato e ancora oggi gestisce il rifugio Bertone, sopra Courmayeur, insieme alla moglie e alla figlia Alice.
All’inizio, però, non c’era nessun rifugio. «Era un alpeggio. Nell’80 lo abbiamo trasformato in un rifugio. Ho portato i miei genitori dal notaio per fondare la società che avrebbe gestito il rifugio. Mio papà pensava che fossimo lì per vendere l’alpeggio: quando ha capito, è scappato!»
Non era l’unico a non crederci. Quel progetto, lassù, sembrava destinato a restare un sogno un po’ testardo. Persino l’ingegnere che ne firmò il progetto «non ha voluto soldi perché sosteneva fossi matto: “stai facendo un buco nell’acqua, non verrà mai nessuno!”».
Oggi la storia è decisamente diversa. La scorsa estate, grazie a un contapersone, al Bertone hanno registrato 70 mila presenze tra giugno e settembre. Numeri da città, non da sentiero.
Eppure, lo spirito delle origini è ancora lì, impregnato di storia dell’alpinismo. «Nella stalla bisognava rifare tutto il pavimento. Ci ha pensato Renato Casarotto: si è messo con punta e mazzetta e ha disfatto tutto».
Oggi il problema non è più far arrivare la gente, ma gestirla. E tenere in piedi l’idea di rifugio in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio turistico.
«Ora, con il rifugio, vogliamo puntare sulla qualità – spiega Alice Cosson – ma non è semplice quando ti ritrovi persone ovunque e richieste insensate. Le persone non capiscono che un rifugio non è un albergo. C’è chi mi chiede di poter portare su i bagagli in taxi. Anche tra i dipendenti arrivano persone che pensano che lavorare in rifugio sia una vacanza in montagna».
Un rifugio che è una dichiarazione d’amore
Il Bertone, però, non è solo un edificio, ma quasi un luogo della memoria. È il segno di un legame che ha segnato la vita di Renzino, quello con Giorgio Bertone.
«È stato il mio maestro, compagno di tante salite. All’epoca era sicuramente la miglior guida che c’era in Italia. Ero giovanissimo, stavo dando gli esami da maestro di sci a Cervinia e lui ogni giorno veniva a vederci. Siamo diventati amici, ma all’inizio non aveva molta fiducia in me in montagna: diceva che non avevo esperienza. D’altronde non potevi averne tanta di più, perché chi ti insegnava allora? Io arrampicavo un po’, a mia mamma dicevo che andavo a catechismo e invece ero in palestra».
Poi arriva la proposta che cambia tutto. Bertone deve salire la Salluard al Pic Adolph con un cliente e chiede a Renzino di trovare un compagno e unirsi alla cordata. La settimana dopo sono sulla Bonatti al Capucin. Da lì nasce qualcosa che va oltre la corda.
«Abbiamo fatto montagna insieme per sette anni, fino alla sua scomparsa, a un livello altissimo».
Tra le tante salite, ce n’è una che segna un’epoca: il Nose, nel 1974. Prima cordata italiana su quella parete. «Non ero mai stato fuori dalla Valle d’Aosta quando me l’ha proposto. Ma con lui sarei andato ovunque nel mondo».
L’arrivo in Yosemite è uno schiaffo visivo. «Io guardavo le montagne di destra, che già sembravano imponenti, e lui mi fa: “Ma no, è quella!”. Quando ho visto quella parete di fronte a me ho pensato: porca miseria!»
Il meteo peggiora e sembra offrire una via di fuga.
«Ero felice, potevamo abbandonare la salita e tornare a casa. Ma Bertone non ha voluto mollare. Siamo saliti in sette giorni con materiale pesantissimo e solo 14 litri d’acqua. Allora pesavo 47 chili e lo zaino 54, e l’ultima notte è stata impegnativa. Lui era già fuori, ma io rimasi incastrato nelle corde a venti metri dalla cima. Gli dissi che avrebbe potuto scegliere un alpinista migliore e mi rispose: “forse sì, ma un amico no”».
Un’amicizia totale, che andava ben oltre la montagna. «Io a lui devo tutto: mi ha insegnato la musica, la fotografia. Ci ho messo un po’ a tornare in montagna dopo la sua morte».
Montagna, senza aggettivi
Da Bertone ha ereditato anche un altro sguardo, quello dietro l’obiettivo. «È un modo, nel silenzio, di trasmettere agli altri l’amore per la montagna. Basta guardarla…»
Uno sguardo che lo porta lontano, fino a fotografare Giovanni Paolo II ai piedi del Monte Bianco. «Arrivò sul ghiacciaio in elicottero, ma quando scese la prima cosa che disse fu: “Qui in elicottero non si dovrebbe venire, soltanto a piedi”».
Fuori dalla sua amata Valle d’Aosta, Cosson ha scalato in tutto il mondo. Dal Sahara al Canada. Ha messo piede anche sull’Himalaya, sul Nanga Parbat, ma lì ha capito qualcosa di sé. «Ci sono così tante cose da fare qui che l’Himalaya non mi interessa».
Il suo è un alpinismo radicato, concreto, poco impressionabile davanti alla tecnologia. Quando gli chiedi quanto informazioni, materiali e strumenti abbiano cambiato la montagna, risponde così: «Sì, ora c’è il meteo aggiornato ora per ora, però gli alpinisti si fanno prendere dal brutto tempo come dei pesci ancora adesso! Una volta, per capire se il tempo cambiava, guardavi la nuvola sulla Verte: era un segno premonitore. Poi va bene l’evoluzione dei materiali… ma se stai facendo la Rochefort, cento anni fa se ti inciampavi cadevi a destra o a sinistra. Oggi se ti inciampi? Cadi a destra o a sinistra…».
Cosson ha scalato fino a sessant’anni, spingendo ancora forte. «Ho continuato a scalare fino a 60 anni. A quell’età ho fatto ancora con Arnaud Clavel il Supercouloir, in una manciata di ore, e il Frendo, in una mattina, in velocità. E lì ho deciso di smettere».
Per dodici anni è stato responsabile del soccorso alpino regionale, tra i pionieri del soccorso moderno. E mentre parliamo, al tavolo accanto si siedono proprio dei tecnici del soccorso, ex colleghi, che lo salutano con affetto genuino.
Gli ricordo che nel 2000 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito l’Ordine al Merito della Repubblica per il suo impegno. «Ma non lo sa nessuno!» risponde imbarazzato. Gli dico che non è proprio una cosa da poco. «No, ma non mi interessa granché. Vedi, la cosa che conta è che queste persone che hanno lavorato con me sono ancora contente di vedermi».
Il rifugio
Oggi il Rifugio Giorgio Bertone è una tappa classica per chi ama camminare e stare in montagna. Si trova a circa 1.980 metri di quota nel comune di Courmayeur, sospeso tra la Val Ferret e la Val Sapin, con vista sui ghiacciai e sulle vette del massiccio del Monte Bianco. L’itinerario più frequentato parte da Planpincieux, all’inizio della Val Ferret, e si sviluppa per circa 700–900 metri di dislivello su sentiero ben segnato. In alternativa si può salire da Villair, all’imbocco della Val Sapin, sempre su tracciati segnalati immersi nei boschi e nei pascoli.
Il rifugio è anche tappa dell’Alta Via della Valle d’Aosta e del Tour du Mont Blanc, punto di passaggio e di sosta per escursionisti e trekker provenienti da tutta Europa.




